L’illeggibile (auto)biografia

a Sherlock

“La mia vita non è che un continuo sforzo per sfuggire alla banalità dell’esistenza.” — Sherlock Holmes

È la storia di un rifiuto.
Natale 2012.
Le regalo, senza saperlo, un libro che mi cambierà la vita.

È la storia di una rivoluzione.
Gennaio 2013.
Apro, senza avere idea di ciò che mi aspetta, un libro che mi sconvolgerà la vita.
Il libro in questione è nella collana Oscar Mondadori, ha un’introduzione di uno scrittore (John Le Carré) che allora non conoscevo e di cui poi imparai a conoscere il nome, un titolo che, all’epoca, di speciale aveva poco e niente: Elementare, Watson!. L’autore, invece, l’avevo già sentito menzionare — altrimenti non avrei comprato quel libro per poi regalarlo — e rispondeva al nome di Arthur Conan Doyle. Di quel bel volume (874 facciate, non una di meno), finito molteplicemente bagnato dall’acqua della vasca — in cui mi sdraiavo, tredicenne, e di cui vi ho già parlato —, saranno tante le pagine a cambiarmi la vita. Di queste, però, due si imposero su tutte le altre — e le incontrai subito, quasi come se il libro avesse scelto di sconvolgermi ancor prima del suo inizio.
Mentre sono a pagina 17, leggo un dialogo fra il Dottor Watson e Sherlock Holmes. Il primo insegna al secondo chi fosse e cosa avesse fatto Thomas Carlyle, quale fosse la composizione del sistema solare e, addirittura, la teoria di Copernico. Per dirla con Watson: “Il fatto che un essere civile, in questo nostro diciannovesimo secolo, non sapesse che la Terra gira attorno al Sole mi pareva così straordinario che stentavo a capacitarmene”. Holmes, la cui “ignoranza era notevole quanto la sua cultura”, gelò Watson asserendo che avrebbe fatto di tutto pur di dimenticare quelle cose. Di fronte al nuovo, ancor maggiore, sbalordimento di Watson, arrivò il primo dei passaggi che, davvero, fece di me una persona diversa:

“Vede,” mi spiegò “secondo me, il cervello di un uomo, in origine, è come una soffitta vuota: la si deve riempire con mobilio di nostra scelta. L’incauto v’immagazzina tutte le mercanzie che si trova tra i piedi: le nozioni che potrebbero essergli utili finiscono per non trovare più spazio o, nella migliore delle ipotesi, si mescolano e si confondono con una quantità di altre cose, cosicché diviene assai difficile reperirle. Viceversa lo studioso accorto seleziona accuratamente ciò che immagazzina nella soffitta del suo cervello. Ci mette soltanto gli strumenti che possono aiutarlo nel lavoro, ma di quelli tiene un vasto assortimento, e si sforza di sistemarli nell’ordine più perfetto. È un errore illudersi che quella stanzetta abbia le pareti elastiche e possa ampliarsi a dismisura. Creda a me, viene sempre il momento in cui, per ogni nuova cognizione, se ne dimentica qualcuna acquisita in passato. Di conseguenza è importantissimo evitare che un assortimento di fatti inutili possa spodestare quelli utili.”.

Una rivoluzione. Non ci sono altri termini se non questo. Etimologicamente, quella sollevazione di popolo per sconvolgere l’ordine politico costituito che però è anche “volgimento in giro”, “ritornare”, “volgere indietro” —sguardo al passato teso al rovesciamento del presente.
Quando, per la prima volta, lessi questo passaggio, l’impressione fu questa: una rivoluzione. Un radicale, a tratti terribile, sconvolgimento. Imparai, con la stupefazione di chi vede per la prima volta un’opera michelangiolesca, come fosse necessario selezionare ogni conoscenza, dirigere ogni sapere, scansionare ogni evento.
Così, non mi sorpresi quando, girando pagina, trovai quelle che Watson chiamò “Cognizioni di Sherlock Holmes”:

  1. Letteratura: zero.
  2. Filosofia: zero.
  3. Astronomia: zero.
  4. Politica: scarse.
  5. Botanica: variabili. Conosce a fondo le caratteristiche e le applicazioni della belladonna, dell’oppio e dei veleni in generale. Non sa nulla di giardinaggio e di orticoltura.
  6. Geologia: pratiche, ma limitate. Riconosce a prima vista le diverse qualità di terra. Dopo una passeggiata, mi ha mostrato delle macchie sui suoi calzoni indicando, in base al colore e alla consistenza, in quale parte di Londra aveva raccolto il fango dell’una o dell’altra.
  7. Chimica: profonde.
  8. Anatomia: esatte, ma poco sistematiche.
  9. Letteratura scandalistica: illimitate. A quanto pare, conosce i particolari di tutti gli orrori perpetrati nel nostro secolo.
  10. Suona bene il violino.
  11. È abilissimo nel pugilato e nella scherma.
  12. Ha una buona conoscenza pratica del diritto inglese.

Ci sono personaggi che vanno descritti, quantomeno parzialmente, con le parole degli altri. Ce ne sono altri, invece, ai quali bisogna rivolgersi quasi in preghiera, girando loro attorno, e sperando in un loro ascolto che solo talvolta avviene. C’è qualcuno, infine, che va descritto solo e soltanto con le sue frasi, i suoi passaggi, i suoi pensieri — e Sherlock è proprio così: del tutto impossibile da descrivere se non con massime quali “Una deduzione giusta ne suggerisce invariabilmente altre” e “Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”.

Non è assolutamente possibile descrivere quel che Holmes sia stato per me — e questo vale per Aléxandros, per Kobe, e per altri due-tre Eletti di cui ancora non ho scritto alcunché. È per questo, fondamentalmente, che non ci ho nemmeno provato, in nessuno dei tre casi. Ho tentato, e spero di esserci minimamente riuscito, di contornare queste tre grandi figure, più interessato a rendere nitido il loro sfondo che non quel che si stagliava in primissimo piano. Per Sherlock, però, nemmeno questo era possibile — anche, e soprattutto, per il fatto che Holmes, diversamente dagli altri due, per quanto il mio cuore sostenga il contrario, de facto non esiste.
E se, a questo punto, al termine di questi tre ritratti d’ossessione, vi steste chiedendo, anche legittimamente, che cosa stiate leggendo, dato che chi vi scrive ha ammesso l’impossibilità di descrivere i soggetti ritratti — e, in questo caso specifico, anche lo sfondo che ne sta alle spalle —, la vostra domanda, inutile negarlo, avrebbe ragion d’essere.

Di lui ho amato tutto. Letteralmente qualunque cosa. Le siringhe con le quali si forava le vene al solo scopo di vedere l’effetto che le varie sostanze facessero, le lenti d’ingrandimento grazie a cui illuminava dettagli che nessun avrebbe mai considerato, la pipa dalla quale inalava tabacco, il cappotto che tutt’oggi inseguo, e il violino che nel passato ho suonato.
Laddove Kobe mi ha ferito e Aléxandros illuminato, Sherlock mi ha cresciuto. Mi ha accolto, docilmente, per poi buttarmi-nel-mondo, quasi insopportabilmente.
Ma forse, paradossalmente, il vero motivo per cui questo geniale deduttore mi ha colpito, svezzato, e terribilmente sedotto è la sua profonda umanità, il suo dionisiaco bisogno di qualcosa fuori dall’ordinario, e la sua conseguente, ossessiva, necessità di spezzare la monotonia del vivere, la noia del soffrire, la banalità del gioire.
Perché, per dirla di nuovo con le mie sue parole,

“La mia vita non è che un continuo sforzo per sfuggire alla banalità dell’esistenza.”

Federico

2 risposte a "L’illeggibile (auto)biografia"

Add yours

  1. Ogni tuo pezzo è una rivelazione. Dal complicato al semplice; dall’ esoterico al casual (in senso buono); dall’ incomprensibile all’ umanissimo Sherlock hai toccato tante corde, tutte con stile e competenza.
    Questo pezzo nei suoi vari riferimenti mi fa venire alla mente Lacan (tu sai perché). In particolare il tema dello specchio e il bimbo in frammenti di fronte alla sua immagine ideale, il moi. Credo che il disordine o meglio la disordinata varietà degli interessi sia la base costituente di ogni personalità.
    Non è cattiva cosa girovagare per i mercatini della mente alla ricerca di stimoli. Si accatastano e magari si abbandonano li come un maglione infeltrito. Ma viene il momento in cui quel capo ti torna utile: fosse anche per lucidare la macchina dopo il polish.
    La nostra soffitta mentale è straordinariamente vasta: siamo noi talvolta a non volerne approfittare con il rischio che un giorno lo straccio di lana ci manca.
    Schwarz il mitico e disgraziato fondatore di Reddit si dava l’obiettivo annuale di leggere ameno 100 libri per anno! Noi ne leggiamo tanti, forse non come Schwarz e non sempre per libera scelta. Credo di poter dire che di tutto quello che ho letto e di tutte le esperienze che ho fatto, non ne porterei al macero neanche una. C’è sempre il momento della loro utilità.
    Penso che tu sia d’accordo.
    Con buona pace di Sherlock, che resta comunque un grande.

    Luciano

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