Un ballo in catene

“Ciascuno ha diritto alla propria opinione, ma è un tipo di dibattito che preferirei lasciare alle generazioni che verranno […] Quelle che vedranno realizzata la mia profonda aspirazione alla stabilità e all’ordine, da cui mi aspetto verranno la nostra rinascita e il nostro sviluppo.” Mentre faccio colazione mi arriva la notifica di WeChat del post pubblicato 8 anni fa che reca un’immagine di Deng Xiaoping e, sullo sfondo, il palazzo imperiale, affiancato da tre grattacieli mastodontici.
Avevo scritto quella frase in un moto di nostalgia e patriottismo. È difficile non perdersi nel flusso dei ricordi. Meccanicamente, sempre su WeChat, sfoglio le notizie del giorno. Starnutisco un paio di volte, mi fermo e poi riprendo a starnutire. Dev’essere l’inizio di un raffreddore.
Da WeChat apro Ping An New Doctor e chiedo all’assistente come evitare l’insorgere del raffreddore. La domanda viene trascritta e postata nella chat dell’health consultation. Mentre aspetto, apro la chat delle consultazioni precedenti e, scorrendo, mi ritrovo a leggere quelle del 2020.
Una parola svetta sulle altre: Xīnguānfèiyán (Covid, N.d.A.). La prima emergenza sanitaria globale nell’era dell’intelligenza artificiale. Dalle compagnie telefoniche che controllavano — con e senza consenso — eventuali contatti con positivi, alle telecamere con riconoscimento facciale che si assicuravano che le direttive fossero rispettate, passando per i sistemi biometrici legati alla misurazione della temperatura, i droni che invitavano le persone a indossare la mascherina e i robot usati negli ospedali per attività come la disinfestazione e la consegna di pasti nelle aree adibite ai contagiati, fino ad arrivare agli assistenti vocali — usati per acquisire dati e suggerire ricoveri immediati, sgravando così il lavoro degli ospedali. Prodotti che qualcuno chiamerebbe intrusivi ma senz’altro utili a contenere la diffusione del virus.
Suona il cellulare: un messaggio. La risposta del medico mi riporta al presente. Dice che devo prendere un farmaco specifico. Lo compro subito su WeChat. Suona un promemoria. Una voce pacata mi ricorda che è l’ora di fare la mia passeggiata mattutina, aggiungendo che oggi il tempo è parzialmente nuvoloso e che la temperatura attuale è di 21°.

Esco di casa e vedo due addetti alla sicurezza salire le scale — deve essere per via del signore dell’ultimo piano, non si vede da giorni.
È noto a tutti che, nei quartieri come il nostro, tutto è sottoposto all’accurato controllo degli addetti i quali, grazie a videocamere intelligenti, sistemi a riconoscimento facciale, geolocalizzazione e impronte audio, controllano sugli schermi residenti e passanti con il fine di difendere le città dal rischio di attività criminali: se non ti vedono per qualche giorno vanno a controllare che tutto vada bene. La predicting policy è ormai parte integrante delle nostre vite e la gestione intelligente dei quartieri è il modo migliore per metterla in atto.

Sotto il cielo delicatamente perlaceo, cammino. Ieri mi ero ripromesso di andare a pranzo in un ristorante mongolo. Apro WeChat e, tramite una ricerca rapida, ne trovo uno a poche centinaia di metri dalla mia posizione. WeChat mi indica la direzione e lo raggiungo facilmente. Dopo aver scelto il tavolo, con WeChat, leggo il menù e ordino. Grazie all’ID di WeChat metto lo smartphone in carica nell’apposito cubicolo a fianco del tavolo. Mentre mangio, mi arrivano dei buoni sconto da parte del ristorante. Prima di alzarmi, acquisto online il biglietto per un film da vedere l’indomani. Grazie al QR code appeso accanto alla porta che conduce alla cucina, pago con WeChat. Esco e mi avvio in direzione della metro. Lungo la strada, come sempre, mi accompagnano gli sguardi spenti di clochard che tengono in mano fogli raffiguranti QR code.
Anche l’elemosina si fa con WeChat.

Prendo la metro, pagando il biglietto con WeChat, e scendo alla fermata di Zhōngguāncūn. Non appena metto piede nella via, un silenzio ovattato mi travolge, mentre ragazzi giovanissimi mi passano accanto con gli occhi fissi sullo smartphone. Passeggio per la via che è il fiore all’occhiello dello sviluppo tecnologico, dove vengono create, perfezionate e sperimentate tutte quelle applicazioni capaci di fornire alla Cina nuove potenzialità in termini di smart city e processi industriali. Mi fermo a prendere qualcosa a un distributore di snack che funziona con il riconoscimento facciale. Innoway è un ambiente tranquillo, pulito e stimolante, e l’aria che si respira in questa zona tecnologica è diversa. Sa di futuro e di città sicure, ordinate, pulite, organizzate, ecosostenibili. Per questo mi piace venire qua.
Anche se devo sempre prestare la massima attenzione nell’attraversare la strada, dove enormi schermi affissi ai muri degli edifici segnalano immediatamente chi — tra automobilisti e pedoni — sgarra, proiettando il volto delle persone o le targhe dei conducenti.
Una sorta di pubblica gogna.

Torno a casa e, con WeChat, ordino dei ravioli, pagandoli direttamente online.
Suona il cellulare: un promemoria. Mi ricorda che stasera c’è la conferenza su quel nuovo progetto sperimentale che vogliono applicare al mio quartiere. Riguarda i crediti, quel sistema già usato nelle aziende in base al quale a ogni lavoratore viene assegnato un punteggio modificabile a seconda del comportamento etico, che viene valutato in conformità di leggi e standard stabiliti dal governo. Questo per garantire un’elevata affidabilità da parte delle aziende. A quanto pare hanno deciso di applicarlo all’intera società.

Suona il campanello. Sono arrivati i ravioli. Ceno leggendo da WeChat il programma della conferenza e la documentazione relativa. Do una veloce occhiata alla lista dei partecipanti.
Suona il cellulare: un avviso. WeChat chiede l’update delle mie informazioni per tenere sotto controllo i dati biometrici. Faccio velocemente i selfie richiesti e registro alcuni audio con la mia voce. Fatto ciò, mi alzo, o almeno ci provo.

Il corpo, arrogante, si rifiuta, mettendo in mostra tutta la veneranda gravosità dei suoi 79 anni. Decido di guardare la conferenza in diretta da WeChat. Dopo una sonnolenta introduzione di cui mi restano impresse, per quanto siano tutte cose notissime, parole come Made in China 2045, I.A., big data e robotizzazione iniziano a parlare del nuovo progetto dei crediti sociali. Il punteggio di ciascun cittadino verrà modificato a seconda del grado di affidabilità (economica, penale, amministrativa, sociale) sancito in base a parametri decisi dallo Stato.
Per esempio, fare la raccolta differenziata regolarmente farà ottenere punti in più. A seconda di un punteggio alto o basso, il cittadino avrà dei vantaggi o degli svantaggi. Alla base di tutto c’è l’obiettivo di costruire una società in grado di sviluppare un ecosistema governato dalla reciproca fiducia, in cui si dia la possibilità di far rispettare le regole. Ambienti puliti e ordinati, alberi e spazi verdi, complessi residenziali efficienti, città sicure e intelligenti, servizi di altissimo livello, una cultura dell’onestà, dove i disonesti sono sottoposti a restrizioni in ambito educativo ed economico, è quello che aspetta tutti noi.

Un Paese efficiente, bellissimo e sostenibile. Un mondo in cui i nostri bisogni sono riconosciuti, assecondati e implementati. Un futuro che, in Cina, è già realtà.
La conferenza finisce. Scriverò un commento molto positivo.
Suona il cellulare: un promemoria. WeChat mi ricorda che, per potermi garantire 7 ore di sonno, devo andare a dormire. Ma prima voglio commentare. Apro velocemente la chat dei feedback.
E leggo:

“Ogni epoca impone catene invisibili su chi l’ha vissuta. L’unica possibilità che ci resta è ballare tra le nostre catene.”

Anna Lanfranchi

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