Inciampi involontari

Amore
Il mare dardeggiante sussurra marce di morte
la carne compie la sua inesorabile ritirata
lividi
continueremo a regnare sopra la polvere
di me non resterà altro che un’ossatura.

Mente
La proiezione termina. Le luci si accendono. Bulbi oculari svuotati. Storditi, stonati, stortati. Stretti si allacciano, disegnando proiezioni ortogonali, si almanaccano. Strappati, strizzati, stremati. Non voglio decidere. Idiosincrasia stordente. Disamina retrograda di un passato esecrabile — paralogismo diastratico. Devo decidere. Soverchiando sotterfugi prodromici, si allenta il livore. Atavico, algido. Euristico, eristico. Decido. Subitanei inconsci sdruciscono l’etere. Ossigeno si dilata. Detona. Deflagra. Bellezza e struggimento in un solo respiro. Passato e presente si scontrano e divampano feroci in un anelito di eternità. Foglie auree metamorfosate orlate di rugiada si tendono, schiave di un eliotropismo straziante, ma invano — fremono. “Quando mi risveglierò nel tuo corpo che si modula come la voce dell’usignolo”. Crepita. 

Cancella
Esseri mollicci e di forma spermatozoica piovono dall’alto di un palcoscenico su cui dondolante cammina una donna che canta in paradiso tutto va bene per la seconda volta guardo scruto disseziono cercando di impossessarmi di una profondità ambigua e ottenebrata celata in minuti di silenzio pianti lamentosi gusci polli matite ha un qualcosa di estremamente affascinante per quanto mi senta esasperatamente lontana dal coglierne il senso e come se non bastasse visioni baluginanti si innestano su luci e ombre sciabordio e ululato inframezzati da gemiti sommergono il groviglio in cui mi trovo incastrata odore di carne putrefatta e sapore di sale chissà se riuscirò a rievocarlo quando dovrò parlarne ma una leva arrugginita viene tirata e la gomma cancella bianco accecante devo scrivere che non ci sono stasera ma le parole sono diventate macigni la visione inizia e divisa mi contendo tra ragione e abitudine incapace di districarmi tra un disegno prestabilito e la costruzione di un amore sono in trappola e prima mi taccio e poi mi rinfaccio e infine mi odio perché io non sono più io ma l’amante mia implacabile mi stritola e io feroce la disconosco e raccolgo il mio corpo con le tue mani che lasciano andare il tempo maligno e gli orologi respirano ancora un enunciato appena accennato dischiude le labbra del nostro amore ma subito stride che cosa hai sentito tutto quello che hai detto risuona una eco paradossale voce di uno che grida in mezzo al deserto è stato l’inconscio il traditore per questo a lungo mi percuoterò il mio corpo un tempio di espiazione divampa tremendo increspandosi e debordante dilaga in superficie esalano all’unisono bellezza e sofferenza stramazzano in aria stagliandosi al suolo su intarsi volumetrici e pioneristici intransigenti e reazionari interazioni di incastri residui interamente intessuti d’incontri intorpiditi da screpolature introduttive e stonature stridenti e suadenti il velo si squarcia il cielo si crepa del suo veloce volo vibriamo di luce propria solo riflessi della memoria ingoiati dal silenzio immobili ci alziamo e insieme sbiadiamo su un orizzonte frastagliato che grida la nostra dipartita.

Anna Lanfranchi

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