Il primo concerto in DaD

Noi c’eravamo, e siamo qui per raccontarvelo.

Giovedì 1° aprile alle 22 ha avuto luogo il primo concerto in “DaD”, ovvero in un’aula virtuale dell’università di Bologna goliardicamente “occupata” dagli studenti del corso di Teoria e Tecnica dei Nuovi Media, tenuto dalla Professoressa Paola Brembilla.
L’idea era emersa già dall’ultima lezione del corso, quando la voglia di incontrare i compagni al di fuori dell’orario universitario si scontrava con la fine dell’insegnamento, senza che ci si fosse mai visti di persona. Quella che all’inizio poteva sembrare una battuta, a seguito della scoperta all’interno della classe di alcuni musicisti, andava però a delinearsi sempre più seriamente, in particolare modo in un gruppo di ragazzi che continuavano a trovarsi sulla piattaforma nonostante la fine del corso, dapprima per ripassare gli argomenti e poi per stare assieme e interagire, anche se a distanza, in maniera un po’ più diretta. Un evento come quello sarebbe stato un ottimo modo per darsi da fare, smuovere le persone, mostrare che le buone idee non si fermano nonostante le difficoltà. Il desiderio di socialità e la speranza di poter tornare presto ad ascoltare buona musica dal vivo (ma anche un bel po’ di arte di adattarsi) sono stati dunque il vero motore dell’evento, a cui hanno potuto partecipare anche persone esterne al gruppo tramite la condivisione del link di accesso.

Uno screenshot di una parte dell’aula virtuale

Ad aprire il concerto il chitarrista Fabrizio Covella con un’impeccabile cover del celeberrimo brano “il vulcano”, del maestro Domenico Bini, e il magico sassofono di Natan Ladisa, capace di spaziare tra mille sigle, jingle e canzoni in un mashup sorprendente.
A seguire il rapper salentino Flavio Zen, trasferitosi da pochi anni a Bologna, si è esibito in quattro proprie canzoni (“Collodi”, “Polvere”, “Shinobu”, “Tarantolato”), concludendo con l’anteprima del suo nuovo singolo “Om mani padme hum”, rilasciato il 9 aprile e ora disponibile su tutte le piattaforme streaming e su Youtube con il video ufficiale.

29 anni, salentino di nascita e bolognese per adozione, Flavio Zen è attualmente uno studente di Scienze della Comunicazione a Bologna, graphic designer e videomaker, MC della LIPS (titolo ottenuto grazie alla vittoria di diverse battles) ma soprattutto musicista. Nei 14 dischi realizzati, curati da egli stesso in ogni parte, comprese grafica e parte strumentale, spazia dai riferimenti iniziali a Ghemon e alla black music fino al beatmaking dei lavori esclusivamente strumentali. La curiosità e il gusto per la sperimentazione di generi nuovi lo portano a mescolare trap, pop, rap, soul ed elettronica in varie composizioni fresche e brillanti. Tra le collaborazioni che lo vedono sul palco assieme a esponenti di spicco dello hip-hop e dell’indie rap sono presenti anche Bassi Maestro e Willie Peyote.

Gli abbiamo chiesto di parlarci un po’ del suo nuovo singolo, a cominciare dal titolo.

«“Om mani padme hum” è uno dei mantra tibetani più famosi, significa “oh gioiello nel fiore di loto”, serve ad aiutare il risveglio della mente, suggerisce che fermandosi a guardare soltanto un fiore che galleggia sull’acqua si può capire il funzionamento dell’intero universo. Quel fiore di loto mi ha fatto capire diverse cose.
Il brano parla di un distacco utile e necessario, di prendersi delle pause dal flusso, talvolta soverchiante, della vita per riuscire ad avere un punto di vista diverso dal quale inquadrare i problemi, a non farsi sommergere.
Questo è anche il tema alla base del video, una breve storia in cui partendo dalla strada salgo sempre più in alto, usando la scalinata del santuario bolognese di S. Luca come metafora, per poi tornare in basso a distanza di ore, ormai di sera. Ho tratto ispirazione in gran parte anche da un proverbio zen che recita “prima di conoscere lo zen le montagne erano solo montagne, quando ho conosciuto lo zen le montagne non erano più montagne, dopo l’illuminazione sono tornate ad essere montagne”. È un auspicio di riuscire a raggiungere i propri obiettivi fino anche a superarli, per poter ritornare poi da dove si è partiti con una consapevolezza diversa, ma senza dimenticare mai le proprie radici.»

E le sue radici si mescolano a questa filosofia anche nel nome d’arte, come egli stesso ci spiega: «Fin da quando era piccolo sono sempre stato inconsciamente attratto dalle culture spirituali orientali, sebbene sinceramente non saprei spiegarne il motivo. Quando alle medie mi sono avvicinato allo hip hop ho scelto Zen come nome d’arte, dopo averlo letto sul quaderno di un amico, in parte per via della forma dei caratteri. Avevo iniziato prima come writer, e quelle tre lettere assieme sembravano molto incisive, a tratti perfino aggressive. Inizialmente mi sarei voluto chiamare soltanto “Zen”, e difatti è così che ho firmato i primi album pubblicati da indipendente su MySpace, ma alle superiori i miei coetanei hanno cominciato a chiamarmi “Flavio Zen” perché nell’ambiente rap e graffitaro era d’uso aggiungere, prima del tag, il nome proprio. Ho deciso, quindi, di cambiarlo intorno al 2009 nel modo in cui veniva usato dei miei compagni. Negli ultimi anni, poi, sono aumentati molto i riferimenti alla suddetta cultura spirituale perché sto cercando di creare man mano un’identità precisa. “Flavio Zen” è diventato come una freccia, per me, scoccata dal passato verso il futuro, da ciò che ero a ciò che voglio diventare. Il mio nome di battesimo è la mia identità, la seconda parte è un augurio che mi faccio.»

E, personalmente, è un augurio che mi sento anche io di fargli.

Michele

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