L’intervista – Luciano Sartirana

Luciano Sartirana, fondatore e attuale direttore della casa editrice Edizioni del Gattaccio, da ormai molti anni tiene corsi di scrittura creativa – occasione nella quale ci siamo incontrati. Come sei arrivato a questo punto? Quale percorso ti ha condotto sin qui?
Dopo il Liceo Classico e durante Filosofia all’Università, ho lavorato sette anni alla Camera di Commercio, e dopo non averne potuto più ho scelto di aderire pienamente ai miei interessi – e questa è stata sicuramente una svolta importante. Poi ho lavorato per 15 anni con Feltrinelli come “lettore esterno”, che mi è stato utile per capire come una casa editrice importante giudicasse nuove opere, e anche per avere il termometro della temperatura dello scrivere contemporaneo, della letteratura. In seguito sono stato direttore di una collana per Demetra, per la quale dovevo scegliere anche tra testi di successo, quali potessero entrare in una piccola collana di tascabili di qualità. Lì ho lavorato molto come editor, che è un’esperienza che credo chiunque lavori in ambito culturale debba fare.
A lato, anche se non riguarda prettamente la scrittura, ho lavorato per alcuni anni in ambito video sia come film-maker indipendente e un lavoro su Radiodrammi Radiogialli, il che voleva dire adattare il linguaggio alla forma della radio; ho lavorato con Radio Popolare, e poi a RadioRai su testi di Lucarelli e Carlotto.
Da questo punto di vista, le mie esperienze sono state varie e mi hanno consentito di lavorare bene oggi.

Mi colpisce molto il carattere variegato, che sottolineavi anche tu, quasi come se poi se tutte queste vicende di varia natura avessero contribuito a formare quel che oggi fai. Mi interesserebbe approfondire l’interdisciplinarietà del tuo lavoro, e chiederti dunque cosa si possa vedere, all’interno della scrittura, che non sia unicamente lo scrivere.
Credo fermamente che l’interdisciplinarietà della scrittura sia oggi una componente fondamentale. Per anni mi sono occupato della scrittura altrui e non della mia, e quello che mi ha suggerito quest’esperienza è che il mondo della scrittura oggi voglia dire tantissime cose diverse, e che ci si possa accostare da punti di vista differenti. Anch’io scrivo, anche se ho pubblicato poco. Comunque, mi è stato importante collaborare con altri, cogliere occasioni (per esempio il lavoro in RAI non l’ho cercato, me l’hanno chiesto), lavorare in ambiti diversi – non necessariamente sempre di scrittura narrativa: per qualche anno, coi fondi FSE (Fondi sociali dell’Unione Europea), ho ideato e tenuto corsi sulla comunicazione personale e/o aziendale. Tutto ciò ha di certo contribuito al lavoro che faccio ora; peraltro, queste esperienze mostrano chiaramente come l’esperienza della scrittura sia interdisciplinare e che oggi si debba pensare alla scrittura come un’attività ad ampio raggio. Non è più, il nostro, un mondo diviso per scomparti: nell’Ottocento lo scrittore faceva lo scrittore e basta, nel nostro mondo non è più così.

La tua risposta stimola un’altra riflessione: di primo acchito sembrerebbe ovvio sostenere che chi scrive bene oggi abbia caratteristiche differenti da chi scriveva bene nel Settecento, però ti chiedo: è davvero così? Oppure, all’interno dell’arte dello scrivere, si celano delle componenti immodificabili e che non varieranno mai?
Qualcosa che non varierà mai, nella scrittura, secondo me non c’è proprio. Da una parte, i grandi capolavori del passato fanno riferimenti a generi che nessuno oggi frequenta più, e nello stesso tempo il romanzo ha una dimensione storica ben precisa. Diciamo che, forse, di immodificabile, ci sono solo due cose: avere una storia e avere uno stile originale.
Il nucleo, alla fin fine, è qualcosa da dire e il modo in cui lo si comunica – e questo vale per Proust e Sofocle come per me e per te. Se Sofocle avesse raccontato cose noiose, insomma, non sarebbe andato in scena; parallelamente a questo, a un certo punto le sue opere sono state sostituite dalle più leggere opere di Aristofane. Da una parte, dunque, le cose si evolvono comunque; dall’altra, le necessità di contenuto e di stile rimangono sempre.

In un’epoca che potremmo forse definire come una delle più dinamiche della storia dell’uomo, come si fa a imparare a scrivere? Perché se noi leghiamo il bene scrivere a un’epoca storica con caratteristiche ben definite, e a questo aggiungiamo il fatto che la nostra epoca non abbia caratteristiche ben definito, imparare a scrivere non sembra facilissimo…
No, infatti non lo è. Sicuramente ci sono indicazioni tradizionali, come leggere tanto e leggere di tutto, compresi generi e autori che non frequentiamo spesso. Oltre ovviamente a scrivere, e provarci continuamente.
Direi poi di tenere d’occhio le Sei lezioni americane e quanto insegnano, perché – mi viene da dire – quanto scrive Calvino resiste al cambiamento; dall’altro lato, una cosa che non farei mai è tenere d’occhio solo cosa ha successo di mercato. Scrivere perché c’è un segmento di mercato ha davvero poco senso, perché sicuramente ci sarà qualcuno che, diversamente da te, scriverà di quell’argomento perché lo sentirà, e dunque risulterà più bravo di te. Credo poi che prevedere nell’editoria sia quasi impossibile: pensiamo a quante case editrici abbiano guadagnato puntando su cose assolutamente nuove… per esempio, la Rowling: prima di lei, il fantasy riguardava sempre e solo il mondo medievale.
Altra cosa che credo essere importantissima: non adattarsi al livello del lettore medio, ma mantenere una qualità di scrittura alta. Si pensa spesso che nessuno legga una scrittura elevata; ma basta pensare a Murakami, Stephen King o Saramago per capire come questo non sia assolutamente vero. Anche perché penso ci sia un pubblico per tutto: c’è un pubblico per Saramago, e c’è un pubblico per le barzellette di Totti.
Ti faccio ancora due esempi, su questo: a metà Ottocento, in Francia, noi consideriamo Flaubert come il top, e oltre a lui c’erano Dumas, Victor Hugo, Balzac… ma quello che aveva più successo, che scriveva i top bestellers di allora in Francia era un tal Beranger – e di lui oggi non sappiamo, né ci interessa sapere più nulla. Secondo esempio, che cito sempre perché trovo davvero significativo: avevo letto, dieci-quindici anni fa, una frase di Ulrico Hoepli, grandissimo editore svizzero-milanese: diceva che la letteratura non ha futuro, che abbiamo i grandi mezzi di comunicazione, che la vita sociale era divenuta troppo dinamica e che la gente non sarebbe mai rimasta in casa a leggere un libro, e che dunque la letteratura e l’editoria era finiti, non avevano futuro. Bene: questa cosa l’ha detta nel 1924!

In effetti fa pensare parecchio… senti, a questo punto, visto che mi hai citato tre scrittori diversi e così interessanti da citare insieme, mi viene da chiederti quali autori ti abbiano formato, quali valori ti abbiano dato, perché proprio loro e non altriinsomma, una panoramica sugli autori della tua vita.
Cerco di focalizzarmi e di citarne pochi. Parto dicendo che ci sono autori che hanno dato tanto in un periodo specifico della mia vita. Quando avevo 9-10 anni, per esempio, leggevo Jules Verne e lo adoravo per le sue storie fantasiose. Poi c’è stato un periodo molto più grande in cui ho letto tutto Dostoevskij, imparando la maestosità della scrittura. Un altro che mi ha dato tanto secondo me è stato Peter Hadke, austriaco vincitore del Nobel tre anni fa, che mi ha dato l’idea, con i suoi primi lavori (La donna mancina, Infelicità senza desideri…)  di una giusta distanza dai sentimenti: fotografava ciò che narrava con secchezza e lapidarietà, mi ha insegnato come fosse importante andare dritto alle cose.
A questi aggiungerei sicuramente Murakami per la libertà nel creare storie fuori dal mondo unite a una grandissima cura dello stile. Infine, ma proprio infine per stare sulla sintesi, un’altra che mi ha dato tanto è Amelie Nothomb – che ha la lapidarietà di Hanke e in più ironia e autoironia. Amélie Nothomb, con la sua sfacciata rudezza, evidenzia i sistemi di potere esistenti tra le persone, ed è fantastica. Forse con meno forza, ma uguale consapevolezza, un’autrice indubbiamente più leggera, ma a me molto cara, è Alicia Giménez-Bartlett – spagnola, scrive soprattutto gialli – che, come la precedente, riesce a parlare di leggerezza nell’accezione che ne dava Calvino, e nello stesso tempo dei rapporti conflittuali e di diversità fra donne e uomini.

Concentriamoci un pochino sui corsi: corsi di scrittura creativa, detto così, vuol dire tutto e niente. Cosa si fa, perché lo fai, e soprattutto – cosa che mi interessa particolarmente – com’è cambiato nel corso degli anni? Perché – magari mi sbaglio ma non credo più di tanto – immagino che la trasposizione virtuale dovuta alla pandemia abbia avuto un peso notevole sul tuo lavoro…
Io tengo corsi di scrittura creativa dal 1994, e devo dire che sono partito per motivi molto prosaici: era un periodo in cui mi è capitato di non avere né lavoro né un’attività, e mi son detto che dovevo inventarmi qualcosa. Sono partito con molta umiltà – non ne avevo mai fatti, ero uno dei primi (se non il primo) a Milano a proporli – e ciò su cui puntavo era soprattutto la libertà di narrare, la scrittura di sé, il trovare le parole per descrivere episodi personali e lavorando sullo stile. Poi ho ampliato la proposta, anche perché diversa era la richiesta: mi chiedevano come scrivere una storia, come ritrovare la scrittura durante un “blocco”, e così via. Oggi, ho corsi distinti tra livello base e livello avanzato, corsi su un particolare genere letterario, sulla scrittura aziendale e web. Ciò che mi è sempre piaciuto è che ho trovato spesso persone per cui era importante approfondire, confrontarsi, avere qualcuno che non sia il docente… io mi ritengo infatti più un maieuta: molte cose, molte tecniche di scrittura sono nell’intimo di ciascuno, le abbiamo leggendo, e credo che il mio compito sia favorire ciò che i ragazzi che seguono i miei corsi hanno.
Per quanto riguarda l’ultimo quesito, negli altri corsi usavo già Skype, ma erano cose episodiche, che non mi hanno cambiato tantissimo. Un conto è avere 3-4 persone online, un altro è averne 15-20. Questo vuol dire innanzitutto non vedere il volto di tutti, e questa non è una cosa da poco. Poi, il fatto che 15-20 persone siano nella stessa aula lo fa diventare un gruppo, mentre questo non sempre succede online, perché si chiude Skype o Zoom e si torna alla vita di prima – anche se vedo che in alcuni gruppi questa cosa è successa ugualmente, e qui sinceramente non so quanto io abbia meriti!
Il lavorare così, come in quest’ultimo anno e mezzo, ha il suo bello perché si possono coinvolgere persone più lontane; e il suo brutto per quello che ti ho detto. Rimane da capire come sarà questo nostro lavoro in futuro, a pandemia conclusa.

Senti, diciamo qualcosa sulle Edizioni del Gattaccio. Io, persona normale, non penso di alzarmi stamattina, fondare una casa editrice e farne il mio lavoro: come si fa, perché lo si fa, quali sono gli ingredienti per riuscirci? Ed è davvero, come mi diceva essere Stefano Sosio, che più in alto si va come numero di vendite e tendenzialmente più in basso si va come qualità di scrittura?
Fondare una casa editrice è relativamente semplice – ero da solo, e collaboravo con altri quando serviva, però facevo uscire un paio di libri l’anno. Comunque, non pensavo assolutamente diventasse una cosa che desse uno stipendio tutti i mesi… ci sono forse 3000 casi editrici in Italia, e anche più, e di queste pochissime portano uno stipendio fisso. Contavo che si evolvesse, questo sì. Effettivamente, si è evoluta quando ho chiesto ad alcune persone che avevano seguito miei corsi di metterci insieme e farlo diventare qualcosa di più grande. Ed è stata una svolta davvero significativa, perché ci ha permesso di pubblicare 10/12 titoli l’anno. Purtroppo, incassavamo abbastanza per pubblicarne 10/12 l’anno, ma non abbastanza per dar da vivere a tutti i collaboratori, In generale, ti dirò che si arriva a un punto dove si dovrebbe investire non qualche migliaia di euro, ma decine di migliaia di euro: noi ogni anno crescevamo come fatturato, ma avremmo dovuto crescere 5-6 volte di più. Con la pandemia, l’anno scorso abbiamo pubblicato un libro solo, e in generale stiamo puntando molto sui corsi… infatti non abbiamo più potuto fare presentazioni di persona, e l’altro danno grosso – di cui pochissimi parlano – è che tante librerie indipendenti hanno chiuso.
Per quanto riguarda l’altro corno del problema: è vero che se diventi grande, la qualità va a farsi benedire? Non sempre, direi: se diventi abbastanza grande, puoi pubblicare 30/50 titoli l’anno (parlo, qui, non di grandi, ma di medio-piccoli) di cui 20 di medio livello e di 10 di avanguardia, o di ricerca. Devi sempre fare il discorso del pubblico di cui dicevamo sopra: posso pubblicare un libro che vada più incontro al pubblico e che abbia, magari, un filino meno di qualità. Noi del Gattaccio abbiamo sempre cercato di andare sulla qualità, ma solo con la qualità rischi di non farcela. L’editoria è una coperta estremamente corta, anche perché in Italia i lettori non sono molti. Se vogliamo aggiungerci un discorso storico, Marx diceva che per l’editoria vale il discorso economico di sempre: il piccolo è quello che cerca, e a cui servono l’originalità e la qualità, il grande è colui che poi se ne appropria e ci si arricchisce. Ma entrambi hanno un ruolo fondamentale. 

Ti faccio le ultime due domande: io da te ho sentito parlare, all’incirca, di: scrittura erotica; scrittura per siti web, blog e social; scrittura di sé, e molto altro ancora. Come, da una parte, descriverle nel loro insieme, estraendone la peculiarità di ciascuna, e qual è (sempre che sia possibile) una sintesi tra queste?
Questa è una domanda che va lontano, la scrittura di genere è molto variegata. Vi aggiungerei (anche se non ho ancora fatto corsi su questo) il thriller horror, il fantasy, e scritture di questo tipo.
Se c’è una cosa che può unificare tutto è: conoscere bene il genere nel quale si vuole scrivere. Chiedersi cosa vi sia in quel genere, quella è la domanda chiave: è relativamente facile scrivere un fantasy da epigono, un altro conto è porsi la domanda di immaginare qualcosa di nuovo. Prendiamo l’erotico: un classico del genere è Casanova; ma oggi, chi va a leggere Casanova lo trova piuttosto noioso. Insomma: chiedersi oggi cosa voglia un genere sicuramente è fondamentale e vale per tutti.
L’anno scorso ho fatto da editor a una ragazza che ha scritto un fantasy – che verrà pubblicato con Mondadori – e mi ha colpito perché ha tirato fuori rapporti tra le persone, risentimenti da ragazzi, rapporti tempestosi col proprio passato di adolescente, e ha creato un libro in cui ciascuno potrebbe riconoscersi. Questo è un esempio in cui si può scrivere di un genere vetusto e vedervi le persone vere di oggi.
Altro esempio, stavolta cinematografico: Stanley Kubrick, probabilmente il più grande regista di sempre, è riuscito a fare film di genere senza essere un cultore dei generi – e in ciascuno dei suoi film ha colto la quintessenza del genere che ritraeva, unendo al contempo il suo apporto sempre originale, sempre unico. Personalmente credo debba funzionare così anche per la scrittura: cosa riesco a dire io di originale? Kubrick, pur essendo un regista non classificato di genere, ci ha sempre messo il suo originale punto di vista. Tornando alla letteratura, e citando un genere come la fantascienza: a parte Philip Dick e Ursula LeGuin, uno dei libri più innovativi che abbia mai letto è Le cosmicomiche di Italo Calvino. L’idea comune a tutto questo è: su ogni genere, cos’ho da dire di originale? Ovviamente non è sempre facile, anzi.

L’ultima cosa che ti chiedo riguarda la poesia. Non c’è bisogno di tirar fuori l’inflazionatissima frase di Croce sui poeti e sui cretini, ma il senso è un po’ quello: nel 2021, nell’epoca dei meme, dell’Instagram, dei Tiktokers, ha senso fare poesia? E come la si può fare? Nella Giuria del Concorso Poetico il discorso è stato questo: è impressionante come in ciascuna ci sia un elemento geniale, o interessantissimo, ma che poi venga “affondato”, nascosto dalla mancanza di conoscenza necessaria per strutturare una poesia come si deve. Come si esce da questo pertugio?
Premetto che sono un grande lettore di poesie, ma lo percepisco tuttora come genere troppo elevato per scriverne di mie. Credo che la poesia sia il mezzo più semplice con il quale esprimersi, e che sia uno dei generi più adatti alla contemporaneità perché va a fondo delle cose con il massimo della sintesi di stile.: per questo ritengo ancora la poesia un genere attualissimo. Trovo comunque che sul web si trovino spesso poesie bruttine e meri pretestuosi tentativi.
Per quanto attiene al discorso sulla mancanza di conoscenza: lo trovo vero, ma solo in parte. Mi spiego: oggi sembra che non ci sia una strutturazione giusta della poesia – non ci sono più le rime, i settenari, ma solo versi liberi. Quello che forse dovrebbe succedere è che chi fa poesia, banalmente, conosca la storia del suo genere. Bisognerebbe poi conoscere meglio quei poeti molto moderni che non usano parole altisonanti – un altro dei pregiudizi che hanno tanti è che in poesia si debba necessariamente usare una parola elevata, ma non è così: basti pensare ad Alda Merini (e la sua non è poesia piacevole, anzi: ti schiaffeggia anche) o a Wislawa Szymborska, che usa parole del comune sentire, riuscendo a dargli un ritmo e un sapere profondo. Un po’ vicino a quest’ultima è Vivian Lamarque, che ha quell’idea di prosaicità elevata a poesia, che assurge a esistenza. Possiamo aggiungere anche Séamus Heaney, poeta irlandese e Premio Nobel anni fa: tutti autori che non sono distanti dalla vita vera, mentre a volte leggo poesie fatte di parole inutilmente altisonanti.
Non lo dico per scoraggiare alla scrittura, ma perché penso che la poesia sia davvero utile: una sorta di retrosapere che ci aiuti sempre, ma a patto che non sia qualcosa di monumentale, ferma come un fiore appassito su una tomba, o una poesia tronfia per statuto. Che è quanto di più lontano da ciò che serve oggi.

Federico

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