L’abbagliante indefinito

ad Aléxandros

“Non fare caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io vedo orizzonti dove tu disegni confini.” — Frida Kahlo

“Conserva questo segreto nel tuo cuore finché non verrà il momento in cui la natura di tuo figlio si manifesterà appieno. Allora sii pronta a tutto, anche a perderlo, perché qualunque cosa tu faccia non riuscirai a impedire che si compia il suo destino, che la sua fama si estenda sino ai confini del mondo” — così le dissero.
Lei non lo sapeva, ma io c’ero. E c’ero più di mille anni dopo, nel 1980, anche se Theodoros non lo sapeva. C’ero nel 1986, quando Steve scrisse (e gli Iron cantarono) di me. C’ero nel 1989, quando Roberto mi inserì in un suo pezzo. C’ero nel 2004, quando Oliver rischiò di rovinare la mia immagine dopo che nel 1998 Valerio Massimo, con la sua trilogia, la portò al suo auge. C’ero 356 anni prima della comparsa di Cristo, uno dei 4-5 umani che abbia considerato davvero al mio livello, quando mia madre e mio padre decisero che sarei stato Ἀλέξανδρος, Aléxandros — sin dalla radice,  ἀλέξ [aléx] e ἀνὴρ, ἀνδρὸς [anḕr, andrós], il protettore degli uomini.
Io ci sono stato. Sempre. E proprio ora sono qui. In mezzo a voi. Ci sono, e ci sarò per sempre. Un grande filosofo recentemente — il vostro “recentemente” — scomparso, sapete, ha consegnato alla storia un massima da non dimenticare: “la morte è l’assentarsi dell’eterno”. Ma si è lasciato sfuggire un dettaglio non da poco: che l’eterno non è presente. L’eterno c’è. L’eterno è Geworfenheit. L’eterno sono le Dodici variazioni mozartiane su Ah, vous dirais-je Maman. L’eterno è Las meninas. E l’eterno, signori, sono io.

Ho circa undici anni. Una mano femminile mi consegna un bel malloppo: 594 pagine. Sin da bambino ho amato leggere, soprattutto libri molto voluminosi. La mia sete di conoscenza, di lettura, di arricchimento, era tale che saltavo l’indice, la prefazione, il prologo, il proemio, l’introduzione — qualunque cosa che mi separasse dal primo capitolo. Non guardavo mai la copertina. Mai. Ma quel libro aveva un’aura diversa. Su dei colori riposanti — e, perlomeno nello sfondo, molto simili a quelli che, circa dieci anni dopo, misero a repentaglio l’esistenza del mio blog si stagliava una figura possente, ulteriormente abbellita da un meraviglioso corsiero.
Solitamente leggevo in tre momenti diversi della giornata: nei miei lunghi bagni, con l’acqua che arrivava fino al collo — quando ancora il mio corpo, nudo e orizzontale, non mi risultava asfissiante — e il libro poco sopra, sorretto da mani spesso tremanti; prima di andare a dormire, con la coperta e il libro — scrutato da occhi spesso affaticati dalla poca luce emanata dalla lampada di sale — a scaldarmi corpo e anima; nel meriggio primaverile che, non so per quale ragione, tanto mi induceva alla lettura.
Quando quella mano, però, mi porse Aléxandros, di Valerio Massimo Manfredi, tutto cambiò. Iniziai a leggere tutto il giorno. Lo finii in 6 giorni — o 5, non ricordo bene. Poi lo ricominciai. Un mese dopo, iniziai la quarta lettura. Nei successivi due anni non lessi nulla di diverso da questo e da un altro libro, di cui vi parlerò fra una trentina di giorni. Nove anni dopo lo finii per la trentaduesima volta.
Quelle 594 pagine, non ho alcun timore a dirlo, mi cambiarono la vita.

Pensateci.
Non sapete il giorno in cui sono nato. Non sapete il giorno in cui sono morto. Sapete sì dell’eterocromia, degli occhi dal colore diverso, ma non sapete di quale colore fosse il secondo. Portavo il collo inclinato verso sinistra — del resto, ero mancino —, è vero, e senz’altro vi siete informati bene su di me: avete scoperto di quanto amassi trattare i miei ispidi capelli rossicci con profumi, incensi e mirra; siete venuti a sapere che iniziai a radermi la barba fin da bambino — lo facevo solo io al tempo, credetemi—, inducendo molti altri a seguire il mio esempio; avete letto, grazie ad Ateneo di Naucrati, che amavo bere e che non di rado ero ubriaco. Addirittura, e devo dire che questo mi ha sorpreso, siete venuti a sapere del fatto che fossi epilettico — come ci siate riusciti, proprio non lo so. Ma, riflettete: se a questo aggiungete l’unico altro tratto di cui siete davvero sicuri, e cioè il mio fisico, vi rendete conto di quanto poco sia. E comunque: potrete anche conoscere tutta la mia vita da un punto di vista storico, tutte le battaglie, tutte le strategie. Ma due cose, di me, non saprete mai: quegli occhi che mi resero leggendario, e come sia avvenuta la mia morte — quella morte che mi consegnò all’eternità.

Di lui mi piacque tutto. Il modo in cui avvicinò quel meraviglioso animale per poi, all’orecchio, sussurrargli: “Bucefalo, questo è il tuo nome”. Quell’animus che lo spinse a dire, senza alcun timore di sbagliarsi: “Perdere? Non è possibile”. Quella sua, demoniaca e paradisiaca, inevitabilità — quell’inevitabilità che portò gli altri a dichiarare, disperati: Tu non c’eri più e con te se n’era andato il sogno che ci aveva tenuti uniti”.
Di lui, degli sceneggiatori statunitensi, scrissero:E quando Alessandro vide l’ampiezza dei suoi domini pianse, perché non c’erano più mondi da conquistare“. Di rado, credo, qualcuno di esterno ad Alessandro e alla sua ristrettissima cerchia di amici e amanti, colse così bene lo spirito del più grande conquistatore di tutti i tempi. Quella famelica, insaziabile, inimmaginabile tensione alla vittoria. Quella inenarrabile, irraggiungibile, impensabile, mentalità che lo portava a rifiutare anche solo la remota possibilità d’una sconfitta. In dodici anni conquistò l’intero Impero Persiano, un dominio di estensione difficile da concepire per una limitata mente umana: un territorio immenso che si estendeva dall’Asia Minore all’Egitto, fino agli attuali Pakistan, Afghanistan e India settentrionale. Morì a trentatré anni, lasciando un’impronta, nel mondo, tale da raggiungere una piccola casa di un piccolo comune di una piccola provincia di una piccola regione di un piccolo paese. In quella piccola casa, nei miei undici come ai vent’anni, per quel che prima era un bambino e che ora suppone di essere un ragazzo, Aléxandros fece la meno preziosa delle sue conquiste: quella del mio cuore.

999 parole, Federico. Sono davvero stupito della tua attenzione a questi dettagli. Il 9, in Cina, è il numero dell’imperatore. Certo, sarebbe stato bello se avessi provato a parlare delle mie eroiche conquiste, delle mie geniali strategie, dei miei amori, delle mie rivalse su Filippo e Parmenione. Sarebbe stato interessante leggere cosa tu abbia evinto, dopo quelle trentadue occasioni in cui, paziente, ti osservavo (perché, qualora te ne stia dimenticando, io sono proprio qui, ora, accanto a te) sfogliare da cima a fondo quelle 594 pagine. Sarebbe stato forse ancor più avvincente se avessi tentato l’ardua impresa di descrivi in maniera anticonformistica, partendo dalla mia dissolutezza e finendo con la mia superbia. Sarebbe, sarebbe, sarebbe. È il condizionale, Federico. Un verbo al condizionale è un verbo incerto ma deciso, timido ma assertivo. Non sa, perché non è successo, ma è certo che al verificarsi di quell’eventualità, sarebbe — appunto — seguita quella conseguenza. È il tuo modo verbale, Federico. Un modo forse all’apparenza elegante e che, se ben concordato, può certo apparire scintillante; che è in grado di creare immagini evocativi; e che, di fatto, rende possibile asserire dubitando — cioè di dire con certezza senza possedere alcun sapere.
Non so, Federico, e non lo so davvero, se l’avessi potuto scegliere io, se avrei apprezzato maggiormente un articolo di diversa caratura. Ma so una cosa sola: che questa tua scelta — di parlare in modo così poco descrittivo, così solo di rado puntiglioso, così marginalmente enfatico —, se posso dire, è davvero inusuale — e, per questo, adeguata a me.
Un vecchio detto sostiene che ciò che si immagina sarà sempre più vivo rispetto a ciò che viene mostrato, e il fatto che tu abbia deciso di lasciarmi aleggiare nei pensieri di quei — 50, 100, 200 o chissà quanti — lettori che proprio ora si trovano in questo punto nel tuo articolo, in maniera così nebulosa, così indefinita, così soffice, davvero mi piace molto.
E, quando uno di quei poeti che più amo, ha scritto — con una frase che tu, quando hai scelto di scrivere così l’articolo, conoscevi — che “Vago e nebuloso è l’inizio di ogni cosa, ma non la sua fine”, proprio questo intendeva: che quando qualcuno (o qualcosa) nasce, sfuma; è la fine, come io e te sappiamo, a essere precisa.
E io, Federico — io che sono nato ma che non sarò mai morto; io che sono stato generato, pur essendo eterno; io che sono stato gettato, seppure sotto il mio pieno controllo —, ti sono grato per aver almeno tentato di tratteggiare la mia indefinibile, e proprio per questo abbacinante, grandezza.

Del resto, come Harumi Murakami ben scriveva,

Sebbene dietro le nuvole si intravedesse una vaga luminosità, era impossibile capire quante lune ci fossero.

Tuo per sempre,
Aléxandros.

Federico

2 risposte a "L’abbagliante indefinito"

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  1. Finalmente una lettura comune! Come al solito invece una emozione condivisa e una passione per il personaggio Alessandro.
    Pascoli gli dedicò un breve poemetto: chi si ricorda più di Pascoli e del suo Alexandros?
    Secondo la leggenda Alessandro aveva occhi di colore diverso; Pascoli la riprende e le attribuisce un significato nuovo.
    Gli strani occhi diventano simboli di un conflitto interiore: l’occhio nero rappresenta la speranza (lo sperar) di aver ancora tanto da scoprire e da conoscere, una speranza destinata a diventare sempre più debole (più vana); l’occhio azzurro è l’immagine del desiderio (il desiar), della voglia di andare “oltre” che diventa sempre più forte e può solo restare inappagata: il mondo è pieno di mistero, di forze sconosciute e inarrestabili che neppure il re dei Macedoni arriverà mai a dominare (ode forze incognite, incessanti/ passargli a fronte nell’immenso piano). Da questo contrasto insanabile nasce il tormento che fa piangere il re dei Macedoni:

    V
    E così, piange, poi che giunse anelo:
    piange dall’occhio nero come morte;
    piange dall’occhio azzurro come cielo.

    Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
    nell’occhio nero lo sperar, più vano;
    nell’occhio azzurro il desiar, più forte.

    Egli ode belve fremere lontano,
    egli ode forze incognite, incessanti,
    passargli a fronte nell’immenso piano,

    come trotto di mandre d’elefanti.
    [continua]

    Speranza e desiderio di andare oltre, mi fanno tornare in mente un altro Alexandros, altrettanto possente:
    Alekos Panagulis. Orianna Fallaci in Un uomo gli dedica queste splendide righe di scrittura narrando la «solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti».

    «Negli abbracci forsennati o dolcissimi non era il tuo corpo che cercavo bensì la tua anima, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi sogni, le tue poesie. E forse è vero che quasi mai l’amore ha per oggetto un corpo, spesso si sceglie o si accetta una persona per la malìa inesplicabile con la quale essa ci investe, o per ciò che essa rappresenta ai nostri occhi, alle nostre convinzioni, alla nostra morale; però il veicolo di un rapporto amoroso rimane il corpo e, se quello non ti seduce, qualcos’altro deve pur sedurti. Il carattere, ad esempio, il modo di vivere o di comportarsi. E col tempo avevo scoperto che neanche il tuo carattere mi piaceva molto. […] Ma allora perché avevo avuto quell’impulso di correrti dietro, di abbracciarti, sentire i tuoi baffi contro la mia guancia, perché ora sentivo il bisogno di raschiarmi la gola e ricacciare indietro le lacrime?».

    Due uomini eccezionali

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