Intersecare

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Intersezionalità. Femminismo intersezionale. Forse l’avete sentito nominare ma vi state chiedendo a cosa serva un termine così complicato. Di più: così accademico. Vi chiedo uno sforzo: ricordare che la lingua non è mai solo materia d’accademia, dietro le parole ci sono vite nella solo interezza. Aggiungere una definizione al proprio vocabolario significa rendere visibili corpi ed esistenze prima nascoste da una mancanza terminologica. 

Cominciamo dalla definizione. La parola “intersezionalità” è stato coniata nel 1989 dall’attivista e professoressa di legge Kimberlé Crenshaw per descrivere la condizione delle donne afroamericane, costrette ad affrontare allo stesso tempo razzismo e sessismo, eppure emarginate nei loro stessi spazi di lotta per via di questa sovrapposizione di oppressioni. Un termine dunque nato per dare voce ad una condizione dimenticata in maniera sistematica, o meglio, sistemica. Anche se in realtà femministe e attiviste per i diritti civili ne discutevano da decenni, si vedano per esempio alcuni lavori di Audre Lorde o di Bell Hooks.  
Con gli anni il concetto di femminismo intersezionale ha cominciato ad ampliarsi e ad indicare l’intersezione di diversi fattori che si traducono in discriminazione, per esempio etnia, identità di genere ma anche orientamento sessuale, classe, religione, disabilità fisica o mentale, eccetera.
Per chi si trova in una di queste intersezioni, il problema è sempre stato duplice. Da un lato, c’è un sistema che ama stratificare più generi di marginalizzazione. Dall’altro, ci sono spazi di attivismo e rappresentazione nel migliore dei casi soggetti alla dimenticanza, nel peggiore dichiaratamente esclusivi. 

Facile notare che diverse forme di oppressione sono spesso andate a braccetto. I partiti politici che bloccano i migranti ai confini e lasciano famiglie annegare in mare tendono ad essere gli stessi che si mettono in prima linea per la cosiddetta “famiglia naturale”. L’Italia ne ha avuto un esempio nel Family Day, grottesco conglomerato di teorie misogine e proclami contro una presunta “ideologia gender”, frequentato da noti portatori di politiche sovraniste. 
D’altronde l’alleanza tra razzismo, sessismo e omotransfobia è lunga, come ha sottolineato l’artista e attivista Alok Vaid-Menon, e dura da secoli. 
Per esempio, fa notare che la moderna concezione binaria del genere in quanto fondata su una presunta dualità biologica è nata sotto il segno di una presunta superiorità europea. Nell’Ottocento era credenza comune tra scienziati e antropologi che “più le società progredivano dall’essere “selvaggi” all’essere civilizzati, più la distinzione fra uomini e donne cresceva” .
Ciò che emerge in entrambi questi esempi è la tendenza di varie discriminazioni a unirsi e solidificarsi a vicenda. A questo punto qualcuno invocherà un’alleanza universale tra discriminati, ma purtroppo la questione non è così semplice.

Infatti, accade spesso che movimenti responsabili dissipare queste multiple discriminazioni le riproducono al loro interno. E lo stesso femminismo è tutt’altro che esente da colpe. 
Da un lato, guardando alle radici storiche del movimento si trovano storie razzismo più o meno dichiarato. Si veda l’esempio di una scissione dell’AERA, American Equal Rights Association, tra chi sosteneva di voler ottenere in primis il voto per gli afroamericani e chi per le donne.  Alcune figure storiche del movimento sostennero che  le donne bianche dovessero essere le prime in quanto “più civilizzate”. Tanto tempo fa, giusto? Non così tanto, però, se ancora oggi si continuano a proclamare come icone universali dell’esperienza femminile prevalentemente “voci bianche di classe medio-alta”, come fa notare la giornalista Rebecca Liu.
Dall’altro lato, certo femminismo radicale ha una tradizione di diffidenza nei confronti di voci transgender, se di non aperta transfobia. Il discorso vale anche per il mondo anglosassone, ma qualche mese fa ha trovato un esempio perfetto in Italia. Quando all’opposizione ad una legge contro l’omotransfobia, si sono presentate, insieme alle destre presenti suddetto Family Day, anche alcune eminenti rappresentanti del femminismo italiano. 
Si sono dette preoccupate che parlare di “identità di genere” rappresenti una minaccia per la realtà fisica del corpo femminile. Una dimostrazione di pregiudizio, oltre che un chiaro fraintendimento. Nessuno intendeva certo dichiarare identiche le esperienze di una donna cisgender e una donna transgender (chi è cisgender non deve preoccuparsi quando usa un bagno pubblico), ma di dichiararle entrambe valide, e creare spazi di confronto e di accettazione. Insomma, di intersezionalità.

Nondimeno occorre evitare un altro rischio: in nome dell’intersezionalità. cancellare della specificità delle lotte individuali. E trasformare tutto l’attivismo in una generica bolla dove ogni rivendicazione è uguale, dimenticando che proprio il significato di questa parola consiste nel riconoscimento dei diversi modi e gradi di oppressione. Si veda la performance di spoken word “Lost voices” su Youtube, un commentario neanche troppo velato sull’assurdità di chi pretende di conoscere l’esperienza di oppressione altrui guardando alla propria. I performer sottolineano, parlando di razzismo e sessismo: “Abbiamo due ferite diverse, e guardare la tua non fa nulla per guarire la mia”. 
C’è un senso di scoramento, certo, una sensazione di incomunicabilità, di incolmabile distanza. Ma c’è anche il riconoscimento che mantenere quella distanza e rispettare quella differenza è l’unico modo per costruire una forma di comune solidarietà. 

E dunque, si ritorna alla solidarietà. Sotto questa luce, tendenze oppressive all’interno del femminismo o di altri movimenti non rappresentano una questione marginale da emendare, ma un non-sense costitutivo. La posta in gioco è alta: come può un movimento essere veramente liberatorio se manca dell’autocritica per riconoscere al proprio interno altri generi di discriminazione? E come può essere veramente rivoluzionario, se condivide gli stessi pregiudizi del sistema esistente? 
Il pericolo di un femminismo esclusivo, internamente razzista, internamente omotransfobico (e dunque volontariamente dannoso) è che può essere facilmente inglobato nella struttura esistente. Può cominciare a cercare briciole di integrazione e di rinunciare, per quelle briciole, a una serie di principi fondamentali. Tuttavia i fini del femminismo, e dell’attivismo radicale non sono una semplice assimilazione all’interno di un sistema bacato, ma una radicale distruzione e ricostruzione dell’intera architettura di potere. Si tratta certo di un obiettivo utopico. Proprio per questo, la rivoluzione dovrà cominciare da più fronti: a questo serve l’intersezionalità. 
Lo spiega magistralmente la giornalista e scrittrice Reni Eddo-Lodge: 

“Il femminismo al suo meglio è un movimento che lavora per liberare tutte le persone che sono state economicamente, socialmente e culturalmente marginalizzate da un sistema ideologico disegnato per farle fallire […] Dopo una vita passata a rappresentare la differenza, non ho alcun desiderio di essere uguale. Voglio decostruire il potere strutturale che mi ha chiamata fuori come differente.”

Francesca P.

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