L’intervista a Lucrezia Lombardo

Lucrezia Lombardo, autrice di libri di poesia e narrativa, presente (con Benedetta Carrara, Erika Cancellu, Bianca Dall’Osto e il sottoscritto) all’evento organizzato sulla pagina online di Divergenze in merito alla poesia, oltre ad aver appena pubblicato l’ultimo di una serie di libri (Kinder, della Augh! editore), gestisce anche una galleria ad Arezzo. Come sei arrivata a questo punto? Qual è stato il percorso che ti ha condotta sin qui?
Il mio percorso comincia nel 2017, anno di uscita del mio primo libro, “La Visita”, una silloge che mi sono decisa a pubblicare dopo molte remore. Mi vergognavo – uso questo verbo intenzionalmente – a mettere a nudo me stessa e a condividere con gli altri il mio sentire più profondo che, proprio grazie ai versi, prendeva forma. Dopo la laurea in filosofia ho spiccato il volo, gli anni della mia formazione sono stati faticosi, segnati da “uno studio matto e disperatissimo” e soltanto a conclusione di essi ho trovato il mio stile, il mio personale modo di esprimermi attraverso la scrittura, liberandomi dei tanti schematismi e formalismi assimilati nell’ambiente accademico. E tuttavia, non posso rinnegare la mia formazione umanistica, poiché mi ha fornito il materiale che ho poi impiegato, rielaborandolo, per la stesura dei miei libri. Per essere ancor più precisa, la mia passione per l’arte, intesa come categoria esistenziale, ha un’origine antica. Ho avuto la fortuna di crescere in un ambiente molto stimolante, i miei genitori, infatti, hanno avvicinato precocemente me e mia sorella all’universo culturale. Grazie a mio padre, che è un pittore, sin da ragazzina partecipavo alle sue mostre e a molte altre occasioni, che erano delle vere e proprie adunanze di scrittori, pittori, critici, persone che frequentavano stabilmente casa nostra. L’accoglienza di mia madre ha sempre fatto della nostra abitazione un punto di riferimento  per amici, ospiti e, tra costoro, ho avuto modo di conoscere moltissime personalità amanti dell’arte. Ho respirato quest’atmosfera sin da piccola e quell’aria mi ha segnato profondamente, inducendo in me un’insofferenza verso il conformismo e verso le verità preconfezionate. Se da un lato la mia indole inquieta mi ha fatto soffrire, dall’altro mi ha spinto a continui superamenti, nel tentativo di approdare a un mio personale punto di vista sul mondo e sulla vita. 

Cara Lucrezia, ricominciamo dall’inizio per arrivare alla fine: dalla tua prima fatica (La visita) a oggi (Kinder è ordinabile da pochi giorni) cosa è cambiato? Quali le differenze e quali invece le continuità interne alla tua opera?
Nell’arco degli anni la mia opera è cambiata molto. Sono infatti convinta che la scrittura, come qualsiasi altra forma espressiva, debba essere alimentata da un’incessante ricerca che scaturisce da un’insoddisfazione di fondo. Tale insoddisfazione non ha nulla a che vedere con l’ingratitudine ed è piuttosto la consapevolezza che occorre migliorarsi costantemente, proprio perché il presupposto di partenza, per incrementare la meraviglia, deve essere, socraticamente, quello “di sapere di non sapere”. Sono perennemente in lotta con ciò che scrivo e spesso mi capita di non riconoscermi nelle pagine che appartengono al passato, anche se, in fondo, so che ogni opera costituisce l’espressione esatta della mia condizione esistenziale nel momento in cui l’ho partorita. Sono nata come “poeta” -se così posso dire-, o meglio, la poesia è la forma espressiva che nasce più spontaneamente in me, solo in un secondo tempo mi sono dedicata alla prosa, nel tentativo di sperimentare anche quel linguaggio. Tuttavia posso affermare che, proprio attraverso i versi, riesco a dire fino in fondo ciò che sono. Un altro amore profondo che nutro è quello per la filosofia, disciplina che insegno e a cui ho dedicato i miei studi, sto infatti ultimando un saggio filosofico che analizza la nostra epoca sotto plurali punti di vista. Se la filosofia mi richiede un continuo studio e uno sforzo nell’uso della logica e della ragione, la poesia è invece un linguaggio che nasce da un atteggiamento opposto, di ascolto e di vuoto interiore. Laddove i versi mi portano, talvolta, lontano dalla realtà, accorre la prosa a riportarmi “con i piedi per terra”. Sono convinta, infatti, che la scrittura debba servire a decostruire le categorie che strutturano acriticamente la società. Il linguaggio è lo strumento che, meglio di qualsiasi altro, possiede la forza per mostrarne la struttura occultata dal potere, esso può liberare catarticamente l’uomo e condurlo alla consapevolezza di sé e di ciò che lo circonda, così che possa essere davvero libero di scegliere, da soggetto pensante e deliberante. Potrei affermare che la mia ricerca, che passa dall’uso del linguaggio, non sopporta granché i confini che vengono solitamente posti tra un genere e l’altro, tra uno stile e l’altro, ma è orientata esclusivamente dalla necessità di approdare alla forma più autentica d’espressione, quella forma, cioè, che sia in grado, in quello specifico momento, di dare forma a quel che mi urge che venga espresso.

Domanda ineludibile per chiunque scriva, anche perché molto rivelativa della personalità di chi risponde, è quella relativa ai modelli: quali sono stati gli autori che ti hanno formata, e perché?
Avrei un’infinità di nomi da fare ma, senz’altro, posso citare Montale, Leopardi e Brodskij per quel che riguarda la poesia, di tutti e tre questi autori amo la profondità filosofica dei loro versi. Gli altri nomi che posso farti sono la Yourcenar e Borges per la prosa. Di questi scrittori apprezzo l’eleganza estrema dello stile, l’erudizione e la ricercatezza formale, dietro cui si annida una altrettanto elevata raffinatezza dei contenuti. Per quel che concerne la filosofia, invece, amo gli autori più scomodi, coloro che hanno impiegato la parola per “modificare la realtà” e per mettere in luce i meccanismi di potere, utilizzando il pensiero come strumento di critica dell’evidenza e, tra costoro, non posso non citare Schopenhauer, Marx e, più recentemente, Arendt, Foucault e la scuola di Francoforte, mentre, tra i filosofi contemporanei, il pensatore che più amo è Agamben.

Parlando con Walter Siti, dopo una domanda su questo, lui aveva detto che, a suo avviso, bisogna imparare a scegliere tra prosa e poesia, e che sono davvero pochissimi gli autori notevoli in entrambe le forme. Tu, invece, come detto sin dall’apertura, lavori su entrambi i fronti. Concordi o meno con l’affermazione di Siti? E pensi che prima o poi sceglierai l’una in favore dell’altra?
In realtà credo che Siti abbia ragione nella misura in cui ogni autore possiede una naturale propensione per una specifica modalità espressiva. I poeti, in genere, non sono dei grandi prosatori, e viceversa. Sono rarissimi i casi in cui un autore eccelle su entrambi i fronti. Diciamo anche, però, che ritengo limitante settorializzare la scrittura, come già avviene per ogni altra disciplina. La settorializzazione taglia le gambe alla scoperta, impedisce l’innovazione, per questo non amo ergere confini netti tra gli stili nell’uso del linguaggio. La libertà nella sperimentazione delle forme espressive è fondamentale, così come l’ibridazione di esse è spesso la via per la nascita di nuove correnti, di nuovi movimenti e di nuove impostazioni di pensiero. Per quel che mi riguarda, non credo che limiterò la mia voglia di superarmi, certa, come ho detto prima, della mia ignoranza, che presuppone una costante disponibilità ad apprendere e a crescere. Se devo essere sincera, però, il linguaggio che “mi nasce dentro” più spontaneamente è senz’altro la poesia, mentre quello che ritengo più efficace – specie nella realtà odierna, caratterizzata dalla fluidità e dalla sradicamento dell’individuo – è la filosofia.

All’evento di fine marzo avevi letto qualche poesia del Collettivo K, dal libro – edito da DivergenzeElegia Ambrosiana. Il nostro Concorso – al quale, possiamo dirlo, hai partecipato anche tu –, in comune con le poesie del Collettivo, aveva il desiderio di riportare all’attenzione di tutti, soprattutto i giovani, l’importanza della poesia, credendo fermamente (come ci ha detto Luciano Sartirana una settimana fa) che sia un’arte tutt’altro che passata, e anzi perfetta per descrivere la quotidianità. Lo credi anche tu? E quale pensi possa essere il ruolo della poesia in questo momento storico così particolare?
Lo credo anch’io, fermamente.  La poesia ha un ruolo più che mai attuale e cercherò di spiegarmi meglio. Anzitutto, essa è un linguaggio puro, nel senso che può – più della prosa – scegliere di non piegarsi ai compromessi, questo consente ai versi di poter giungere, più efficacemente di altri linguaggi, alla “verità delle cose”. La poesia è poi nutrimento dell’anima, è accecante intuizione che riesce a riportarci al contatto con quella parte interiore che la quotidianità postmoderna elude. Così facendo, i versi svolgono una funzione rivoluzionaria: restitusicono all’individuo il contatto con se stesso e lo nutrono di quell’apparente inutilità che la società rigetta. E proprio dell’inutilità vorrei soffermarmi brevemente a parlare, capovolgendo il paradigma dominante: la poesia non vende, si dice; non serve a niente, si ripete. Ebbene proprio questo “non essere utilizzabili strumentalmente”, tipico dei versi,  costituisce la risorsa maggiore che la poesia possieda, poiché non si piega a una oggettificazione che la riduca a merce, da cui trarre profitto. La poesia, inoltre, è un linguaggio originario e ha a che fare con la forza delle immagini e delle intuizioni, al pari della musica, per questo essa riesce, meglio degli altri linguaggi, a ricongiungere l’uomo come la dimensione più intima di se stesso, una dimensione parimenti non oggettificabile e che ha a che vedere con l’immaterialità del sentire, con quel “nucleo duro” che l’uomo serba in sé e che coincide con il bisogno di bellezza, di speranza e di bene. Tali bisogni costituiscono quel serbatoio valoriale che la nostra realtà ha rimosso e che, di contro, l’anima ci chiede, oggi più che mai, di alimentare. Proprio nei momenti di crisi, di confusione e decadenza, come quello attuale, la poesia assume un ruolo centrale, che ne fa l’unico linguaggio capace di cogliere “la verità delle cose”. Per essere ancor più chiara, “la verità delle cose” – che è oggettiva e universale – è che l’uomo odierno si sente smarrito, privo di speranza, atterrito dall’impotenza derivante dalla drammaticità della realtà che lo circonda, caratterizzata com’è da guerre, crisi economica, crisi sanitaria e da diseguaglianze crescenti. Dinanzi a questo scenario, la poesia, attraverso simboli e immagini ancestrali, riesce a cantare il sentire dell’uomo contemporaneo, che è poi un sentire collettivo, e lo oggettivizza, riavvicinando l’individuo ai suoi reali bisogni.

Visto che i libri sono relativamente pochi, posso chiedertelo: mi descrivi ciascuno dei tuoi scritti con tre parole per ognuno? E poi, già che ci siamo, tre parole che useresti per descrivere te stessa – non come autrice, proprio come persona.
Benissimo, ci proverò, ma non sono sicura di riuscire ad usare esclusivamente degli aggettivi! 
Il primo scritto, La Vista, è una silloge che definirei minimale, riflessiva, in-ascolto. La seconda silloge, La Nevicata, è invece sincera, travolgente, incalzante. La raccolta Solitudine di esistenze è dura, ruvida, realistica, mentre la silloge Paradosso della ricompensa è immateriale, filosofica, complessa. Apologia della sorte, altra raccolta poetica, è un’architettura, un viaggio, una domanda. Per quel che riguarda le prose, L’Alunno è una protesta, un grido d’amore e sofferenza, una ricerca di soluzioni nuove, mentre la raccolta di racconti Scusate, ma devo andare è un libro femminile, delicato e ribelle. Infine, Kinder è un romanzo crudo, disperato e pieno d’amore per la vita. 
Le tre parole che mi hai chiesto, che forse riescono meglio a descrivermi come persona, credo che possano essere schiva, riflessiva e testarda.

Purtroppo siamo giunti alla fine di questa chiacchierata di cui ti ringrazio. L’ultima domanda è meno personale, ma spero non meno stimolante per te: quali forme credi che possa assumere la letteratura negli anni che ci aspettano? E, a tuo avviso, ha davvero senso la convinzione diffusa che la letteratura dei giorni nostri non valga quella dei secoli passati? Oppure si tratta solo di un pregiudizio?
Concludiamo con una domanda difficile! Credo senz’altro che, negli anni che ci aspettano, la letteratura dovrà confrontarsi nuovamente con il passato e con i classici, poiché la postmodernità, sbarazzandosi dei vecchi “parametri estetici”, ha spesso dato vita a opere prive di contenuti originali e validi. Tuttavia, non penso che la letteratura contemporanea valga meno di quella passata, al contrario, ci sono molti talenti, che però faticano a trovare spazio e visibilità, poiché -ed è questo il problema principale- il mercato non predilige la qualità, ma il conformismo e quel che è più vendibile. Questo implica che gli autori più scomodi e impegnativi vengano, in qualche modo, censurati attraverso l’esclusione dai grandi circuiti. Ritengo dunque che manchi, da parte soprattuto di chi gestisce il mercato letterario, la capacità e la volontà di valorizzare quegli autori che davvero hanno qualcosa da dire. Per il resto, sono certa che il dominio del profitto sulla qualità  sia destinato a terminare, le persone, e i giovani in particolare, sono insofferenti e hanno fame di nuovi valori, di nuove prospettive di senso, dato che la realtà che ci circonda – e che abbiamo costruito – è disumana e sempre più alienante.

Federico

2 risposte a "L’intervista a Lucrezia Lombardo"

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  1. intervista molto interessante, non conosco Lucrezia, cercherò qualcosa di suo, anch’io amo la poesia e ho una passione per Agamben!

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