Uscire

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Dunque, eccola. La porta. La scelta.
Non ci speravo più, ormai. O, meglio: non avevo mai smesso di sperare, ma col tempo quella speranza s’era logorata. Ormai più che un anelito era un’abitudine, una vecchia camicia da mettersi al mattino, un paio di scarpe vecchie che dispiace abbandonare, una crema messa con diligenza, tutti i giorni, su una pelle che non migliorerà. Non che il mio atteggiamento sia singolare. Tutti, al Quartiere, vivono in questo bilico, tra una consapevolezza della loro inevitabile permanenza e un’insensata speranza di fuggire.
Insensata, perché? – argomenta qualcuno, di solito un novellino. Le porte si aprono, lo sanno tutti, e a tutti nel Quartiere viene data prima o poi la possibilità di andarsene. Come spiegare a quel novellino che la possibilità non basta, se la persona non intende coglierla? 
Le porte si aprono spesso. Due volte al mese, forse anche tre. E, se per questo, alcune rimangono aperte parecchio a lungo. Per qualche mese aveva fatto amicizia con un vicino che aveva la sua aperta da più di due anni. 

Ma non aveva intenzione di andarsene, era vecchio, era stanco, ormai dall’altra parte se ne erano andati tutti, invece qui, nel Quartiere, almeno aveva gente a stargli accanto. Come biasimarlo? Dal canto mio, io non penso che me ne andrò. Perché abbandonare un luogo, per quanto sgradevole, concreto, familiare, per un vuoto che non potrebbe risucchiarmi di colpo e lasciarmi senza calore né vita? Ho passato l’età per simili atti di insensatezza. O forse non l’ho mai avuta.
Tra l’altro, ragionavo altre volte, la porta potrebbe chiudersi da un momento all’altro, e allora via il problema. Era capitato altre volte. Uno tergiversava per un momento, e se la ritrovava bloccata.
Avevo sentito di una donna che viveva vicino al parco, la cui porta era sparita proprio mentre stava per varcarla. Da allora per mesi aveva vissuto senza uscire dalla propria camera, con la ferma intenzione di non lasciarsela sfuggire la prossima volta che si fosse presentata. Tutti dicevano che era uscita di senno, doveva andare avanti, le porte non ritornano, lo sanno tutti. Invece si sbagliavano. Una mattina sul suo volto soffiò da un refolo di vento estivo. Aprendo gli occhi vide una sagoma di legno massiccio, con un pesante pomo d’ottone e una piccola vetrata a mezzaluna. Rise per la gioia, si alzò di scatto per a cogliere il frutto della sua pazienza e della sua costanza, ma al momento di girare il pomello la mano le tremò. Non seppe andarsene. La sua vita s’era legata alla sua attesa, svanita quella, che cosa le sarebbe rimasto? La porta si chiuse poco dopo e lei continuò a vivere nella sua camera, ad aspettare un terzo miracolo. 

La porta è una faccenda personale. Fa passare una e un sola persona, solo quella a cui è destinata. E per ciascuno assume forme diverse. 
Per una mia amica, era verde militare, di un metallo arrugginito, da vecchio magazzino industriale. Per un’altra mia amica, era un elegante laminato argenteo: guardandoci dentro ci vedeva il suo riflesso stanco. E per un altro ancora sembrava l’uscita d’emergenza di un’ospedale, con un’orrenda vernice blu e la barra rossa per spingere. La prima se ne era andata, gli altri due sono rimasti. Ovviamente se ne sono pentiti entrambi. Fa parte del rituale, pentirsi, ma come la nostra speranza arrugginita, anche il dispiacere in qualche modo è avariato, falso: solo un’altra ancora per tenerci dove siamo. Io almeno ne sono consapevole e dunque cerco di evitarlo.

No, non me ne andrò. Tutta la mia vita è passata al Quartiere, che senso avrebbe cercare la libertà all’ultimo minuto? Il Quartiere. Ero arrivato da poco quando la gente ha cominciato a smettere di chiamarlo prigione, e dargli invece quel soprannome falsamente accogliente. Arredare la propria trappola, metterci tappeti e lampadari, fingere di trovarsi bene. Non li giudico severamente, però: a volte non si può fare a meno di ritrovarsi bloccati, a volte può addirittura chiarire le idee. Non c’è nulla di male in questo, così come non c’è nulla di male a voler rimanere.
Ma, allora, mi capita alle volte di pensare: via la speranza, via il pentimento, via anche questa consapevolezza che vuole solo fingere di sapere e invece funge da mera giustificazione. Via quella ragione che serve solo a fingere di capire. Limitiamoci ad essere qui, ad esserci, senza sognare un altrove. O meglio: sognandolo sempre, ma costruendolo da qui dentro, un altrove che ci possiamo raggiungere. Uno che non cominci oltre la porta, ma che cominci dalla sua soglia, dalla nostra camera, dai nostri corridoi, dai parchi e dalle mense del Quartiere, dagli sprazzi d’azzurro dalla cupola.

Da quando la mia porta è arrivata, all’emozione iniziale si è sostituita la calma. Non la attraverserò, eppure potrei attraversarla.
Mi basterebbe aprire la maniglia – una semplice maniglia di ferro, niente di elegante.
Mi basterebbe varcare quei vetri – vetri opachi, da cui si intravede un profilo di alberi e qualche macchia di fiori.
Mi basterebbe seguire il refolo che ieri mi ha svegliato, ricordandomi di quanto amassi i venti estivi. Nel Quartiere non c’è vento, perché nulla si muove mai.
Mi basterebbe – mi basta, come in un sogno, vedere la linea che collega il qui e l’altrove, vederne l’illusione, fare quel salto.

Al di là della porta, la brezza.

Francesca P.

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