La campana di vetro

Lettera a me stessa

Cara Em, 
tutti pensano che dovrei partire dal principio, mentre a me piace la fine. 

Dall’alto della mia campana di vetro guardo un mondo incredibilmente pallido, sempre disposta a continuare. Mi accomodo su una sedia di plastica, tra stranieri e monumenti, e scruto attentamente la discesa di un raggio di sole. 
“Sei luce o tenebra?”
Lei non lo sa. La fatica con cui m’aggroviglio a me stessa, nei momenti di vuoto, o l’altalenante palcoscenico del mio malumore. Del mio ritorno a casa ho raccontato lo stretto indispensabile; ho ripensato a graphic novels improbabili e ignorato i passanti dentro gli interregionali. La solitudine di casa mia è madre di mille pensieri, il vetro crepato in salone la prova della pericolosità di chi si vuole male. 
Le ho detto che è acqua perché c’era una canzone che mi piaceva tanto e mi faceva pensare a quando ero bambina; se ne parlava anche qualche tempo fa con i miei amici. La campagna ha un modo tutto suo di farti sentire adulto: basta scalare le vette più grandi, anche se alcune volte è complicato. E se cadessi, ci sarebbe ancora mio padre a raccogliermi tra gli squarci, le carcasse di quei frutti acri?

Così sono arrivata con uno zaino e una valigia. Di Roma portavo con me il caos e il desiderio di estraneità. Ho trovato mia sorella e una donna un pochino più grande – difficile saper dire chi era chi – entrambe isolate dal mondo. L’impressione è stata quella che la pandemia avesse agevolato per loro le cose, tagliato i rami secchi, ridotto all’essenziale le priorità della giornata. Pochi contatti esterni indispensabili, e poi c’ero io – dopo due mesi di assenza – piccolo animale esotico cresciuto in cattività. 
Per un po’ è andata bene, avevamo tutti uno spirito diverso. Nella mia campana di vetro tessevo ragnatele soltanto di notte: un gioco di led a intersezione per azzerare cinquanta chilometri. Di lei mi mancava innanzitutto il respiro. E si sa com’è che le cose vanno quando si è di fretta, no? Il tuo tempo rallenta. Così le scale, da cento, sono diventate mille, e io distante dalla meta ho fatto un passo indietro. 
Ho guardato mia madre sparire sul ciglio di una poltrona, prendere l’auto a me ostile, dire tutte le bugie che si dicono quando bisogna diventare grandi. Ho pensato: “sii acqua, non fuoco. Dissetami senza ardere”. Ma la verità è che di lei ne so poco e niente; a volte ho la sensazione che le persone se ne vadano prima che riesca a conoscerle meglio. Non c’è mai tempo, e la mia lista di cose da fare ora accresce. 

Sono giunta nella mia casa da estranea, un po’ spaventata. Ho avuto per settimane i miei bagagli imballati: non ho mai tolto un indumento dalla valigia, mai spostato l’ordine degli oggetti dentro il mio zaino. Non ho mai fatto piani per il mio futuro; la vita che vorrei costa soldi e coraggio – di cui a malapena ho l’ultimo – e sono andata avanti per induzione. 
E’ trascorso un mese. 
Mi aspetto ancora che le cose cambino, tutti da me si aspettano così tanto… Quando negli ultimi  mesi ho deciso di scrivere lettere, non avrei mai pensato che mi sarei messa a nudo. Adesso il cammino è cruciale. Le persone che ho intorno sono di vitale importanza, ma quelle che ho dentro lo sono ancora di più. 

Per questo spero di riabbracciarti presto, Em, e di raccontarti come ho distrutto la mia campana di vetro. 

L’aria di aprile è magica; 
possiamo finalmente respirare.

Francesca G.

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