Contro la scatola di cioccolatini rosa

Parte da dentro, dalla bocca dello stomaco, si insinua sotto la pelle e ti blocca il respiro ogni volta che  provi a chiamare il nome di qualcuno. Non si può uscire: in giro c’è un nemico invisibile che ti si  attacca ai vestiti, un certo Strazio19, o Terminator20, un esserino che prima di entrare non ti chiede  il permesso ma che porta con sé sempre una scatola di cioccolatini, giusto per rendere l’invadenza  meno amara. Hanno tutti una confettura rosa, sono tondi tondi e pieni di praline, dall’aspetto talmente  tanto invitante che per un attimo dimentichi chi te li sta offrendo. Dentro nascondono un cuore amaro,  nero come la pece, talmente tanto privo di colore che quasi hai paura che a guardarlo bene, quel nero,  ti possa inghiottire. Come se chi l’avesse progettato avesse deciso di lanciare un messaggio preciso:  ti saresti potuto fermare a guardarli e basta, e invece hai voluto assaggiarli; hai dato per scontato che  niente di così bello potesse nascondere al suo interno qualcosa di così spaventoso. Ora ti ritrovi a  guardare tutto quel nero mentre danneggia la confettura, il colore sta sparendo e tu non puoi fare nulla  per far tornare la scatola com’era prima. 

Com’era? Ah, sì: “La vita è come una scatola di cioccolatini…” 

Ora lo sai, non si può uscire – e i cioccolatini, a volte, li puoi solo guardare mentre marciscono.  Eppure, tu, amica mia, ce l’hai il modo per trovarti fuori dalle mura di casa tua, ogni volta che ne  senti l’esigenza, ogni volta che ne hai voglia. Provi ad urlarlo a tutti, anche a me, cerchi di far arrivare  la tua voce lontano, specialmente a quelli che a star soli proprio non riescono. Ma hai sempre quel  macigno sullo stomaco, che ti comprime gli organi e che ad ogni respiro si fa sempre più pesante. Col  passare del tempo e della vita, tra un film scaricato illegalmente e un abbonamento a Netflix, hai  incontrato molti volti: quello di amici secolari e quello di gente mai vista prima. Hai indossato un  abito carino e sei andata a cena con loro, ti hanno vista sorridere e lasciarti alle spalle, anche solo per  un paio d’ore, tutto quello che da mesi hai costantemente davanti agli occhi e che ti offusca pure i  pensieri. Poi sei tornata a casa, hai riposto quell’abito carino, rosso e carino, nell’armadio e hai  cominciato ad aspettare che Richard Gere1 ti venisse di nuovo a prendere, per farti evadere ancora un  po’. 

Nel frattempo tu, amico della mia amica, stavi guardando il notiziario quando hai deciso di cambiare canale e sei tornato nei luoghi che nel corso degli anni ti hanno commosso fino a farti versare una  marea di lacrime, in quei posti in cui hai lasciato una parte di te. Negli ultimi mesi hai scoperto  ambienti che ti hanno fatto sentire a casa, pieno d’affetto e finalmente te stesso. A volte chiudi gli  occhi e ti ritrovi su quella panchina, in un altro continente, mentre Robin Williams sta parlando a  Matt Damon2 dell’arte di amare e di vivere. Ti vengono, ogni volta, le lacrime agli occhi e pensi a  quanto sia bello, in fondo, potersi trovare lì, con la loro compagnia e con quella di te stesso, del tuo  bagaglio e di nient’altro. Allora ci provi, di nuovo, provi a dire a tutti di raggiungerti nel tuo posto  felice, su quella panchina, nonostante il blocco alla bocca dello stomaco che pare non voglia darti  tregua. Ci provi e ci riprovi, e più lo fai e più senti che è giusto farlo, e ad un tratto tutto ti sembra più  chiaro. Nessun masso, non si tratta di niente di così pesante, è soltanto paura: hai paura di condividere  quei posti che da sempre sono le tue mille altre case con qualcuno da cui potresti voler scappare,  prima o poi; e dove scappi, se distribuisci le chiavi di casa tua in giro? 

Ogni volta, tu, fidanzato dell’amico della mia amica, provi a gridare agli altri dove ti trovi ma anziché  aprire la bocca cominci a tremare come una foglia. Vuoi far capire agli altri che in fondo possono  sentirsi meno soli anche loro, meno spaventati e meno tristi; vuoi fargli credere che possono dirigersi  verso un altro posto dopo le dieci di sera nonostante il coprifuoco; vuoi convincerli che possono  mettere su un film e raggiungerti in qualche bel posto, invece di aspettare che il tanfo di glassa rosa andata a male misto a gel igienizzante si insinui oltre la porta d’ingresso e li raggiunga. Vuoi farlo,  lo vuoi davvero, ma è tutto così nuovo, per te, che hai bisogno di più di una boccata di coraggio per farlo. Non hai mai davvero avvertito l’esigenza di far entrare qualcuno nel tuo posto felice, mentre  Claire Forlani spiega a Brad Pitt3 che la cosa che sta mangiando con gusto si chiama burro  d’arachidi, vero? Hai sempre incontrato gli amici fuori, per strada e in pizzeria, hai trascorso dei bei  momenti e poi, ancora troppo poco sazio per chiudere la giornata, hai raggiunto Kim Tae-ri4 a Seoul  e vi siete seduti in mezzo al verde a mangiare pomodori. 

È in momenti strani e surreali come questi che stiamo vivendo nel 2020, che ti ritrovi, sorella della  mia amica e via discorrendo, a mettere in discussione tutto quello di cui eri più convinta, e ad aprire  qualche porta: la paura che avevi di condividere il tuo mondo con qualcuno lascia il posto al desiderio  di stare insieme e basta, perché non lo si può fare davanti ad una tazza di the caldo, ma gli sguardi si  possono comunque incrociare mentre si guarda, insieme, la stessa scena, e ci si può ritrovare lì. Che  sarà mai, in fondo, entrare nella grotta misteriosa insieme a Andy Samberg5 e, magari, a me? 

Potremmo ritrovarci a vivere sempre lo stesso giorno per tutta la vita, potremmo aver paura di  disintegrarci e poi potremmo viverci davvero. E allora consigliamelo, il tuo film preferito, perché non  posso uscire e noi non possiamo incontrarci, aprimi una delle porte che conduce a te e vediamoci là.  All’improvviso non sei più sola, ad ascoltare le note di Chuck Berry, mentre Uma Thurman e John  Travolta6 ballano e si dimenano su quella pista. Finalmente mi siedo di fianco a te e faccio: “Mi è  piaciuto il posto che mi hai consigliato e ci sono tornata, sono felice di trovarti qui. Frappè?” 

Offro io, si capisce. Alla prossima porta, vi va? Non vedo l’ora di leggere insieme a voi, immersi in  un mare di lacrime e aspettando di poterci riabbracciare, la frase che Emile Hirsch7 scrive sul suo  quaderno, mentre siamo tutti sotto tetti diversi e distanti un bel po’ di chilometri, ma soli mai. 

Con la gentile partecipazione di:  
~ Richard Gere1 in Pretty woman (1990); 
~ Robin Williams e a Matt Damon2 in Good Will Hunting (1997); 
~ Claire Forlani e Brad Pitt3 in Meet Joe Black (1998); 
~ Kim Tae-ri4 in Little Forest (2008); 
~ Andy Samberg5 in Palm Springs (2020); 
~ Uma Thurman e John Travolta6 in Pulp fiction (1994); 
~ Emile Hirsch7 in Into the wild (2007).

Simona De Stefano

Una risposta a "Contro la scatola di cioccolatini rosa"

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  1. Al di là dei raffinati input cinematografici, questo testo mi ha comunicato una grande fiducia. La fiducia nel poter “sentire” che il cinema non è soltanto un mezzo d intrattenimento ma anche un nuovo tipo di comunicazione emotiva e, perchè no, sentimentale. Infatti credo fermamente che consigliare un film, oggi, ti metta in relazione ad altre persone, stabilendo così un ponte di conoscenza, un incipit per rompere il ghiaccio, uno spunto per un dialogo serale interminabile o semplicemente un contatto umano che ci rende poi partecipi di una collettività di amicizie, di cui ignoravamo l esistenza. Il cinema, se facciamo caso, ci fa sentire meno soli. Il testo quindi non è solo un omaggio all amore viscerale per la Cinematografia, ma è anche un omaggio al valore intrinseco dell’Amore, come unico grande motore artistico e antidoto dello Strazio19. Ps: se avessi anche solo una mezza possibilità di entrare nella grotta con Simona, la coglierei al volo. Intrappolati in un loop temporale, ci consiglieremmo i film più belli di sempre… 🙂

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