L’intervista – Stefano Sosio

Caro Stefano, inizierei dalla più scontata delle domande. Entrando nel tuo sito, un utente potrebbe dire: Stefano Sosio è uno scrittore che si destreggia tra prosa (con brevi racconti o romanzi) e poesia. Ma, evidentemente, questo arrivo ha una sua partenza: dove nasce questa passione e come sei arrivato a questo punto?
Sono appassionato di scrittura, di lettura, fin da giovane. Se sono arrivato a fare un blog, che è più un sito dove promuovo le mie opere; se sono arrivato ad autopubblicarmi su ilmiolibro.it; se sono riuscito a vincere il premio di cui poi parleremo è perché, nel tempo libero concessomi dal lavoro, ho sempre amato scrivere, e ho cercato di coltivare, in continuazione e con costanza, questa passione.
Mi considero un autore e sono abbastanza sereno, arrivato a 40 anni, nel dire che sono un autore che non decollerà (nel senso commerciale del termine), e che questo può essere soltanto un bene; sono arrivato a macinare la convinzione che, se uno ha una passione, deve prima di tutto verificarla con se stesso, svilupparla, e alla fine — come diceva Rilke — chiedere a se stesso: “stai scrivendo perché non ne puoi fare a meno o perché vuoi che qualcuno ti legga?”.
In effetti, devo dire, se il blog e l’autopubbicarsi vanno in questa direzione, sono comunque molto sereno in questa mia dimensione, e mi sono tolto anche alcune soddisfazioni; devo aggiungere, in conclusione, tanto il blog quanto l’autopubblicazione, in assenza di un supporto di una casa editrice, è una fatica mostruosa, anche perché, avendo un altro lavoro, non voglio dedicare il mio tempo a promuovermi.

Tra tutte i tuoi lavori presenti sul blog, due mi hanno molto colpito: un breve racconto, Still life, e un articolo di riflessione pubblicato quest’estate, legato all’iconoclastia. Oltre a una introduzione generale su questi due, ti chiederei di delineare anche una cornice più ampia, che vada dall’etica del lavoro che ti poni fino al modo in cui tu stesso concepisci i tuoi scritti.
Dietro a questi due contributi ci sono due dimensioni molto diverse, mie. Una, per iniziare da Still life, è la mia passione per i racconti, e in particolare i racconti brevi (ho comunque problemi a scrivere cose troppo lunghe) e fondamentalmente quello che mi affascina è che interi universi si possano concentrare in poche immagini, in un evento molto piccolo, e certamente quel che apprezzo della scrittura in generale è la sua qualità di dire il mondo. In particolar modo, nei racconti mi piace quando le parole e le immagini riescono a cogliere alcuni snodi di esistenza in tutta semplicità, semplicemente perché lo sguardo che sta dietro ai racconti riesce a cogliere cose che la mano poi trascrive con parole tali da far risuonare lo scritto in chi legge.
In questo c’è una concezione dell’arte che la inquadri come un rapporto tra l’umano e il mondo. E quindi ciò che apprezzo particolarmente è l’immagine semplice ma che apre a una tessitura di universi. L’esperienza di uno sguardo che si appoggia nelle relazioni, negli oggetti, negli sguardi, che si posa in queste dimensioni e che lo fa non con l’abitudine e lo stile di ciò che va per la maggiore oggi — uno sguardo rapace che si mangia le cose senza rispettarle — ma con l’attenzione della cura umana.
Per arrivare a Still life più nello specifico, il tratto di fondo è il parallelismo tra le due passioni del personaggio. L’attrazione della protagonista per l’otturatore, per l’obiettivo, per l’immobilità, sono tratti che uniscono la vicenda passata e quella presente e solo alla fine si può comprendere quali due passioni, così diverse, questi tratti in realtà uniscano. I grandi autori, o perlomeno quelli che piacciono a me, in poche pagine evocano molte immagini, e spero che in un certo senso lo stesso possa essere accaduto in questo breve scritto.
Tutt’altra cosa, ovviamente, è lo Stefano autore che vede qualcosa accadere nel mondo e si sente di dire la sua su qualche fenomeno. Anche lì, per quanto concerne la riflessione sull’iconoclastia delle statue rappresentanti il sistema di potere dell’uomo bianco occidentale: è chiaro che non è che mi sono svegliato quella mattina e di colpo ho scritto quella narrazione; sono, piuttosto, riflessioni tra studi che ho fatto e dinamiche che ho visto anche nel mio lavoro. Poiché non faccio di mestiere né il politologo né lo scrittore, io non so obiettivamente in quale di questi due binari io possa dare il contributo migliore — è possibile che Still life dica molto più sui rapporti umani che non l’articolo, ma questa per mia fortuna è una questione che riguarda chi legge!

Come tu stesso hai anticipato, non scrivo solo prosa ma anche poesia, e su questo vorrei porti due questioni. È chiaro a chiunque abbia anche solo provato entrambe che prosa e poesia sono due mondi completamente diversi. Io, parlando con Walter Siti per un’altra intervista, mi sono sentito dire che a un certo punto bisogna scegliere con quale abito si sta più comodi, e che, anche non si volesse scegliere tra l’uno e l’altro, di certo è necessario maturare la consapevolezza che siano due indumenti completamente diversi. Detto ciò, ti chiederei anzitutto se la vedi così anche così; poi, da un lato, con quale indumento ti senti più a tuo agio e, dall’altro, come sia possibile oggi evitare che la poesia o venga banalizzata e svilita per il commercio oppure venga accantonata proprio perché non tira come altro — in poche parole, come si possa darle lustro senza però snaturarla.
Anzitutto, anch’io ti confermo che sono cose estremamente diverse. Scrivere prosa, racconti, romanzi e scrivere invece poesie sono due cose molto diverse, e trovo che sia molto difficile essere eccellenti in entrambi; personalmente sento che un certo grado di soddisfazione e compiutezza le vivo nella poesia, mentre la prosa la vivo più come un divertissement. Mi diverto a scrivere racconti, mi piace, ma non faccio fatica, e non sento di sperimentarmi in dimensioni complicate, e quando mi riesce mi sento nel mio vestito, o in un vestito quantomeno che non toglierei. Ma credo che scrivere poesia, per quanto molto più faticoso, sia più nelle mie corde, e che sia un qualcosa che padroneggio abbastanza, e quindi è sicuramente un vestito che preferisco — ora sono in un momento in cui non scrivo molto, ma rifletto e mi domando se non sia possibile “fare poesia” anche in altri modi, per esempio con la musica, o con la fotografia… Per la seconda domanda: è indubbiamente vero quel che dici. La cultura e l’idea mainstream non sta valorizzando quasi per nulla la poesia, perché non vende e perché, a differenza della narrativa, non può esser piegata alla superficialità— peccato che sia proprio questo a far diventare mainstream un qualche prodotto. Io constato però che la poesia piace molto a molta gente, spesso quando uno inizia a scrivere delle cose lo fa primariamente in modo diaristico oppure attraverso canzoni e altri modi di poetare, no? C’è un qualcosa di ancestrale nell’esprimersi attraverso la poesia, e che credo sopravviva nelle persone. Qual è il risultato? Percepisco che c’è una grande voglia di poesia ma anche, paradossalmente, un timore della poesia, come se fosse qualcosa di troppo difficile o di astruso; oltretutto si genera il fatto che in tanti sarebbero portati a scrivere senza che in tanti lo sappiano, e allora la poesia rimane un non detto, un incompreso, un aulico, un qualcosa di distante dalle persone — io non credo sia così.
Concludo dicendo che qualcuno può avere un forte talento per la musica e per la chitarra e suonare benissimo tre accordi, ma ciò non vuol dire che sia eccellente nel suonare la chitarra. Fare poesia è un percorso che non finisce: servono delle competenze che, umilmente, bisogna verificare se ci sono, impararle, e in questo credo che la via maestra sia farlo nell’istruzione, nelle scuole — anche proprio per elevare, rivalorizzare, e far comprendere, le poesie.

Dopo delle domande così lunghe te ne faccio una breve. Prima dicevi, ed è per questo che ti domando quanto segue, che è impossibile essere eccellenti tanto nella prosa quanto nella poesia, e questo è un altro degli intrecci con l’intervista che ti ho già citato. Siti diceva infatti che gli venivano in mente, in quanto a eccellenza in entrambi i generi, Goethe, Puskin e nessun altro. Volevo chiederti se condividi, se te ne viene in mente qualcun altro e se tu hai avuto dei modelli o dei riferimenti in entrambe le pratiche.
Non credo che ci siano autori eccellenti nella prosa e nella poesia salvo quelli che hai detto tu; io sono abbastanza affezionato ai riferimenti di lingua italiana, non perché non mi piaccia la letteratura straniera ma perché mi concentro sulla tecnica e la bravura nell’utilizzo della lingua italiana, e soprattutto nel caso dei poeti ne colgo molto la ricchezza. I miei riferimenti italiani sono i poeti del Novecento, in particolare Ungaretti e Mario Luzi: in loro vedo due riferimenti assoluti della poesia italiana — non vado più indietro nel tempo per brevità. Oltre a loro, tra i miei riferimenti poetici del Novecento, c’è Alda Merini, che dal punto di vista della tecnica formale è forse meno forte, ma ha un afflato profetico a mio avviso ineguagliato, nemmeno dai due che ti ho già citato.
Per quanto riguarda la prosa, anche qui sto nel Novecento: Italo Calvino sicuramente, ma non tanto per i temi di cui ha scritto ma nella teoria dello scrivere; Fenoglio, che trovo ineguagliabile nella pulizia della frase, nel far funzionare bene la lingua, nel farla arrivare al lettore — poi certo ce ne sarebbero altri.

Citavi Ungaretti. Io di lui amo tutto; in particolare, mi viene in mente ora un’intervista che gli ha fatto Pasolini. In quell’intervista, Ungaretti parlava della normalità dicendo che “Ogni uomo è fatto in un modo diverso. Dico, nella sua struttura fisica, ma anche nella sua combinazione spirituale. Quindi tutti gli uomini a loro modo sono anormali, tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura”. Ti leggo questo perché a gennaio il nostro blog ha parlato di diversità da molteplici prospettive. Tu come senti di poter commentare questa breve frase e in che modo vedi il discorso relativo alla diversità e all’inclusione e nelle logiche di potere non solo nella società attuale ma all’interno dell’ambito della scrittura? — per quel che conosco io, mi sembra di vedere degli scrittori vendutissimi che la fanno da padrone, mentre sottotraccia si trovano autentiche perle che non riescono a liberarsi dalle maglie del luogo comune.
Parto da questa tua ultima riflessione. È una dimensione molto difficile quella che tratteggi, però è vera: temo che la cultura di massa non potrà mai essere una cultura della diversità. Se parli a tante persone è meglio parlare un linguaggio semplice, con pochi modelli e molto desiderabili; invece, avvicinarsi all’alterità è faticoso. Quindi, per quanto appaia cinico, le persone, che cercano nella cultura un’oasi di serenità e di antistress, di svago da un mondo già difficile, difficilmente andranno a ricercare l’originalità della vita faticosa di persone segnate. L’incontro con queste persone non può avvenire se non ti accorgi prima di tutto che siamo costantemente in un’altra dimensione: la vita è diversità. Te lo dice uno che dal 2006 al 2016 faceva l’educatore con persone disabili. So bene, ma poi va sempre un po’ messo in pratica, che nell’altro che ti avvicina ci sono delle ragioni che io, come umano, dovrei soltanto accogliere e abbracciare.
Come autore: se sei una pecora nera, se sei diverso, se sei fuori dal coro, vieni emarginato, ma non perché sia faticoso farsi spazio se si è diversi, ma perché semplicemente non vendi; poi però miracolosamente partono certe fasi in cui una determinata dimensione di diversità diventa mainstream. Pensa a come (per fortuna!) l’autismo stia venendo fuori, nel discorso comune, nei film, nella letteratura. Ancora negli anni ’80, per esempio, le persone disabili venivano tenute in casa dai loro genitori, perché c’era la paura del giudizio degli altri. Ora, per fortuna (ed è comunque stata la cultura a rendere possibile questo!) non è più così. Detto questo, rimane vero quel che dici tu: se nel mondo editoriale ti poni come il diverso, o sei estromesso o diventi il fenomeno — ma anche in quel caso devi farci i conti, non è solo positiva come dimensione.

Non vorrei dirlo, ma stiamo avviandoci verso la fine. Se sei d’accordo, prima dell’ultima domanda, te ne faccio ancora due. In primis vorrei sapere come sei arrivato a vincere il premio della Scuola Holden con il tuo Il gioco dei rumori, mentre in secondo luogo mi piacerebbe sapere cosa ne pensi del trattamento ricevuto dalla cultura, durante la pandemia, nel nostro Paese, e ti dico subito il perché: in molti dibattiti ho infatti sentito dire che la cultura sia stata bistrattata, che nessuno abbia considerato la realtà degli operatori dello spettacolo, quasi come a dire che il problema prima non esistesse e ora sia scoppiato. Io, ovviamente nel rispetto di tutte le opinioni e nella consapevolezza che molto di più potesse essere fatto, credo invece che la pandemia non abbia creato problemi prima inesistenti, ma che abbia portato alle estreme conseguenze dei problemi che già c’erano. Tu cosa ne pensi?
Parto da quest’ultimo punto dicendo che condivido perfettamente la tua analisi. Non mi pare che in Italia si sia molto lavorato per formare alla cultura le persone. Quel che la pandemia ha reso evidente è che era forse imperante un’idea della cultura esclusivamente come divertissement, che (per esempio) andare al cinema fosse sempre egualmente “cultura”, che si veda un film impegnato o un cinepanettone.
Mi chiedo: valorizzare la cultura è davvero quel che è stato fatto negli anni precedenti? Come te, ho seri dubbi, e mi sarei molto sorpreso se nel contesto pandemico la dimensione culturale fosse stata valorizzata e potenziata. Mi dispiace molto vedere operatori degli spettacoli fermi, cinema chiusi, mostre non visitabili, eccetera; è ovvio però che se non c’è un contratto nazionale per gli operatori dello spettacolo non è colpa della pandemia, ma di politiche precedenti; non mi pare che negli anni precedenti queste politiche siano state intraprese. Nella cultura come in altri settori, la pandemia non ha fatto che denudare alcune dinamiche preesistenti. In ogni caso su questo il mio parere è poco competente.
Venendo al premio, è stata una bella sorpresa. Con un clic si poteva iscrivere la propria opera a Il mio esordio narrativo, e quell’anno lì ho iscritto il mio racconto lungo Il gioco dei rumori, neanche troppo nascosta citazione-omaggio degli autori di cui sopra; il mio libro ha ottenuto il premio della critica (la “giuria di qualità”) di quel concorso. C’erano due ordini di giudizio, sulle 2000 opere iscritte: uno che assegnava premi in base alla quantità di interazioni online, l’altro che invece andava nella direzione di una valutazione critica. È quindi stata una bella soddisfazione, anche perché come premio ho vinto un percorso di coaching personalizzato con una “editor” professionista; ho quindi rimaneggiato lo stesso libro e l’ho migliorato, e questo mi ha aiutato a scrivere meglio e a capire dove potevo evolvere la mia abilità. È stata un’esperienza molto bella, e speravo che dopo questa vittoria qualcuno notasse quel libro, e me come autore; non è accaduto, ma d’altra parte continuo a non promuovermi ossessivamente, quindi non posso certo pretendere questa attenzione!

Eccoci arrivati al termine. In una risposta precedente, dicevi che sei in un momento di riflessione. Nel lockdown della pandemia alcuni autori sostengono di avere avuto meno spinta creativa, altri, invece, hanno tratto da questa esperienza una grande fonte di ispirazione, avendo molto più tempo, calma e silenzio. Ciò che vorrei chiederti è, dunque: quanto questa situazione può incidere sull’ispirazione di un autore? E, se posso chiosare con una domanda che so essere crudele, cos’è la scrittura per Stefano Sosio?
Devo precisare che non sono un sostenitore del fatto che per scrivere basti l’ispirazione: certamente dietro la scrittura ci sono immagini che arrivano e sogni che si fanno, c’è un momento sul confine del trascendentale dove uno si fa trasportare dal pensiero o dai sentimenti. Ciò va, però, va accompagnato con “l’artigianato”. Io non credo tanto nell’arte come istantaneità ispiratea, quanto più come esercizio continuo dell’essere umano di dire il mondo in modo simbolico e artistico. C’è arte anche nello studente di bottega di Raffaello, che pur non essendo Raffaello faceva arte. Ciò detto, senz’altro io ho bisogno di uscire, vedere il mondo per scrivere. Però è anche vero che, quando si rimaneggia il materiale proveniente da fuori, serve il silenzio, la calma e la concentrazione di un contesto protetto. Poi è chiaro che dipende dal taglio: se voglio scrivere un reportage, non posso certo elaborarlo nel chiuso della mia stanzetta. Nel mio caso, comunque, è essenziale che lo sguardo esteriore e interiore rimangano aperti, sensibili — sensibile nel senso della pellicola, di un materiale che, a contatto con la luce si trasforma, si colora, si brucia — verso il fuori (quel che accade per strada) e verso il dentro (cioè come io rielaboro quanto visto): non riesco a scindere queste due dimensioni.
Venendo alla parte più difficile della tua intervista: “cos’è la scrittura per Stefano Sosio?”. La scrittura è una dimensione a cui difficilmente potrei rinunciare: secondo me è uno dei modi che l’essere umano ha per raccontarsi le storie — e in questo senso è imprescindibile e insita nella nostra crescita. Credo che la dimensione della parola, detta e scritta, sia irrinunciabile — e dunque, ecco, anche se è un modo per conoscermi, esprimermi e perché no, anche un passatempo, direi che la scrittura è la tipicità irrinunciabile dell’essere umano.

Federico


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