Il racconto del mito

Dopo aver parlato del racconto e di che cosa rappresenta per me, vorrei porre l’attenzione sulla tipologia più antica e più solenne di racconto: il mito.
Il mito è il racconto ordinatore del mondo, è la parola che diventa griglia di interpretazione della realtà materiale, è la dimostrazione del potere del raccontare.
Il mito esiste dall’alba dei tempi e sin dalla sua comparsa ha avuto come principale funzione quella di dare un senso ad un’esistenza che altrimenti sarebbe stata solo un’orda di eventi e fenomeni incomprensibili per l’uomo ancora primitivo.
Il mondo è un turbinio di immagini senza senso e l’uomo ha sentito il bisogno di riordinarlo. L’ha fatto con il racconto e la parola.
Il mistero della vita e della morte, le regole della natura, il passare delle stagioni, l’ordinamento sociale…non ne conosce la causa e allora se ne inventa una. Attraverso il mito l’uomo dà ordine a tutte quelle informazioni che il mondo gli mette davanti ogni giorno e attraverso storie e immagini riesce a comprendere la rete della realtà.

Non è un caso che lo stesso Platone avesse riconosciuto il valore psicagogico dei miti e li inserisse nelle sue opere per spiegare concetti di difficile comprensione. Il racconto dà ordine e con le sue metafore e similitudini semplicizza contenuti che a volte superano la comprensione umana. 

Il carattere del mito è come quello della fiaba: eternamente presente. Il tempo del mito non è definito, è un lontano passato in cui il messaggio lanciato tocca profondamente il presente, è il “c’era una volta”, “illo tempore”, che scava in un passato mai esistito ma comunque sempre presente. 

Nell’antica Grecia esistevano persone specializzate nell’arte del raccontare ed erano chiamate rapsodi o aedi. Apparentemente il loro lavoro era leggermente diverso e lo si è supposto in base all’etimologia dei loro nomi. “Rapsodo” deriverebbe dal verbo “raptein” (ovvero “cucire”), mentre “aedo” dal verbo “ado” (ovvero cantare). Ciò starebbe a sottolineare il fatto che i veri cantori itineranti fossero gli aedi, mentre i rapsodi si limitassero a “cucire” i canti tradizionale, arricchendoli con elementi personale e innovativi. 

La performance avveniva oralmente, di solito in occasioni di celebrazioni e festività che scandivano l’anno antico, dando ordine al tempo. Potrebbero essere paragonati ai moderni autori visto che essi dovevano essere capaci di catturare l’attenzione del pubblico con la loro voce e le loro movenze, non soltanto con i contenuti mitici narrati.
E’ importante sottolineare come la società greca desse importanza all’atto del raccontare e al mito in sé. Non esisteva celebrazione che non fosse accompagnata dalla voce dei cantastorie ed ogni volta la città riviveva il momento della sua nascita o la creazione delle leggi o qualsiasi altro momento storico posto nel tempo eterno del mito. 

Per i greci il mito non era solo un racconto di fantasia, ma era vera e pure storia. La Guerra di Troia era avvenuta davvero, Achille era davvero esistito e così Ulisse, Agamennone, Ettore…
Il mito era di fondamentale importanza per comprendere passato e presente, era storia ed era realtà. Era appunto un principio ordinatore del mondo, che dava senso al passato e quindi anche al presente. 

Non è casuale che Omero abbia quindi fondato non solo il mito e la letteratura greca, ma quella occidentale in generale. Lui stesso, cantore di miti, diventò mito. Era cieco secondo la tradizione perché i suoi occhi vedevano la realtà delle muse, non quella materiale accessibile a tutti noi. Era una creatura speciale a cui la vita aveva tolto la vista sul mondo materico per dargli quella sul mondo che non ha tempo né spazio: quello del mito. 

Per i greci anche l’arte visiva era racconto, tanto che la maggior parte degli studiosi la definisce arte “narrativa”. In ogni opera, in ogni dipinto o incisione si deve intuire il movimento appena precedente e quello appena successivo, si deve vedere il breve frame di un’azione. Solitamente tale azione appartiene proprio al mito.
Anche le immagini in Grecia dunque raccontano, avendo come scopo quello di evocare nello spettatore quella che è la sua stessa storia e la storia del mondo. 

I greci ci hanno dimostrato più di qualunque altro popolo quanto sia grande la forza della parola, quanto il racconto sia creazione vera e propria e non pura invenzione.
Ci suggeriscono dal lontano passato quanto queste azioni siano potenti e centrali e quanto sia importante usarle con sapienza e decisione.
Non dovremo scordarcelo mai.  

Laura

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