Acciaio vivo

Scrivere, sì, è perdermi, ma tutti si perdono, poiché tutto è una perdita. Tuttavia, io mi perdo senza allegria, non come il fiume nella foce rispetto alla quale è nato ignaro, ma come un lago formato sulla spiaggia dall’alta marea e la cui acqua, assorbita dalla sabbia, non tornerà mai più al mare. — Fernando Pessoa

Lui, piccino, è in camera sua.
A guardarlo fa davvero tenerezza.
Qualcuno, un giorno, scrisse: tardi ingegni, rintuzzati e sciocchi. E, come descrizione, era davvero perfetta.
Chiuso in quel microcosmo ormai da settimane, passava le sue ore nei modi più disparati. L’attività principale era il costante mordicchiamento delle pellicine che si formavano in corrispondenza della dita, specialmente l’indice sinistro e il pollice destro. Quest’attività — che, come dicevo, costituiva l’occupazione prima di quel ragazzo — veniva costantemente svolta in contemporanea con altre — che, peraltro, se fossero state viste da un altro narratore rispetto a quel che vi tocca sorbire, sarebbero state certamente descritte come le principali. Tra queste, si annoveravano: la visione di serie che rappresentavano al meglio la mestizia cinematografica del suo anno; l’ascolto di album punk rock di tutto rispetto; la riproduzione di video pornografici di qualunque tipo; lettura e vani tentativi di composizione di poesie di sorta, anche se soprattutto di stampo erotico.
Qualunque sua attività — ed è questa, forse, la più distintiva fra le sue peculiari caratteristiche — era intervallata da una routine tanto costante quanto inquietante.
La sua giornata-tipo, per intendersi, era più o meno come segue: alle 8:33, comandandola vocalmente, spegneva la sveglia; alle 8:40 — mai un minuto prima, mai un minuto dopo — immetteva, con una certa angoscia, i piedi all’interno delle calde ciabatte che, istantaneamente dopo, strusciava sulle gelide piastrelle di camera sua. Senza passare dal bagno, ch’era antistante la cucina, tirava dritto verso questa. Giunto lì, estraeva dal frigo una specie di composta color giallo elettrico che, subito dopo, appoggiava su un piccolissimo tavolo, insieme a un bicchierino, alto non più di tre dita, e a un piccolo quadratino marrone chiaro. Sedutosi frettolosamente, dopo aver impostato una canzone — ma solitamente era sempre quella: Heroin dei Velvet Underground — dal touch screen presente sul tavolino dianzi menzionato, inseriva il quadratino marrone chiaro all’interno del piccolo bicchiere con grande attenzione. Fatto ciò, prendeva una bottiglia d’acqua — ne era rimasta poca, doveva centellinarla — e ne versava una quantità appena necessaria al suo fine; con grande cura, poi, rimetteva la bottiglia sul margine destro del tavolo e, mentre aspettava che il quadratino si sciogliesse, ingeriva la composta dal colore orribile. Subito dopo, mentre quella ancora attendeva la deglutizione, beveva dal già citato bicchierino. A quel punto, l’esplosione: una moltitudine di gusti, sempre diversi di giorno in giorno, si diffondeva nel palato. Soddisfatto dalla consumazione, s’affacciava all’unica finestra che quella stanza possedesse. Nell’osservare il viale prospiciente, ogni giorno rimaneva estasiato dalla bellezza di quel che gli si parava dinanzi: una serie di abitazioni color nero argentato si rincorrevano sul lunghissimo viale, il quale ospitava anche delle navicelle grigie che, silenziosissime e sapientemente guidate dal sistema di intelligenza artificiale connesso all’unico centro fisico del Paese (diretto dall’unico, ricchissimo, direttore della compagnia), scaricavano e prendevano i passanti, i quali controllavano la loro puntualità o eventuali (rarissimi) ritardi dagli smartwatch connessi all’unico Wi-Fi nazionale. Contemplando la bellezza di quel mondo, intristito dal fatto di non poterlo visitare, verso le 9 di ogni mattino, tornava a letto. Lì, nuovamente distesosi sul suo amato giaciglio, allungava il braccio destro fino a raggiungere il piccolo telecomando poggiato sul comodino lì a fianco. A quel punto, dopo aver sfiorato il tasto virtuale posto al centro dello strumento, azionando così un piccolo schermo che veniva mostrandosi sul muro dirimpetto, muoveva quella piccola levetta centrale in rilievo, selezionando una delle quattro possibilità: S, per riprodurre una serie casuale della piattaforma streaming che le ospitava; P1, per gli album punk; P2, per i video porno; P3, per un programma, da egli stesso creato ormai tempo fa, riproducente poesie di Marco Valerio Marziale e Pablo Neruda. Non appena fatto ciò, dalle 9:10 circa fino alle 23, sceglieva una di queste quattro, unendo alla visione il succitato mordicchiamento. La parola che meglio lo descrive è inazione. Spettatore immoto della rappresentazione che gli si parava di fronte, osservava distratto e svogliato quei contenuti — sempre gli stessi — che un tempo aveva scelto, e che ora lo avevano sopraffatto.
Ma, come vi dicevo qualche migliaio di lettere fa, qualunque sua attività era intervallata da una routine tanto costante quanto inquietante.
La routine — è bene dirlo perché chiunque non avesse voglia di sentirla possa esserne informato prima della lettura — era quanto più, del vecchio mondo umano da cui arrivava, gli era rimasto. Era qualcosa di scioccante e del tutto incomprensibile, peraltro aggravato dal dolore e dal mutismo con cui conduceva il proprio corpo in quegli atti. Qualcosa di inafferrabile eppur strutturale, qualcosa che — per quanto abbisognasse evidentemente, all’interno di una narrazione come quella che va delineandosi, di uno spazio — assomigliava a una litania dolorosa e insormontabile, e che in sé aveva (e da sé mostrava), visibilmente, la crudeltà dell’odio e l’insaziabilità della vendetta — per un’ingiustizia subita ma inevitabile, dolorosa come una nascita e inutile come una vita. Qualcosa che si svolgeva con la stessa circospezione e la stessa lucidità che, sin dalle prime righe di questo ritratto, ne stanno tratteggiando la descrizione.
Il ragazzo iniziava la sua routine, anzitutto, tenendo premuto per qualche secondo il tasto sul lato destro del piccolo telecomando. Questo produceva, secondo delle impostazioni dal ragazzo personalizzate pochi anni prima, non solo lo spegnimento del volume, ma anche l’automatica apertura del programma successivo. Fatto ciò, prendeva i tre oggetti fondamentali della routine: una matita, un foglio, una lametta. Passava, piano, l’ultima di queste sulla carne, e alla prima stilla di sangue fermava il movimento. Raccolta la stilla col pollice della mano opposta al braccio ferito, la posava sul foglio. Dopo aver eseguito questo gesto, gettava una rapida occhiata tanto alla lametta appena insanguinata quanto al braccio ancora dolente, e, subito dopo, una volta presa fra le mani la matita, scriveva un verso. Non appena finito, senza suoni e senza rimorsi, senza entusiasmo e senza emozione, riponeva i tre oggetti sul comodino lì a fianco. A quel punto, un rapido tocco sul tasto del telecomando sopra citato, azionava nuovamente l’audio. Al termine del secondo dei quattro programmi possibili, proprio come in ogni intervallo tra la fine di uno e l’inizio dell’altro, ripeteva il tutto.
Alle 23, sempre alle 23, il ragazzo, sconfortato da quell’autoimposta costrizione che gl’impediva una qualunque interazione tanto con il mondo quanto con se stesso, infilava, con la medesima angoscia del mattino, i piedi nelle pantofole. Fatto ciò, si sentiva trasportato da queste verso il bagno lì vicino. Troppo pigro per accendere la luce, si infilava velocemente in bagno per liberarsi di quei pochi liquidi giornalieri che richiedevano l’espulsione in seguito al pasto del mattino. Espletati quei bisogni così miseramente umani, si trascinava verso la cucina. Arrivato lì, gettava una rapida occhiata al viale: le navicelle, instancabili, si susseguivano; le abitazioni, eleganti, si stagliavano all’orizzonte; un sole nero, non ancora del tutto tramontato, faceva spazio a delle stelle adamantine. Contemplata quella bellezza irraggiungibile ed emesso un sospiro di disperazione, arraffava una barretta verde elettrico — che, da un lato, colmava quella poca fame che ancor si palesava e, dall’altro, iniziava a stordirlo lentamente, in vista della notte che sarebbe arrivata di lì a poco.
Raggiunto il letto con feroce lentezza, si faceva avvolgere da un alone di oscuro stordimento.
Dopo incubi o sogni erotici — che, per lui, erano all’incirca la stessa cosa —, alle 8:33 del mattino dopo, la sveglia suonava ancora.

Ricordo distintamente il dialogo con quello scrittore. Mi spiegò che, con quella figura così poco leggibile, voleva metaforizzare una delle più grande problematiche di quel mondo per lui così soffocante: l’isolamento. L’impareggiabile difficoltà nel respirare l’aria di tutti, quando si è diversi. Il peso della sofferenza, lacerante, che porta a una graduale autodistruzione.
Ricordo che litigammo. Io obiettavo che il suo personaggio fosse grigio come la sua storia, oscuro come quel sole nero che, pur distinguendosi, rimaneva renitente all’esibire il senso; lui rispondeva — abbastanza indispettito dalla mia superficialità — che, se quella storia fosse stata troppo precisa, avrebbe spaventato, e, se fosse stata chiara, semplicemente non avrebbe avuto ragion d’essere.
Ancor divisi, ma uniti dalla reciproca stima, ci salutammo.
Nel farlo, ricordo che mi disse enigmaticamente: “Libro dell’inquietudine. 27. Capoverso quattro.
Ubbidiente, mi recai a casa. Aprii il libro più bello che abbia letto in vita mia, e, chiedendomi cosa avesse a che fare con quanto mi aveva appena raccontato, lessi:

Un silenzio freddo. I rumori della strada come se fossero tagliati col coltello. Si è avvertita a lungo, come un malessere di tutto, una cosmica sospensione del respiro. Si era fermato l’intero universo. Attimi, attimi, attimi. Le tenebre si sono carbonizzate di silenzio.
All’improvviso, acciaio vivo.

Federico


2 risposte a "Acciaio vivo"

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  1. Non so che dire. Se il riferimento è all’incompiuta postuma di Pessoa, non posso dire quasi nulla. Non conosco l’opera né l’autore.
    Posso dire qualche cosa sul tuo elaborato? non si capisce se essendo i frammenti riferibili a circa 50 anni fa, il testo sia una (tua) rielaborazione o un testo rielaborato da altri.
    Quindi mi concentro sul contenuto del brano stand alone, e per quello che dice.
    Mi pare l’immagine tragica dell’assenza. Assenza di sentimento, di vita, di prospettiva. Una vita vegetativa da pianta. Una sorta di cespuglio carsico, su un terreno lunare: talmente aggrappato al suolo che neanche la bora locale lo smuove.
    La clorofilla stenta a passare ed il colore dell’arbusto è grigio: non grigio acciaio: troppo lucido.
    Grigio polveroso come la cenere. E’ come se la povere della morte fosse passata di lì.

    Se dovessi trovare il termine giusto, direi: scostante. Avrei quasi paura di essere contagiato dal non-vivente, di ingrigirmi.

    Credo che invece tutti noi abbiamo bisogno di vita, di gioia, di contatto umano, di allegria, di canto, di festa. Questa prosa non la interiorizzo per autodifesa.

    ————————-
    Federico, grande prosatore

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    1. Commento, come al solito, perfetto. Il testo vorrebbe descrivere una vita futura (tutto touch, pochi umani, cibi diversi — penso al richiamo alle bombe odorose di Jozef Youssef, per fare un solo esempio) ma il fatto che tu l’abbia trovato descrivere l’epoca di mezzo secolo fa non fa che arricchire il testo. Sull’essenza contenutistica del brano (mio), concordo perfettamente, e così pure sull’atteggiamento — io stesso l’ho scritto con freddezza e distanza, evitando così di assumerlo interiormente. Notabile, ma non è una novità, il fatto che le belle parole sull’articolo superino, in bellezza, le parole dell’articolo.

      ________
      Luciano, molto più di un grande commentatore

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