Ancelle elettriche

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Di recente, quando apro un giornale e leggo le notizie più recenti, sento la mia posa di analisi razionale e distacco emotivo frammentarsi, cadere e trasformarsi in qualcos’altro. Di recente mi sento crepitare. 
Vorrei poter fare qualcosa, qualcosa di più forte di una protesta, di più energico di una nuova legge, qualcosa che interrompa il corso degli eventi irrimediabilmente e senza rimedio. Mi riempie un misto di rabbia, indignazione e stanchezza, sensazione di un’impotenza costante nei confronti delle derive della realtà, e un latente, inevitabile desiderio di potere. 
Vorrei poter fare qualcosa. Non posso, e rimango seduta al mio tavolo, avvertendo un lieve tremito nelle mani, come il transito di una scossa elettrica.

Avrete sentito parlare de Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, insieme capolavoro e bestseller, da cui sono nati un sequel, una serie tv di attualmente 3 stagioni, una schiera di seguaci e appassionati, e infine l’iconografia per delle vere e proprie proteste, in cui donne vestite come le ormai celeberrime ancelle del romanzo hanno rivendicato il diritto di disporre liberamente di sè stesse. Il romanzo è il resoconto di una dittatura che si basa prevalentemente su una visione binaria dei generi e dunque  sul controllo del corpo femminile e raggiunge l’apice nel caso delle “Ancelle”, il cui unico scopo di vita è partorire figli per i loro padroni. Recluse in stanze-prigioni, chiamate come l’uomo a cui sono state assegnate, spogliate di ogni identità e di ogni capacità di influenzare la propria vita, totalmente passive, le ancelle sono l’immagine stessa dell’impotenza.
Diventato un caso letterario, questo romanzo si è piantato nel cuore della cultura pop fino a generare tanti spunti, di cui stiamo raccogliendo i frutti di recente. Si chiama “feminist science fiction”, racconta distopie basate su una divisione binaria dei generi e poi sul controllo del corpo femminile, e sono sempre più le scrittrici che decidono di appropriarsene come veicolo per raccontare il peso dell’oppressione presente. Tra essi spicca Ragazze elettriche di Naomi Alderman — spicca perché l’autrice, al posto che raccontare una deriva maschilista e patriarcale, sceglie la strada meno percorsa.
Nella sua realtà, le donne (purtroppo l’identità di genere non viene affrontata, e le persone non binarie raccontate solo indirettamente) sono investite da un miracolo: la capacità di trasmettere scariche elettriche. Decideranno di servirsene prima per autodifesa, in seguito per ribellione, ma gli eventi precipiteranno in fretta.
Il libro si chiude su un mondo capovolto, in cui sono le donne e non gli uomini  fare la parte dell’oppressore. In cui sono le donne, e non gli uomini, a essere l’immagine del potere. 

Due romanzi su potere e impotenza, dunque, ma anche sul percorso che conduce a entrambi. Una lenta, pericolosa discesa verso la perdita di ogni libertà da un lato e una frenetica, ugualmente rischiosa, scalata verso la conquista di ogni autorità, dall’altro. In entrambi i libri, il processo conta tanto quanto, e forse più, del mondo in cui si approda alla fine.

Ne Il racconto dell’ancella, alla condizione terribile della protagonista, viene intervallato il resoconto del mondo di prima. Anni in cui diritti femminili regrediscono e regrediscono tra qualche protesta e qualche sguardo attonito, però con lentezza, senza allarmare nessuno. Almeno fino al punto di non ritorno, fino a poche settimane in cui tutto precipita. 
Rileggere quelle pagine oggi fa paura, nel contesto di un generale spostamento a destra della politica globale, e di numerosi paesi in cui l’emergenza coronavirus è stata utilizzata per riprendere in mano testi di legge sul corpo femminile. Come se la crisi sanitaria fosse una buona ragione per ostacolare l’accesso ad aborto, contraccezione; come se, nel mezzo di una pandemia, affrontare le questioni di genere fosse un lusso che non possiamo permetterci.

In Ragazze elettriche, la Alderman narra la storia del mondo che si evolve tramite gli occhi di molteplici personaggi, e racconta le loro scelte di fronte all’emergere di questa nuova, irresistibile energia. A ogni capitolo, il lettore si chiede: cosa faresti se improvvisamente avessi la forza di reagire a tutto il dolore che ti è stato inflitto? Cosa succederebbe se veramente la rabbia e l’indignazione e la stanchezza, e la frustrazione derivata da secoli di impotenza si potessero trasformare in una scarica elettrica? 
E se un lettore superficiale potrebbe limitarsi a condannare la deriva dittatoriale delle ragazze elettriche, un’analisi più attenta sottolineerà la difficoltà di spezzare il circolo di violenza innescato da secoli di patriarcato, e di ricostruire veramente un mondo con nuove logiche.
La scelta dei personaggi della Alderman è la scelta davanti a cui ognun* si trova davanti oggi. Essere ancella o essere ragazza elettrica? Accettare o ribellarsi? E poi, se ribellarsi, come farlo in modo tale da non riprodurre la stessa autorità da cui si vuole fuggire? 

Non pretendo di rispondere a quest’ultima domanda — la cosa sicura, è che al potere, sia esso agito o subito, non si sfugge. Una cosa mi sono chiesta più volte: di tutte le capacità che la Alderman poteva scegliere, perché l’elettricità? La mia tesi è la seguente: il potere, per come lo concepiamo ora, è elettricità. 
Qualcosa che può far illuminare una stanza o uccidere un uomo, a seconda di come si decide di usarlo. Qualcosa che crepita all’interno, e che si può scegliere di trattenere o sfogare. Qualcosa che non si vede, non immediatamente, non sempre, e può parere perfettamente innocuo. 
Qualcosa pronto ad esplodere non appena coloro che pensavano di essere impotenti aprono gli occhi, e da una calma apparente fanno nascere la più forte delle scosse.

Francesca P.

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