2020

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Mi giro e rigiro tra le mani le copie di 1984 e Il mondo nuovo, di tanto in tanto ne apro uno dei due, cerco una citazione, inseguo un’idea. Tra me e me, mi preparo a spiegare come questi due capolavori della letteratura distopica hanno descritto il declino presente, inquietante specchio dell’instabilità attuale. Non riesco ad evitare, nonostante tutto, un senso di inutilità. 
Davvero serve che io riprenda in mano questi due romanzi, quando già ci hanno pensato mille altri, e davvero serve un’ulteriore lista dei mali della nostra epoca? 
Forse è stato quest’anno. Siamo giunti termine di un 2020 che è passato dal surreale al tragico e poi di nuovo all’allucinatorio, un susseguirsi di notizie di cronache che parevano uscite direttamente dalla penna di un romanziere. 
E ora mi viene il dubbio che il tentativo di questa rubrica stessa, parlare di distopie come riflesso distorto della modernità, rischi di essere schiacciato dal peso della realtà. Alla fine ritorno a scrivere più per automatismo che per convinzione, mentre tra me e me medito sulle diverse profondità dello scoramento.

Scoramento è anche la sensazione prevalente che provo rileggendo di 1984 di George Orwell. Un mondo congelato nella guerra perpetua di 3 superpotenze globali, un Partito che tiene la popolazione sotto strettissimo controllo con violenza e sorveglianza di massa, vite omologate dalla propaganda, il grigiore che penetra ogni superficie e non lascia uno spiraglio di luce. Nell’immaginare il mondo di 1984, i colori virano sempre all’opaco, e i volti sono quelli di manichini privi di espressione. Il celeberrimo motto “Il Grande Fratello ti guarda”, più che una minaccia suona come un proverbio, sigillo di ceralacca su una condanna all’ergastolo. E la costante alterazione dei fatti per adattarli alla propaganda- una evoluzione del concetto di post-verità, si potrebbe argomentare – si perde nell’indifferenza generale della popolazione di questa distopia, tenuta a bada dal terrore e dal sostanziale vuoto delle loro vite.

Il mondo nuovo di Aldous Huxley, in confronto, si prospetta più pirotecnico. Sempre di distopie stiamo parlando, ma almeno questa è a colori. La scena iniziale è una fantasiosa e terrificante esplorazione di una fabbrica di embrioni, gestita all’insegna della più radicale prospettiva eugenetica e da una mentalità dichiaratamente classista. 
Anche il mondo nuovo è governato da una dittatura totalitaria, una che però ha scelto di sfruttare la scienza e il mercato a proprio beneficio. Gli abitanti di questa realtà sono prigionieri tanto quanto quelli di 1984, ma sono stati condizionati a non dispiacersene da un mix di tecniche ipnotiche, intrattenimento continuo e una droga, il soma, a cui rivolgersi ogni volta che sorge la più minima difficoltà. Nondimeno anche qui, dopo poche pagine, di nuovo la malinconia si insinua, perchè questo è uno scenario noto a qualunque uomo moderno. Non è difficile intravedere, dietro il tecnicolor dei cinema e il lusso dei trasporti, l’ombra del vuoto esistenziale proiettarsi su esistenze apparentemente perfette. Ecco che lo scoramento mi ha raggiunto. Insieme ad una sorta di bizzarra pietà per i cittadini di quel finto idillio, con la loro parvenza di felicità: cosa succederebbe se arrivasse qualcosa a scombinare le carte, a soffiare via le maschere e svelare l’abisso?

Un articolo di qualche anno fa del New York Times argomentava che Huxley avesse previsto la moderna società consumista e materialistica con un’efficacia impareggiabile. Lo stesso articolo rimproverava ad Orwell l’essenziale grigiore, la mancanza di immaginazione nel descrivere una società futura, nonché l’eccessiva insistenza sui meccanismi violenti del potere. 
Tuttavia, rileggendo le due opere alla fine del 2020, viene da pensare che forse bisogna abbandonare l’opposizione tra i due romanzi, in virtù di un’analisi che li veda come facce di una stessa medaglia. Nel corso dei mesi precedenti, la facciata da positivisti ed edonisti da mondo nuovo è stata raschiata via e ha rivelato realtà sempre più terrificanti. 
Come un’emergenza sanitaria trasformata in alcuni stati in una ragione per proteggere a tutti i costi l’operato delle forze dell’ordine, in altri strumentalizzata per mettere in discussione dei basilari diritti civili.
Come negazionismo e fake news nei confronti della scienza di fronte a persone che continuavano a morire, e persone che ostinavano a negare l’esistenza di un virus anche mentre portate in terapia intensiva.
Come una coesistenza paradossale di diritti dei lavoratori negati e insistenza a riaprire tutto per far andare avanti il ciclo del consumismo. 

Cosa succede quando il mondo nuovo si ammala? Cosa succede ai cittadini d’elite, tenuti a distanza di sicurezza dalla morte e dal dolore, cosa succede agli altri, che ci vivevano in mezzo cercando di non pensarci?
Huxley scriveva, in una lettera ad Orwell, “Il desiderio del potere può essere completamente soddisfatto tanto suggerendo alle persone di amare la loro schiavitù quanto riducendole all’obbedienza con calci e pugni”. Non aveva tutti i torti, come si è visto negli ultimi decenni. 
Tuttavia quando il condizionamento non basta, quando la parvenza di mondo perfetto si scrosta, e qualcuno decide che è il momento di protestare, di nuovo sono le profezie di Orwell a tornare alla ribalta. Magari sottoforma di droni in giro per le città a monitorare che non ci siano camminatori non autorizzati, misura quasi ridicola se si pensa che, per esempio, è stato fatto quasi poco o nulla per gestire l’emergenza sanitaria nelle carceri.

Ciliegina sulla torta, Orwell e Huxley raccontavano di mondi in cui queste derive erano imposte da dittature totalitarie continentali o addirittura globali. Ma, al costo di un’altissima semplificazione, è chiaro che la politica attuale è un mosaico di singoli stati e diversi orientamenti politici. Non c’è nessun Grande Fratello, e non c’è nessun mondo nuovo ad influenzarci senza possibilità di cambiamento. La cattiva notizia è che la nostra rovina ce la stiamo fabbricando con le nostre mani. 
E si ritorna al punto d’inizio, allo scoramento. Mentre scrivo, sento la tentazione del cinismo, di reiterare che anche dalla modernità non c’è scampo e che ormai siamo andati troppo avanti. Può essere. Sì, magari è.
Ma intanto, tramite l’esercizio della scrittura, lo scoramento si è trasformato in indignazione e la stanchezza di vedere nel desiderio di raccontare. La buona notizia è che abbiamo ancora la possibilità di fare marcia indietro.
Cerchiamo di non sprecarla. 

Francesca

*fonti nella versione inglese (N.d.R.)

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