Sono solo Parole

Ciao, Maestro

“Si sente il bisogno di una propria evoluzione, sganciata dalle regole comuni, da questa falsa personalità”. Questa, mi spiegò, era una delle frasi che di Lui apprezzava maggiormente.
Mi disse che, quando Lui morì, questi si lasciò andare al dolore, piangendo come quasi mai faceva per quelle cose che gli umani chiamavano lutti, e ch’egli concepiva invece solo come come viaggi che cambiano le prospettive al mondo, come voli imprevedibili ed ascese velocissime, quasi fossero traiettorie imprevedibili, indicanti codici di geometrie esistenziali.
La sua scomparsa, specificò, in quella narrazione stanca e sconfortata, fu dolorosa da ricevere perché – per quanto vivere non è difficile, potendo poi rinascere – quel lutto (quello sì, era proprio un lutto) non si arrende mai e non sa attendere, e – mi disse – mi rende schiavo delle mie passioni.
Sempre più rassegnato, occhi bassi e sorriso ormai spento, coi denti ingialliti – segno non già della mancata cura, bensì della vecchiaia ormai travolgente –, Franco mi rivelò una cosa che non avevo mai osato chiedergli (prima del Lutto perché mi pareva stupida, e in seguito a quello perché ovviamente inadeguata): il suo nome, datogli da quel padre di cui non ricordava nulla perché scomparso precocemente, era dedicata al nostro, comune perché unico, Maestro.

Risposi che, per la prima volta nella mia vita, capivo suo padre. Quell’essere di cui avevo sempre avuto un’idea meschina, perché caduto a seguito di una delle sue tante rapine condotte nonostante il bebè che aveva in casa, era sempre stato un demone, per me. Non importava nulla che la famiglia di Franco fosse in condizioni miserevoli perché le banche, dopo aver causato la più grande crisi del secolo per i mutui subprime, gli avessero sostanzialmente risucchiato il conto corrente; non aveva alcun rilievo che, prima di diventare un “ladro professionista”, Fabrizio (il padre di Franco) fosse stato un corriere per Amazon, e che dopo quell’esperienza si rinchiuse nella depressione; nemmeno mi facevo impietosire dal fatto che, a quel tempo, quand’io di anni ne avevo abbastanza per vedere ma non abbastanza per capire, quando Franco superava i 300 giorni di vita, la figura degli psicologi fosse sostanzialmente scomparsa dal proscenio del mondo, e che l’unico modo per “curarsi” fosse ingerire quelle piastrine cambiavita, come le avevano chiamate: all’apparenza caramelle gommose, color blu sintetico, avevano un sapore asprissimo e causavano dissenteria per 72 ore, ma poi – sosteneva la Propaganda Unica, cioè l’unico social presente al mondo – tutti i dolori passavano, le ansie scomparivano, favorendo invece una serenità tanto sommaria quanto appena accennata.
Nulla, insomma, mi aveva fatto perdonare Fabrizio, divenuto anarchico dopo esser stato convintamente socialista; troppo era stato il dolore che aveva inflitto la sua scomparsa a Franco, perché lo potessi perdonare.
Il giorno della morte di Fabrizio lo ricordo ancora come fosse ieri, per quanto avessi solamente 9 anni. Non solo perché Franco, all’epoca, festeggiasse il suo primo compleanno, ma soprattutto per quel che successe prima dei previsti festeggiamenti, che poi non vi furono: Fabrizio si rese conto che il quantitativo recuperato dal furto precedente – dei Saikebon al pollo, una Pepsi da 33 cl e una pizza Star – bastava appena per tre, e che quel povero orfanello con meno di 10 anni che loro avevano sostanzialmente adottato aumentava la necessità di cibo. Visto che il supermercato col commesso cieco e zoppo in cui tutti si rifornivano quel giorno era chiuso, Fabrizio puntò sull’unico negozio alimentare aperto in quel momento. Non vedendo il gestore al banco, si lanciò sui cavolfiori e sulle barrette energetiche (le uniche due cose rimaste, che probabilmente servivano alla sussistenza dei figli del proprietario del negozio), ma, una volta girati i tacchi e puntata la casa con una camminata innocente, venne colto da una pallottola grande quanto il cuore che portò via al padre di Franco: la “legittima difesa” dell’epoca prevedeva che, non appena invaso, anche accidentalmente, il territorio di proprietà di una persona, il proprietario potesse sparare a vista sull’invasore, e poco importava se, come si scoprì in seguito, quel gestore fosse un cannibale e si nascondesse sempre, sperando arrivassero i ladri per poi ucciderli alle spalle e mangiarseli: quella sfilza di omicidi eran solo una serie di legittime difese.
Non vedendo tornare Fabrizio, Frida – la moglie – e io scendemmo in strada, percorrendola timorosamente. Poco dopo vedemmo il corpo di Fabrizio e capimmo che non c’era nulla da fare. Fu lì, in quel momento, che decisi che il colpevole di tutto era Fabrizio stesso: non la società – non potevo capirlo, all’epoca – né l’omicida (in fondo, s’era solo attenuto alle regole), ma lui, quel padre che non aveva saputo – così ragionavo, all’epoca – proteggere il figlio; che non era riuscito a trovare uno stipendio fisso, garantito, solido; che aveva condannato il mio più grande amico, quasi un fratellastro, a una vita di sofferenza.
È per questo che, quando Franco mi disse il motivo del suo nome, per la prima volta capii Fabrizio. All’epoca, quell’uomo, aveva puntato una fiche su quel cantautore di cui era grande appassionato, quasi “scommettendo” che avrebbe colpito anche il figlio – cosa che effettivamente avvenne. Ed è per questo che Franco, quando Lui scomparve, si sentì spezzare in due, quasi implodere, diviso in brandelli dall’interno del suo animo: nonostante la vita da orfano, nonostante la fratellanza con un ragazzo di 8 anni e mezzo più grande che troppo spesso non comprendeva per scelte di vita e ideali, nonostante una vita di miseria a cui, come tutti, era condannato, nonostante tutto questo qualcosa – anzi, qualcuno – diede un senso alla sua esistenza, mostrando crudeltà e bellezze di quel mondo in cui si sentiva costretto – e quel qualcuno, ovviamente, era Lui, il Maestro.

All’ottantesimo anniversario – che misticamente cadeva nel venticinquesimo della morte del Maestro – della scomparsa di Fabrizio, Franco mi rivelò dunque per la prima volta una cosa che avevo sempre presunto, ma di cui mai ero stato certo: il motivo del suo nome. Franco, ormai ottantunenne, mi mostrò un fogliettino con una scrittura femminile, che annunciava senza esitazioni quanto sto dicendo.
Io quell’Autore mai l’avevo apprezzato, ma più per pigrizia intellettuale che altro – mi sembrava il classico erudito snob che vuol mostrare la sua onniscienza con canzoni che dovrebbero avere il pregio dell’immediatezza, e non il gravame della filosofia, per essere apprezzabili. Condannato da questa lettura superficiale (quanto lo era, solo allora me ne rendevo conto, quella che mi aveva sempre fatto condannare Fabrizio), avevo abbandonato le musiche e i testi fino ad allora, quando, parlandomi retrospettivamente e stancamente d’un lutto occorso mezzo secolo prima, il mio fratellastro s’era lasciato andare alle lacrime, ai ricordi e alle citazioni.

Passarono poco più di 5 minuti da quel momento, e mentre parlava di quella che definì “la miglior cosa che un uomo abbia mai messo al mondo”, cioè La cura, morì, portato via da un infarto brutale.
Fu in quel terribile istante, quando il mio fratellastro mi morì davanti agli occhi, che decisi: non avrei commesso l’errore del passato, dando la colpa della morte di Franco al Maestro, bensì avrei omaggiato quel grande Autore che tanto aveva segnato la vita dell’unica persona importante che abbia mai davvero avuto nella mia esistenza.
Avrei ascoltato ogni suo album, ogni sua raccolta, ogni sua canzone; avrei visto ogni suo film, letto ogni suo libro, studiato ogni sua opera. Avrei dedicato quell’esigua parte di vita che mi rimaneva al ricordo, all’omaggio, e avrei cercato di cogliere quanto aveva così affascinato il mio caro fratello, cercando in questo modo di farlo diventare davvero un fratello, e non solo un fratellastro.
Così facendo, venni sconvolto dalla grandezza di quel compositore.
Ed è così che, compreso che un minuto dopo avrei lasciato questo mondo, scrissi anche io, solo pochi versi che in quel momento stavo ascoltando, su un bigliettino fortunosamente posato vicino a me:

Finisce sempre così
col vento caldo di un’estate che va
e porta via con se
i sogni di due come noi che si amano
un autunno verrà
penserò a questa estate così breve per me
è stato un gioco innamorarmi proprio adesso
le vacanze finiscono e io non posso staccarmi da te.

Federico

2 risposte a "Sono solo Parole"

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  1. Ognuno di noi vive un evento travolgente con la propria sensibilità, avvolta nei propri ricordi. Per quanto mi riguarda il centro di gravità permanente è una cosa, un luogo, persone un tempo care.
    Dovete sapere che io ho passato i mie primi 25 anni in una grande casa: quattro appartamenti di zie e zii e cugini.
    I miei cugini in un paesino di 600 abitanti erano (soprattutto d’estate, a scuole chiuse), i miei soli amici: ma erano tanti, vivaci, rumorosi. Ci conoscevamo tutti da almeno 20 anni.

    Vicino a casa avevamo adattato la casa dei nonni, disabitata, a luogo di feste. Noi cugini ci trovavamo lì almeno due volte al giorno. Musica a manetta: ed ecco arriva lui. La voce del padrone, del 1992, e il Centro di Gravità Permanente erano lì ogni giorno.

    Centro di gravità davvero, un’ancora per tutta la vita. E’ ben strano come alla morte di Battiato abbia pensato e ripensato a quei luoghi, a quei ricordi, ai miei primi amori. Le cose emozionanti stringono tra loro un nodo gordiano che anche a distanza di molti anni ti fa venire il nodo alla gola.

    Sarà perché da anni non vedo più i miei ‘amici’ d’adolescenza o perché profugo in varie città d’Italia ho cercato di mettere insieme la mia vita in solitaria. E’ una vita, di cui sono ogni giorno grato a Dio, che non ha mai più rivisto il mio Centro di Gravità Permanente, dal punto di vista emotivo

    Direte: potevi riandare con il pensiero e il ricordo a quei tempi riascoltando il disco!
    L’ho venduto, da quando i giradischi sono stati sostituiti prima dai CD e poi da …

    Quel filo rosso che passando attraverso Battiato mi riportava agli anni più belli della mia vita, si è spezzato per sempre. Non ci ho pensato per anni: adesso tutto torna in mente e sfuma in un dolore per il ricordo.

    "Mi piace"

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