Le donne nella storia

Tra uguaglianza e diritti

In occasione della giornata internazionale delle donne, sembra superfluo sottolineare l’importanza del “gentil sesso” nella società moderna; eppure, tra rami di mimosa e auguri che, annualmente e a mio avviso, rimangono difficili da decifrare, un breve appunto andrebbe fatto. 
Che si parli di “storia di genere” nel cinema, letteratura, arte o politica, fa ben poco la differenza: da poco reduci dal compimento di un nuovo anno solare, forse uno dei più difficili dall’inizio del millennio, ci troviamo sempre allo stesso punto di partenza:  giornalisti che scrivono di revenge porn, incapaci di mostrare lucidamente i fatti senza mancare di sottolineare la “colpevolezza” della donna, media che mercificano i corpi e divari retributivi di genere che in Italia sfiorano il 43,7% (al di sopra della media complessiva dell’UE).

La lentezza con la quale nel nostro Paese avanziamo e conquistiamo diritti, è certamente legata all’arretratezza di una storia tanto ricca, quanto distorta dalle parentesi dell’autoritarismo. Più che fattrici, come ci definirebbe Margaret Atwood nel suo universo distopico, ad oggi la storia ci afferma come padrone di caratteristiche socialmente più utili e ricercate di quelle maschili. Secondo Hanna Rosin, autrice americana: “L’economia postindustriale è indifferente alle dimensioni e alla forza degli uomini. I tributi che sono più preziosi oggi — l’intelligenza sociale, la comunicazione aperta, la capacità di stare fermi e concentrarsi — non sono, come minimo, prevalentemente maschili.”
Il problema non starebbe in un ipotetico riconoscimento sociale, ma negli individui di cui la società è composta e nella quale vige un sistema d’arretratezza riscontrabile in statistiche. 

Secondo l’articolo 51 della Costituzione: “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge.” 
Proprio lo scorso anno è venuta a mancare Ruth Bader Ginsburg, la seconda donna nella storia a far parte della Corte Suprema americana. Laureatasi nel 1959 alla Columbia Law School, Ruth faticò nel trovare impiego come avvocato, in quanto donna e madre. Nel corso della sua carriera fu costretta a nascondere la propria maternità per non rischiare il licenziamento e, durante gli anni ’70, fu una delle principali figure di spicco per il movimento contro la discriminazione di genere, divenendo consulente e fondatrice dell’ACLU (American Civil Liberties Union).
Donne come la Ginsburg sono solo un esempio della storia che ci portiamo dietro e delle difficoltà lavorative che abbiamo affrontato e nelle quali resta tuttora difficile districarci. Mentre nelle elezioni del 2020, dopo l’oscura presidenza di Trump, l’America ha visto Kamala Harris divenire la prima donna vicepresidente degli Stati Uniti, dall’altra parte del mondo, in Palestina, i diritti di quest’ultime vengono calpestati quotidianamente e le loro lotte al patriarcato sfociano spesso in incarcerazioni e, nel peggiore di casi, in omicidi deliberatamente commessi. 

Ciò che sciocca maggiormente è la consapevolezza che della situazione attuale se ne sappia poco e niente; l’omertà sociale e il disinteresse, o meglio, la disinformazione su tematiche che ci riguardano direttamente è posta in secondo piano rispetto al “quieto vivere”. L’abuso sottile, spesso verbale, dell’uomo-padrone rimane il fastidio che sul luogo di lavoro si manda giù a fatica o si tende ad ignorare per paura. La discriminazione è spesso sinonimo di ignoranza, e la parità di genere tocca non solo le donne perché poste in difetto, ma un’intera società; non esistono scarti tra ciò che riguarda l’uno e l’altro, esiste soltanto la democrazia. 
La libertà nasce anche dal sentirsi a proprio agio in un determinato contesto; non possiamo sapere quando e se le cose cambieranno in fretta, l’uguaglianza è un percorso prima ancora di essere un traguardo, e inizia essenzialmente da noi.
Per questo bisognerebbe ripartire da qui: dall’informazione e dalla presa di coscienza che sì, quello che leggiamo ci tocca in prima persona, anche se adesso, in quanto giovani, non ci sembra sia così. 

A oggi sono tante le donne che quotidianamente combattono contro il “sistema”: per affermarsi contro una cultura patriarcale e a loro ostile, per reclamare il proprio diritto di scelta, per poter amare liberamente. Non importa in quale parte del mondo siamo, dobbiamo educare e continuare a costruire. La paura e l’ingiustizia sono solo un ostacolo, un lascito del passato che come zavorre ci trasciniamo dietro. 
Ed è proprio in questo giorno di festa, che dovremmo chiederci: da dove si inizia per essere migliori?

Francesca Giudici

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