L’intervista a Mariano Macale

Mariano Macale, vincitore del XIV Premio Nazionale Fabrizio De André” per la Sezione Poesia, e co-fondatore dei Cardiopoetica, è nella vita autore e avvocato civilista. Ti andrebbe di spiegarci qual è stato il passaggio che ti ha portato ad occuparti di diritto civile e poesia? Quali diresti che sono, sulla base della tua esperienza, i maggiori punti di contatto tra di loro?
Ciao Francesca! La tua domanda mi porta a riflettere un po’ su quel datato monologo di Steve Jobs che più o meno tutti conosciamo, quando a un certo punto parla dell’importanza di “unire i puntini”. Solo una volta uniti i puntini, ci si rende conto del quadro generale. È quello che cerco di fare con quello che mi capita di vivere. Vorrei fare un passo in più, se mi riesce. Alla fine credo di aver scoperto che non si tratta tanto o solo di unire i punti disparati della nostra esistenza, ma di scoprire che al centro di quelle intersezioni c’è sempre l’amore, la passione con la quale facciamo le cose. È questo che ci rende chi siamo, al di là di ciò che facciamo. Ecco, questa è la premessa. Poi, che dire? In realtà la tua domanda mi riporta alla mente il movimento Law And Literature, di J. H. Wigmore, sviluppatosi agli inizi del ‘900 negli Stati Uniti, tuttavia anche qui da noi è sempre stato chiaro il legame autenticamente umanistico che lega il diritto alla poesia. Ecco, se dovessi trovare un ponte preciso lo individuerei nella precisione. Bisogna essere precisi, sia che si tratti di redigere un atto giudiziario, sia che si decida di cogliere un’immagine, un momento, un’emozione tramite i versi. Un buon avvocato così come un buon poeta conoscono la perfezione del tiro, per citare un’opera di Mathias Enard. Bisogna mirare e colpire al centro.

Oggi, i Cardiopoetica – trio composto dallo stesso Mariano, Marco De Cave e Fabio Appetito, ed editi da Ensemble Edizioni – vantano migliaia di copie vendute. Avresti mai pensato di ricevere tanto successo? Sappiamo, viste le pubblicazioni, che a legare te e gli altri autori c’è un sincero rispetto artistico e lavorativo; ma com’è che nascono i Cardiopoetica?
Cardiopoetica nasce inseguendo una necessità. Quella necessità era di dare voce a qualcosa che ci portavamo dentro, e che poi, guarda caso, abbiamo scoperto essere ciò che tutti ci portiamo dentro. Quel senso di irrisolto, quell’irrequietezza che ci classifica tutti quanti come appartenenti alla famiglia dei Sapiens. Non so se lo chiamerei successo, abbiamo ancora molta fame: tuttavia se un successo esiste, lo si deve in sostanza alla strada fatta interiormente, ad ogni piccolo tassello di vita quotidiana, dalle persone che hanno incrociato la nostra strada alle letture fatte in tanti pomeriggi. E no, non pensavo che un giorno sarebbe arrivata a crescere così tanto, questa realtà. Per me il successo, è lo sguardo di una lettrice o di un lettore alla fine di una serata di letture ad esempio. Qualcosa è cambiato per tutti, dopo le parole e i silenzi, le cose non saranno più esattamente uguali a prima. E questo è sempre un bene.

Quando sento parlare di scrittura a più mani, spesso rimango perplessa: quest’ultima rappresenta a mio avviso carattere e personale riflessione. Credi che riesca, sebbene condivisa, a mantenere lo stesso senso di emotiva individualità? E quali credi che siano i vantaggi che la molteplicità di firme apporta ad una singola creazione?Condivido, Francesca; chiaramente scrivere significa essere soli in una stanza piena di voci invisibili. Scrivere ha a che vedere con l’ascolto, nel senso che bisogna prestare orecchio alle voci di dentro. E ognuno ha le sue. I testi di Cardiopoetica nascono tutti da un sentire individuale, non frazionabile. Poi succede che li rivediamo insieme, se necessario. Ma più che in un lavoro di revisione, il trait d’union sta nel trovare un filo rosso tra testi e voci e approcci anche molto diversi tra loro, e tuttavia simili. È una questione di equilibrio, e se al posto di un Fabio o di un Marco o di un Mariano vi fossero altri, la cosa non funzionerebbe. Perché non uniamo solo competenze tecniche, si tratta di qualcosa di più, un’amicizia, un’insieme di vissuti. Ecco perché l’esperienza di questo collettivo è sui generis, l’intenzione non è alla base artificiosa o pensata, e non riguarda la comunanza di idee o di valori, ma il perché lo si fa. 

Il responso che per la stragrande maggioranza i poeti (esordienti) ottengono, ad oggi, sembra esser un misto tra compatimento e ammirazione. Da autore del tuo calibro, ritieni che la poesia possa essere un’arte fraintesa? Quali sono, in un’epoca come la nostra, i mutamenti che la lingua poetica affronta?
Sarebbero tanti i discorsi da fare qui. Forse basterà citare pochi versi, non da un trattato poetico, ma dalla Costituzione della Repubblica Italiana, l’art. 4, comma 2: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Non credo che si possano scrivere parole più belle di queste per capire il senso del contratto sociale che tutti ci vincola. Esuliamo da una definizione, pur essa limitata, come quella di poeta o poesia civile, a scanso di fraintesi. Quel che intendo è che la poesia è sì un’arte fraintesa nella misura e nel momento in cui è frainteso l’intero essere umano. Parafrasando qualcuno, alla fine sono solo poesie, no? Per quanto riguarda poi la lingua poetica, porrei più attenzione non alle parole in sé, ma al mezzo-forma nel quale sono calate. Basti pensare ai i. Non si tratta solo di un mezzo. Se diciamo che il social è un mezzo, non abbiamo compreso nulla dei cambiamenti in corso. Non ci rendiamo nemmeno ben conto di quanto questo incida sul testo, sulla parola, sulla punteggiatura anche se vogliamo, però accade. I veri cambiamenti, nelle cose della vita come di tutti i giorni, e l’arte è cosa di tutti i giorni, sono silenziosi, impercettibili. Poi passa un po’ di tempo e qualcuno dice: ecco vedi, era evidente! Il mutamento che la lingua poetica affronta oggi è un mutamento di forma-contenitore per capirci. Poi continueremo a stampare centinaia di libri cartacei, non è questo il punto. Il modus operandi del mercato sarà cambiato altre dieci volte, e con questo la lingua poetica. Già Paul Valery, se non sbaglio in La conquete de l’ubiquité, nel 1931, diceva che i futuri mezzi di diffusione avrebbero permesso di ricreare in un luogo il sistema di sensazioni percepite o create in un altro luogo qualsiasi. Una sorta di teletrasporto delle emozioni. Solo che la poesia fa questo da migliaia di anni, direi.

Il primo marzo 2020 è uscita la vostra seconda raccolta, Il bene dopo di noi. Qual è stato il processo creativo che vi ha coinvolto? Ti andrebbe di parlarcene?
Il bene dopo di noi, edito da Ensemble, arriva alla fine di un potente processo di maturazione personale che in tempi e modi diversi ha riguardato noi tutti come autori. Quella nostalgia a tratti volutamente ingenua dei primi versi è stata sostituita da un qualcosa che viene anche dopo la disillusione, molto dopo. Il bene dopo di noi parla di ciò che si scopre alla fine di una relazione, non tanto o solo con un’altra persona, ma anche di una relazione con il mondo, con la vita di prima. Non solo si scopre che si può sopravvivere, e questo già lo sapevamo, ma si intuisce che si può vivere, pienamente, senza remore, ogni giorno. Questo poi non serve a dare un senso a ciò che è stato, perché allora ci staremmo raccontando delle ficciones, delle finzioni. Si prende atto e basta, dopo di noi esiste un bene? Sì. Vale la pena viverlo? Sì, eccome! Il bene dopo di noi è l’ultimo lungo addio a due seducenti tiranni: il prima e il dopo.

Dopo la vostra prima raccolta – Quanto silenzio, amore mio, per una parola vera – tu e gli altri autori siete stati impegnati in un tour italiano per la promozione del libro; quale pensi sia stato l’impatto della situazione pandemica sulle nuove pubblicazioni e in particolare modo sulla vostra? E cosa ti auguri cambi da questo punto di vista per l’anno che verrà?
Il nostro pensiero va sia ai piccoli editori che ai librai, sui quali l’impatto della pandemia ha forse pesato più che sugli autori. In tanti hanno “riscoperto” la lettura, e questo ci fa piacere, ma c’è ancora tanto, tantissimo, da fare. Leggere, ogni giorno, significa acquisire gli strumenti necessari per vivere in modo pieno e non subire soprusi di sorta. È un atto che dobbiamo in primis a noi stessi. Per il resto, dobbiamo dire che il libro, malgrado un tour di date italiane e due anche all’estero (Varsavia e Bruxelles) completamente saltato, è andato molto bene, questo grazie a un affetto e a uno scambio con i nostri lettori che non si è mai placato. Tuttavia, noi come loro, abbiamo tutti sofferto l’assenza di una comunicazione personale. Ci è mancato guardarci negli occhi durante un reading, scambiare due parole dopo lo spettacolo, stringere mani, abbracciare corpi. Perché la parola, la poesia, è massimamente corpo, fisicità, visceralità. Dal prossimo anno mi aspetto che ci sia tanta voglia di ricominciare, tanto coraggio in più dopo così tanta paura. Non è ancora finita, ma forse la pandemia ci ha ricordato che non esistono garanzie, per quanto strenuo si faccia il controllo sulle nostre vite, per quanto tendiamo a programmare tutto. Non sarà semplice, ma com’è che diceva quel tipo saggio in Bojack Horseman? Ogni giorno diventa più facile, ma devi farlo tutti i giorni.

Francesca Giudici

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