Perfezioni fragili

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C’è qualcosa di paradossale nello stilare una lista di cose da fare ogni mattina, e subito dopo controllare le statistiche di covid a Milano e a Londra.
C’è qualcosa di paradossale nel procedere a completare quella lista combattendo con sensazioni di ansia per la propria salute, peso dell’isolamento sociale, effetti della cosiddetta cabin fever, e una notevole dose di pressione accademica e lavorativa sul continuare ad essere, sempre e comunque, produttivi. 
La mia generazione è stata cresciuta con slogan che ci invitavano ad essere la migliore versione di noi stessi. Tuttavia oggi questa idea di un potenziale illimitato, tra wifi malfunzionanti, lezioni virtuali che si interrompono e lo stress costante dovuto ad un’emergenza sanitaria globale, sembra uno scherzo mal riuscito. La vita deve andare avanti, dicono. 
Ma di quale vita stiamo parlando?

Dunque, in questa serie di articoli parlerò di modernità e salute mentale, e in questo in particolare degli effetti malsani sulla psiche individuale di una società focalizzata su una perenne efficienza. La questione è stata aggravata dalla attuale pandemia, ma esisteva da molto prima. Da decenni circolano frasi motivazionali da Silicon Valley sull’impronta di “Se puoi sognarlo, puoi farlo” o “il cielo è il solo limite”, prima introdotti in paesi di lingua inglese e poi diffusi nel resto del mondo. Un’ideologia a prima vista allettante, ispiratoria, fatta di promesse di successo e di incoraggiamenti a migliorarsi. 
Stupendo, no? 
Nondimeno questa mentalità si può trasformare in un peculiare genere di prigione. Il filosofo Byung-Chul Han nel suo libro “La società della stanchezza” argomenta che la società degli ultimi decenni, con la sua enfasi sulla libertà individuale e sull’autorealizzazione, non si basa più sul “dovere” ma sul “potere”. L’altro lato della medaglia è però che “il venir meno dell’istanza di dominio non conduce, però, alla libertà. Fa sì semmai, che libertà e costrizione coincidano”. In altre parole, l’individuo nella sua ricerca di possibilità diventa tiranno di sè stesso, spostando nella propria interiorità conflitti precedentemente percepiti come esterni. Non pare quindi una mossa azzardata collegare questa crescente interiorizzazione del conflitto all’aumento di disturbi della salute mentale. 

Certo, non aiuta il fatto che la retorica delle possibilità illimitate venga usata per mascherare una realtà molto più aspra.  La cosiddetta generazione z- di cui dovrei far parte- è di solito acutamente consapevole di ciò che la attende veramente. Cioè una crisi economica mai veramente curata dal 2008 in poi, la generale precarietà nel mondo del lavoro, una crisi climatica di cui nessuno si occupa a dovere e ora anche un’emergenza sanitaria globale che non accenna a diminuire di intensità. La combinazione di una situazione logorante, precaria e di un grottesco comandamento interiore alla perenne autorealizzazione ha del ridicolo. E di sicuro non è l’ideale per prevenire depressione e ansia.
Non aiuta neanche che il discorso sulla salute mentale, come fa notare Mark Fisher nel suo “Realismo capitalista”, venga sistematicamente privato della sua componente sociale e politica per essere ridotto a situazioni personali in bilico da risolvere con aiuti farmacologici. E se da un lato va riconosciuta l’importanza di terapia e farmaci necessari (che dovrebbero anzi essere diffusi e disponibili per tutti al pari delle cure fisiche) dall’altro bisogna rilevare che ci sono anche delle radici sociali nel disagio contemporaneo.
Ciò che sottolineano Fisher e Han è che depressione, ansia, burnout e altri disturbi non sono eccezioni di un meccanismo funzionante, ma il prodotto logico di un meccanismo bacato. Quando la corsa alla perfezione s’inceppa – e accade a tutti, prima o poi – s’innescano sentimenti di inadeguatezza, l’autostima crolla a terra. Quando crolla l’edificio fragile di ego costruiti su promesse di successo e nient’altro, il risultato è il vuoto. 

I proclami nichilisti alla Fight Club. Visto con gli occhi di un esaurito, l’automiglioramento è davvero solo masturbazione. Invece l’autodistruzione…
La pandemia è arrivata a coronare questa situazione già in bilico.
E quasi un anno fa, con il lockdown stabilito nella maggior parte d’Europa e in numerose altre aree, è stato come se il mondo si fosse fermato. Naturalmente era uno stop parziale, relegato a determinati settori; nondimeno, in quella pausa ingannevole si sono levate molte voci che si auguravano un ritorno ad un’esistenza più calma, sono proliferati gli elogi al “tempo ritrovato”, e il concetto di produttività stesso è stato messo in discussione. Forse l’obbligo a stare fermi ha prodotto la forzata presa di coscienza che il riposo ha i suoi risvolti positivi, di più, creativi. 

Un anno dopo, possiamo non solo affermare che questi auspici non si sono avverati, ma anche che quella riflessione strutturale è stata subito dimenticata nel momento in cui si è affacciato un vago, ingannatorio fantasma di miglioramento. Dipendente in tutto e per tutto da un sistema tossico e malsano, il mondo ci è ritornato non appena ha potuto. 
C’è qualcosa di paradossale nel fatto che, dopo un anno in una crisi sanitaria globale, la retorica della produttività e dell’autorealizzazione non se ne sia ancora andata del tutto. Certo, di tanto in tanto la mia università mi invia qualche mail, in allegato articoli che mi ricordano di fare yoga e bere molta acqua, perché almeno nel Regno Unito ci tengono a sembrare attenti a queste cose. Ma nel complesso, rimane il comandamento all’efficienza, e le scadenze perenni, e la lista di cose da fare, e il grido morente di un sistema che si aggrappa a illusioni di “potenziale illimitato” nel mezzo della catastrofe. 
In mezzo alle macerie, permane il comandamento ad automigliorarsi — ossia ad autodistruggersi nella speranza di ottenere qualcosa.  E il paradosso qui è politico e sociale, ma anche filosofico. 

Nel momento della massima fragilità, si continua ad aggrapparsi a idee di efficienza; si continua a insistere sull’illimitato proprio nel momento in cui l’essere umano viene messo di fronte ai suoi limiti. 
La pandemia è stata definita dai limiti. Limiti fisici dei nostri appartamenti, dei nostri condomini, dei nostri comuni. Limiti emotivi mantenuti per non mettere in pericolo persone che amiamo. E il limite per eccellenza, la mortalità, spettro dimenticato che si è ripresentato a viva forza, ed ha fatto il suo ingresso nelle vite di molti. 
Qualunque discorso sulla salute mentale deve tenere conto del peso di questo trauma collettivo, e del tempo necessario per riprendersi. 

Ho cominciato l’articolo con l’iperpositivo slogan “il cielo è il solo limite”. 
Qualche mese fa, nella canzone Appesi alla luna degli Zen Circus, è apparso un verso che ne sembra il perfetto rovesciamento: “il cielo è un tetto sopra le case, quindi alla fine non usciamo mai”. Scritto prima del lockdown, nondimeno riassume il senso di claustrofobia, e di limitatezza, ma accompagnato da una melodia malinconica e dolce. A suggerirci che forse va bene avere quel confine, quel limite, che forse va bene, per una volta, dimenticare la perfezione, abbandonarci alla fragilità. 

Francesca 

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