Un altro cinema (o un Cinema-Altro?)

Qui i primi 40 film della Lista

L’effetto della Nouvelle Vague, come si accennava nella puntata precedente, è stato divampante. Improvvisamente il Cinema perde le certezze del classicismo degli Anni Quaranta e Cinquanta e si apre a nuove forme di narrazione. E pensare che, spesso, i Sixties vengono marchiati come un decennio di molti contenuti e pochissima forma… Non è così, ça va de soit.  Preparatevi quindi, senza troppi preamboli, a un viaggio curioso e (spero) stimolante in un altro cinema.

8 ½
(Italia/Francia, 1963; BN, 138’) di Federico Fellini. Con Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale.
In uno stabilimento termale il regista Guido, famoso e acclamato, cerca di ricostruire il progetto di un film, annunciato, finanziato e scordato. 
PERCHÉ VEDERLO
Ci sarebbe da scrivere enciclopedie su questo capolavoro incredibile. Un flusso di coscienza torrenziale, ironico, ipnotico, che mescola presente, passato e sogno. Quintessenza del potenziale espressivo della Settima Arte, e al contempo autoritratto impietoso delle idiosincrasie del regista. Ci sarà un motivo se viene regolarmente citato tra i film preferiti dei più grandi Autori, da Kubrick a Scorsese, da Lynch a Tarantino! Se dovessi spiegare a un marziano cos’è il Cinema, non direi una parola: sarebbe sufficiente mostrargli 8 ½
DOVE TROVARLO 
OPAC Sondrio.
…E SE VI È PIACIUTO
L’ortodossia felliniana direbbe, a ragione, La strada (1954), La dolce vita (1960) e Amarcord (1973). Ma il maestro riminese ha fatto anche altro! Perché non onorarlo con I vitelloni (1953), Il Casanova di Federico Fellini (1976) e il misconosciuto Prova d’orchestra (1978)? Se siete coraggiosi, e un po’ scafati, provate invece a confrontarlo con INLAND EMPIRE – L’impero della mente (2006) di David Lynch….

IL VANGELO SECONDO MATTEO
(Italia, 1964; BN, 137’) di Pier Paolo Pasolini. Con Enrique Irazoqui e Susanna Pasolini.
Vita, morte e resurrezione di Gesù, in una riproposizione fedele del Vangelo di Matteo.
PERCHÉ VEDERLO
Sia pure strettamente antidogmatico, il film di Pasolini è per distacco il migliore ritratto di Cristo (anche secondo la Chiesa, che l’ha rivalutato dopo mezzo secolo). Girato con attori presi dalla strada (Gesù è interpretato da un giovanissimo sindacalista basco ateo; Maria dalla madre del regista) in un magnifico bianco e nero, ci mostra un protagonista straordinariamente umano, anche nel compimento dei numerosi miracoli. Colonna sonora pazzesca, composta da celebri brani religiosi “canonici”, spirituals e persino un famosissimo moanin’ blues, Dark was the night cold was the ground di Blind Willie Johnson (nella scena della guarigione dello storpio: uno dei momenti più alti di sinestesia cinematografica). 
DOVE TROVARLO 
OPAC Sondrio.
…E SE VI È PIACIUTO
Alle volte è importante guardare film veramente brutti per poter apprezzare i capolavori. Pertanto il confronto con l’orribile La passione di Cristo (2004) di Mel Gibson può rivelarsi molto significativo… Per un Gesù altrettanto umano, L’ultima tentazione di Cristo (1988) di Martin Scorsese (ma il vostro parroco non approverà). Se invece è Pasolini che desiderate approfondire, Accattone (1961), Mamma Roma (1962) e, se avete molto stomaco, il suo film testamento: Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)

DOG STAR MAN
(USA, 1965; col., muto, 74’) di e con Stan Brakhage.
Trama? Non c’è trama! Potremmo dire che è una sorta di poema visivo sulla ciclicità del tempo. Oppure no…
PERCHÉ VEDERLO
Già, perché vederlo? Di 100 film che raccontiamo, Dog Star Man è di gran lunga il più estremo (e come sempre con i figli difficili, è pure quello che, in un certo senso, amo di più). Guardàtelo perché è la dimostrazione di ciò che può diventare il Cinema quando si spinge ben oltre i confini della narrazione. Brakhage utilizza tutte le tecniche possibili, dalle lenti anamorfiche, alla sovrimpressione, ai graffi direttamente sulla pellicola alle… ali di falena (!!!). Un’esperienza difficile, al limite del traumatico ma, per chi sta al gioco, totalizzante. Se vi lascerete rapire, sarà un po’ come essere Alice che segue il Bianconiglio…
DOVE TROVARLO 
Online.
…E SE VI È PIACIUTO
Se vi è piaciuto davvero, sappiate che avete la mia stima incondizionata. Dato che nulla è paragonabile a Stan Brakhage, non vi resta che approfondirlo (ha realizzato circa 400 lavori sperimentali, e online ce ne sono parecchi). Orientativamente, potreste cominciare con Window Water Baby Moving (1959), Mothlight (1963) e The Dante Quartet (1987). Alcuni intrepidi si spingono fino a The Act of Seeing with One’s Own Eye (1971) ma datemi retta: fatelo solo a ragion veduta.

IO LA CONOSCEVO BENE
(Italia/Francia/Repubblica Federale Tedesca, 1965; BN, 115’) di Antonio Pietrangeli. Con Stefania Sandrelli e Mario Adorf.
Adriana, parrucchiera giovane e bella, ambisce a far carriera nel mondo del cinema. Pur di riuscirci, passa, senza grandi risultati, da un vestito a un altro, da un’acconciatura a un’altra, da un letto a un altro…
PERCHÉ VEDERLO
Capolavoro del quasi dimenticato Antonio Pietrangeli, che fu un maestro assoluto nel tratteggiare figure femminili, Io la conoscevo bene anticipa di dieci anni la vena amara e crepuscolare di una certa commedia all’italiana. La trama si compone di brevissimi episodi relativamente collegati fra loro, pezzi di un puzzle che si svelerà solo nell’apparentemente inatteso finale. Interessante rivederlo oggi, con l’attuale consapevolezza e sensibilità.
DOVE TROVARLO 
OPAC Sondrio.
…E SE VI È PIACIUTO
Non ha molti paragoni nel cinema italiano, specie dell’epoca. Di Pietrangeli, merita senza dubbio il coraggioso Adua e le compagne (1960). E se vi interessano i grandi ritratti femminili, forse dovreste conoscere i film di John Cassavetes…

THE HAND
(Ruka, Cecoslovacchia, 1965; col., 18’) di Jiří Trnka
Un timido vasaio viene insidiato da una gigantesca mano, che tenta in ogni modo di piegarlo alla sua volontà per fargli scolpire statue che la ritraggano.
PERCHÉ VEDERLO
Si può spiegare in 18 minuti cosa significa essere artisti sotto una dittatura? Trnka ci riesce benissimo, con uno dei migliori esempi di sempre di animazione stop-motion. Bellissimo, efficace, e sinistramente inquietante: il regista, perseguitato dalla censura, morirà di lì a poco, si dice di crepacuore.
DOVE TROVARLO 
Online.
…E SE VI È PIACIUTO
Il povero Trnka non ha avuto il tempo di creare una filmografia consistente. Ma l’Europa dell’Est è stata un’incredibile fucina per il cinema di animazione. Restando nel campo della stop-motion, impossibile tralasciare il genio assoluto del ceco Jan Švankmajer: per affinità di tema, guardatevi i suoi L’ultimo trucco del signor Schwarzewald e del signor Edgar (1964) e Johan Sebastian Bach: Fantasia in sol minore (1965). Altrimenti spostatevi oltreoceano per fare la conoscenza col maestro Ray Harryhausen: La lepre e la tartaruga (2002), summa della sua arte.

BLOW-UP
(Italia/GB/USA, 1966; col., 111’) di Michelangelo Antonioni. Con David Hemmings e Vanessa Redgrave.
Un famoso fotografo inglese di moda riprende in un parco una coppia di amanti. Ma la realtà non è quella che sembra, e dovrà impararlo a proprie spese.
PERCHÉ VEDERLO
Su Antonioni mi è d’obbligo cospargermi il capo di cenere: l’ho capito e apprezzato solo in età matura; di conseguenza, generazioni di miei studenti se lo sono perso. Peccato, perché Blow-up è una riflessione inarrivabile sull’inconoscibilità del reale. Più il protagonista ingrandisce i propri scatti, meno comprende… Al di là del tema, stilisticamente è meraviglioso, con una narrazione che gioca molto sulla sottrazione di dati, piuttosto che sull’aggiunta. E se amate la Swinging London, questo è il vostro film.
DOVE TROVARLO
OPAC Sondrio
…E SE VI È PIACIUTO
Provate a guardarlo in combo con La conversazione (1974) di Francis Ford Coppola: sarà un’esperienza indimenticabile. E, già che ci siete, aggiungete gli altri due film americani di Antonioni: Zabriskie Point (1970) e Professione Reporter (1975).

AU HASARD BALTHAZAR
(Francia/Svezia, 1966; BN, 91’) di Robert Bresson. Con Anne Wiazemsky e François Lafarge.
Vita e sofferenze dell’asino Balthazar che, passando di padrone in padrone, sperimenta su di sé i mali del mondo.
PERCHÉ VEDERLO
Terzo dei tre maestri del cinema trascendentale (gli altri, entrambi già incontrati nel nostro percorso, sono Dreyer e Ozu), Bresson si differenzia per lo stile meno convenzionale. Un certo narrare ellittico lo può forse far assomigliare ad Antonioni, ma laddove il ferrarese si distingue per grandi movimenti di macchina, il francese sceglie invece strane inquadrature anti didascaliche, fra angoli improbabili e dettagli apparentemente poco significativi. Il risultato è che lo spettatore concentra l’attenzione per decodificare la trama, e facendolo ne assorbe il messaggio. Etica e morale sono temi centrali, ma vengono trattati con incredibile poesia.
DOVE TROVARLO 
OPAC Sondrio.
…E SE VI È PIACIUTO
Impossibile pensare di vederlo senza associarlo all’altra summa bressoniana, Mouchette – Tutta la vita in una notte (1967). Visti singolarmente, sono capolavori. Visti insieme, si imprimeranno indelebilmente nel vostro cuore. Se cercate qualcosa di simile, ma più attuale, provate con i film dei fratelli Dardenne.

LA BATTAGLIA DI ALGERI
(Italia/Algeria, 1966; BN, 121’) di Gillo Pontecorvo. Con Brahim Haggiag e Jean Martin.
Chiuso in un bunker assediato dai parà francesi, il rivoluzionario algerino Ali La Pointe rievoca in un lungo flashback gli eventi che l’hanno condotto lì.
PERCHÉ VEDERLO
A soli quattro anni dall’indipendenza dell’Algeria, Gillo Pontecorvo realizza questo film di rara efficacia sulla guerra di liberazione. Adattando rigidamente i protocolli neorealisti, ma con un occhio (e forse più) alle sperimentazioni narrative della Nouvelle Vague francese, il regista ottiene un capolavoro “tardivo”, quasi un film-inchiesta, che acquista forza, bellezza e importanza col passare degli anni. Non è poco…
DOVE TROVARLO 
OPAC Sondrio.
…E SE VI È PIACIUTO
Per una volta, anziché guardare avanti, proviamo ad approfondire guardando indietro. Pontecorvo deve molto all’altro grande regista politico italiano: Francesco Rosi. Di quest’ultimo, non perdetevi Salvatore Giuliano (1962)

LA NERA DI…
(Francia/Senegal, 1966; col., 59’) di Sembène Ousmane. Con Mbissine Thérèse Diop e Anne-Marie Jelinek.
La giovane senegalese Diouana viene condotta in Francia da una coppia di ex cooperanti con un’offerta di lavoro come bambinaia. Quando capisce di essere stata ingannata, e che sostanzialmente è una schiava, si chiude in un ostinato mutismo.
PERCHÉ VEDERLO
Considerato il primo film della storia del cinema subsahariano, vede alla regia Sembène Ousmane, scrittore e poeta. Girato in economia di mezzi e narrato dalla voce off della protagonista, è un clamoroso esempio di pamphlet politico, lucido, arrabbiato, a tratti sconvolgente. Soprattutto, non contaminato dallo stile europeo. Un gioiello fondamentale per capire il post-colonialismo e lo strisciante razzismo insito anche nelle classi più insospettabili… Avrebbe meritato tutt’altra distribuzione in Italia.
DOVE TROVARLO 
Online, sottotitolato in inglese.
…E SE VI È PIACIUTO
Purtroppo, pochissimo cinema subsahariano, è giunto sui nostri schermi, ancor meno a contenuto politico. Vale sicuramente la pena guardare Borom Sarret (1963), cortometraggio con cui Sembéne ha messo a punto le tecniche poi utilizzate per La nera di… Oppure, spostarsi dall’altra parte del continente per Teza (2008), capolavoro dell’etiope Haile Gerima di cui parleremo più avanti.

ANDREJ RÜBLEV
(URSS, 1966; BN e col., 186’) di Andrej Tarkovskji. Con Anatolij Solonicyn e Ivan Lapikov.
Biografia a episodi del grande pittore di icone Andrej Rüblev, vissuto nella Russia del XV secolo.
PERCHÉ VEDERLO
Non c’è nulla da fare: se volete conoscere la storia del cinema, non potete farlo prescindendo da Tarkovskij. Il suo stile fatto di lunghissimi piani sequenza e pochissime parole ha influenzato più di ogni altro molti autori d’essai successivi (la “temuta” genealogia artistica Tarkovskij-Sokurov-Tarr-Nemes, e non solo). Andrej Rüblev è lento, ieratico, ipnotico (ma ha anche dei difetti, eh!). Scherzi a parte, era dai tempi di Ėjzenštejn che il cinema russo non conosceva un simile splendore.  Nonostante questo, fu a lungo osteggiato dalla censura sovietica. Gli amanti del BN impazziranno.
DOVE TROVARLO 
OPAC Sondrio.
…E SE VI È PIACIUTO
Se volete conoscere davvero Tarkovskji, armatevi di tempo e pazienza. Sappiate che dovrete guardarvi L’infanzia di Ivan (1962) e i due moloch fantascientifici Solaris (1972) e Stalker (1979). Da lì a Madre e figlio (1997) di Aleksandr Sokurov, il passo è quasi breve. Degli ungheresi Béla Tarr e László Nemes, invece, parleremo più avanti…

Mattia Agostinali

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