Se una notte d’inverno un viaggiatore… arrivasse a destinazione

L’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo. I fatti parlano. In Italia siamo poco più di 60 milioni ma sono moltissimi gli studiosi che hanno impegnato le proprie energie per apprendere una delle lingue che risulta tra le più difficili al mondo: la nostra. Noi italiani siamo tendenzialmente orgogliosi della sonorità melodica del nostro linguaggio, della nostra storia e delle nostre origini culturali. Ma qual è il motivo che spinge  così tante le persone a intraprendere questo percorso alla scoperta di un idioma che si limita ad un’area piuttosto circoscritta? Come mai una lingua utilizzata solo nel “Bel Paese, dove ‘l sì suona” (come diceva Dante nel canto XXXIII dell’inferno) ha superato il francese che ha ben 280 milioni di parlanti? Il motivo è semplice. La cultura, l’arte e la letteratura dello stivale hanno influenzato non solo la maggior parte delle correnti che si sono create nel Vecchio Continente, ma anche le loro lingue, le loro tradizioni e le loro credenze. Prima in latino e poi in italiano, i testi prodotti dai letterati e dai linguisti del nostro paese sono sempre stati tra i più apprezzati al mondo. L’esempio più eminente è l’insigne Dante. L’ideatore della “Divina Commedia”, testo privo d’eguali nel mondo perché rappresenta il cammino della vita di ciascuno di noi. In ogni verso della Commedia si ritrova la guida quotidiana che rischiarisce la realtà in cui viviamo. Nel corso dei secoli ci siamo sempre più delineati, accanto ai cugini d’oltralpe, come uno dei popoli più ricchi di autori di caratura mondiale.

Dopo l’irraggiungibile figura di Dante, non si può non citare Manzoni, il quale ha ravvicinato la lingua a quella che utilizziamo ora per arrivare a tutti i grandi autori del novecento. Da Pirandello a D’Annunzio, da Elio Vittorini a Umberto Saba, per arrivare ad uno dei maestri della seconda metà del ‘900: Italo Calvino. Sono tantissimi i capolavori che possiamo annoverare nella produzione dello scrittore nato a Cuba nel 1923: il più famoso probabilmente è il Barone Rampante, appartenente alla trilogia “I nostri antenati” con il Visconte Dimezzato e il Cavaliere Inesistente. Ma quello che forse esplicita maggiormente la personalità poliedrica e  dell’autore è Se una notte d’inverno un viaggiatore del 1979. La peculiarità di questo coinvolgente romanzo è (un capovolgimento del ruolo del lettore)  e la sua struttura talmente particolare che definirla inusuale sarebbe estremamente riduttivo. Sin dal primo momento in cui incontriamo Ludmilla nel capitolo I veniamo scompaginati sotto diversi aspetti. Scompaginati perché la musa che conquista il cuore del Lettore scompare subito nel capitolo II per una vicenda completamente diversa. È chiaro che qualcosa deve esserci sfuggito, ma cosa? Sarà forse accaduto per la negligenza di non avere prestato la giusta attenzione alle pagine che abbiamo sfogliato? Forse ci saremo distratti in qualche punto saliente del libro… Ma no, non può essere; sembrava così lineare, scorrevole, normale. Cosa sarà stato ad averci sbigottito tanto da farci perdere l’orientamento nel fitto labirinto intessuto dai racconti di Calvino?

Ebbene, non di sbadataggine o sconsideratezza si parla, né tantomeno di un minotauro celato negli angoli più reconditi delle siepi di questo labirinto immaginario come in un mito greco, ma della sopraffina capacità dell’autore di saper intrecciare ingegnosamente i diversi racconti alla trama principale, che ha il compito di sostenere la narrazione proprio come una cornice di un quadro. E mentre ci  addentriamo nella fitta selva dei personaggi che ci vengono presentati quasi a ogni capitolo, scorgiamo un flebile raggio di luce che si avvicina sempre di più, che illumina i vari passaggi e ci profila una prospettiva che potrebbe finalmente dipanare qualsiasi ombra. Un barlume che auspichiamo ci suggerisca come destreggiarci nella comprensione dell’opera calviniana. Mentre stiamo sfogliando le pagine e cerchiamo di cogliere il significato ultimo, rimaniamo sconvolti se non delusi dal fatto che non ne possiamo trovare uno preciso. Ma l’idea che ha scaturito questo romanzo deriva proprio da questo: non si può conoscere la realtà. Non possiamo sempre scavare abbastanza a fondo da sradicare ogni dubbio ed estirpare ogni forma di scetticismo o di incertezza. Sarebbe utopico crederci. Il risultato a cui giunge l’autore essenzialmente è quasi drammatico ma non possiamo fermarci. Sarebbe controproducente e impossibile allo stesso tempo dal momento che l’uomo per sua natura si qualifica di un’infinita sete di conoscenza, che lo spinge a non accontentarsi mai. Lo stesso avviene all’interno dell’opera seppur in modo diverso. Si parla dello scrittore tormentato che non riesce mai ad accontentarsi del proprio operato poiché lo ritiene superficiale e non sufficientemente elaborato, e dello scrittore produttivo che invece non ha mai il famigerato “blocco dello scrittore” tuttavia non è mai pienamente soddisfatto di sé stesso poiché vorrebbe riuscire a scrivere testi impegnativi come quelli dello scrittore tormentato. Ognuno dei due invidia l’altro perché non riescono ad accontentarsi delle proprie virtù e conoscenze. Come nella vita di tutti i giorni, ognuno di noi vuole superare quella soglia apparente che gli impedisce di giovare e rinvigorire il Super-io freudiano, quello che ci fa sentire perfettamente integrati nella società ma che soprattutto ci permette di convivere al meglio con noi stessi. L’amore per la lettura e per la lettrice è anch’esso un punto focale di questo libro. Non possiamo non notare una calamità innata del lettore e di altre figure (come Silas Flannery) nei confronti della lettrice (Ludmilla) che rappresenta la perfetta incarnazione dei nostri desideri di trovare una partner perfetta con la quale non solo condividere la vita, ma in cui alberga anche una forte passione per la letteratura che ci permette di sgretolare le ore in minuti e di trasformare il nero dell’inchiostro sul bianco delle pagine in colossal a colori girati nei migliori set americani. Chissà che Calvino abbia trovato la sua lettrice… una cosa è sicura: il titolo stesso dell’opera ci anticipa il significato dell’intero volume.

“Se una notte d’inverno un viaggiatore..” è una frase incompleta, proprio come i capitoli che ritroviamo al suo interno. Anche a noi può rimanere un senso di incompletezza o di astrusità ma, come per il viaggiatore, non ci saranno sempre e solo notti fredde d’inverno sul nostro percorso, non dovremo sempre illuminare il nostro percorso con qualsiasi mezzo possibile. Ma ci sarà anche  il sole che, ergendosi sopra di noi, ci svelerà quegli aspetti misteriosi di cui in principio  non comprendevamo il significato ultimo.

Ecco quando il viaggiatore arriverà a destinazione.

Dario Bartolucci Lupi

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