Verso il futuro

“Lo sviluppo è la nostra prima priorità.” — Deng Xiaoping

Presidente Mao… Cosa avremmo fatto senza di te? La storia recente della Cina si misura in generazioni sulla base del succedersi dei dirigenti politici. Mao Zedong segna l’inizio della prima, Deng Xiaoping viene considerato il rappresentante della seconda, e così via fino ad arrivare a Xi Jinping, che incarna la quinta generazione. Ciascuno di loro ha portato avanti un proprio progetto politico basato su uno specifico ideale e rivolto a uno specifico pubblico, in un’ottica di conservazione e rinnovamento, grazie a una politica di monitoraggio e adattamento continuo alle condizioni storiche, che ha contribuito alla stabilità del Partito e alla sua legittimazione a governare.

Dopo la morte del Presidente Mao, con la cattura della Banda dei 4 — su cui venne fatta ricadere tutta la colpa per quei 10 anni di violenze e di follia — potemmo finalmente tirare una riga su un passato scomodo. Quello che restava era un futuro glorioso tutto da inventare. Ma trent’anni di “riforme e apertura”, che trasformarono e trasfigurarono la Cina al di là dell’immaginabile grazie a un approccio pragmatico allo sviluppo economico, furono tutt’altro che una gloriosa rinascita. L’apertura, accompagnata dalla promessa di una vita migliore e più sicura, fu accolta con entusiasmo. Ma c’erano molte cose con cui si doveva fare i conti: le differenza sociali cancellate nel periodo maoista; l’emergere di una classe media urbana e di un ceto di nuovi ricchi, che si erano lasciati alle spalle la massa di quei contadini che avevano spianato la strada alla rivoluzione; il crescente individualismo e il progressivo disimpegno dello Stato rispetto alla vita delle persone. Il paese si tramutò in un’enorme zona industriale. Le città divennero megalopoli verticali, attraverso una trasformazione imposta dall’alto — dalle modalità a volte autoritarie — di un sistema eroso dalle esigenze di una modernità non sempre ben compresa, che costrinse molti cittadini ad abbandonare le proprie abitazioni per cedere il posto ai bulldozer dello sviluppo urbano. La vertiginosa crescita economica portò con sé stravolgimenti sociali, depravazione e squilibri. Tale è stato il ritmo dei mutamenti della Cina che la modernizzazione si è sviluppata a un ritmo sfrenato nell’arco di pochi decenni, quando altrove è stato necessario almeno un quarto di secolo. L’apertura all’economia di mercato, lo sviluppo del settore privato, la conquista di capitali esteri e l’introduzione delle tecnologie e dei metodi manageriali moderni, hanno fatto da sfondo alle storie di contadini e di robivecchi diventati grandi industriali.

Sono tanti i cambiamenti che ho visto accadere. All’epoca avevo iniziato a lavorare per uno dei più noti giornali del Paese, lo Yunnan Ribao, e ricordo bene come alla fine degli anni 70 ci ritrovammo a dover assumere un pensiero radicalmente diverso da quello rivoluzionario di cui eravamo intrisi. Ricordo le dispute sulla “responsabilità delle terre” che alimentavano il dibattito tra i contadini, divisi tra il voler coltivare da sé la proprie terre e il dover tenere in vita il sistema della collettivizzazione, prima della definitiva affermazione di Deng Xiaoping e dello sviluppo dell’attività privata. Ricordo le “vecchie anticaglie” — che avevamo distrutto con tanta foga durante la Rivoluzione culturale — tornare in voga e riempire le piazze dei mercati e le bancarelle dei venditori. La rinascita della vita sociale. Ricordo i corsi integrativi per adulti di preparazione al diploma, utili per chi non aveva potuto studiare a causa della Rivoluzione culturale, dove per la prima volta abbiamo sentito parlare di bagni in casa, dell’uomo sulla luna, dell’automobile. Ricordo i primi stranieri in Cina e lo stupore dipinto sui nostri volti. Ricordo la speranza degli operai di raggiungere la modernità e al contempo la paura che lo Stato smettesse di prendersi cura di loro attraverso il danwei, l’unità di produzione cui ognuno era assegnato dal punto di vista lavorativo e sociale. Lo sviluppo del mondo degli affari e i tanti che decisero di “gettarsi in mare”, lanciandosi nell’universo del mercato, come fecero Li Rongyu e Tongtong, due miei amici che da venditori di ferraglie abbandonate divennero proprietari di una catena di ristorazione, arrivando a stipulare accordi con il proprietario dell’azienda di acqua minerale più famosa in tutta la Cina, la Da Shan. Ricordo l’avvento della tv, del cellulare, del computer e di Internet. L’internazionalizzazione. I primi viaggi all’estero, la difficoltà di comunicare e di comprendere usanze così diverse. Il “boom economico”. L’industria automobilistica e la rapida espansione della siderurgia, dell’elettronica, dell’edilizia. L’apparizione nello spazio della bandiera cinese. Il grande successo dei Giochi Olimpici.  La spettacolare parata per i 60 anni dalla fondazione della RPC.

Già, 60 anni… 60 anni fa. Come sembra lontano il tempo in cui mio padre mi faceva pronunciare le prime parole rivoluzionarie, in cui mi portava alle sfilate che celebravano una nuova Cina, lungo strade vergini di automobili. Io l’ho conosciuta quella Cina. Ma quante sventure su quella Cina. Un paese giunto più volte sull’orlo del baratro che ha trovato in sé la forza e l’energia per risollevarsi. E possono venire le vertigini nel constatare la strada percorsa.
Siamo fieri di quello che abbiamo costruito, anche se molto resta da fare… Siamo fieri perché tutto questo l’abbiamo ottenuto con il sudore delle nostre fronti. E nonostante il duro lavoro e i sacrifici, la strada dello sviluppo è ancora lunga. So bene che all’estero hanno una visione assolutamente cupa, specie per quanto riguarda episodi come quello di Tiananmen, le cui immagini hanno segnato profondamente l’opinione pubblica. So anche che in Cina diverse persone hanno sofferto per quegli avvenimenti. Ho piena coscienza di tutto questo. Ma al contempo sono convinto che la Cina abbia bisogno, prima di tutto, per perseguire il suo sviluppo, di ordine e stabilità. Si tratta di una consapevolezza acquisita a partire dalla scuola primaria, dove impariamo che il nostro Paese ha dovuto superare così tante difficoltà e umiliazioni — in parte vissute in prima persona — durante il XX secolo. Ciascuno ha diritto alla propria opinione, ma è un tipo di dibattito che preferirei lasciare alle generazioni che verranno. Quelle che non avranno conosciuto gli indescrivibili tormenti cui noi siamo stati sottoposti per troppo tempo. Quelle che vedranno realizzata la mia profonda aspirazione alla stabilità e all’ordine, da cui mi aspetto verranno la nostra rinascita e il nostro sviluppo.

Anna Lanfranchi

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