L’intervista a Paolo Polvani

Paolo Polvani, pluripremiato poeta con oltre dieci pubblicazioni alle spalle e co-fondatore della rivista online “Versante ripido”, è stato l’autore più prolifico del nostro Concorso Poetico, conseguendo la menzione di miglior autore e presentando dieci sue opere scelte – tutte e dieci riproposte, come di consueto, dalla nostra redazione. Paolo, le tue poesie sono un connubio di onirismo paesaggistico e d’amore nella sua forma più fugace. Luci e colori si fondono in sfumature che conducono il lettore in un’epoca lontana, forse proibita dall’affrettarsi della nostra quotidianità. Quali credi che siano i temi centrali delle tue pubblicazioni? E come credi si rifletta la natura, con tutte le sue luci, su versi di tipo amoroso?
Sinceramente non sono mai io che scelgo i temi delle mie composizioni, sono sempre loro a scegliere me. C’è un bellissimo e famoso brano di Rilke, nel Malte Laurids Brigge: “i versi non sono, come crede la gente, sentimenti, sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali…”. I miei versi nascono sempre da situazioni vissute, da incontri, da viaggi, da sguardi che riescono ad andare oltre la pura contingenza. In tutto quello che ho scritto ci sono sempre riferimenti concreti a luoghi e a persone reali, che hanno un nome e cognome, spesso anche un indirizzo. Hanno sempre un contatto molto stretto con la vita, sono esperienze che chiedono, a volte con una certa prepotenza, di essere fissate dentro un organismo di parole, di essere cucite dentro un corpo articolato in versi.
Credo anche che la natura si rifletta nella sua complessa concretezza. Ho avuto da sempre un rapporto molto stretto con la natura, una passione in cui si intrecciano desiderio e paura, meraviglia e timore. Sentimenti corroborati dall’essere stato nel passato, ma ancora oggi seppure in forma temperata dall’incedere degli anni, un corridore di fondo, un camminatore, e anche un ciclista. Ho scritto molti versi sulla base delle esperienze vissute in questi ambiti a stretto contatto con la natura. 

Scegliere delle opere, per un autore, non è mai semplice. Attraverso queste ultime ci raccontiamo ad un pubblico di sconosciuti, mettiamo a nudo i nostri sentimenti: quant’è stato difficile selezionare le liriche per il nostro concorso? E quale credi, tra tutte, ti stia più a cuore?
Scegliere testi da sottoporre al giudizio di una giuria e poi di un pubblico richiede sempre una certa attenzione, forse dovrei dire meglio un drizzare le antenne in direzione di un tentativo di sintonia efficace, quindi prediligo testi che siano comunicativi e di impatto immediato. Poi è difficile dire quali siano le poesie preferite, è esattamente come accade per i figli, è inevitabile che con qualcuno le affinità siano più intense, ma credo che un buon genitore debba tenerlo per sé, custodire al meglio dei piccoli segreti. 

Sia il nostro pubblico, che buona parte degli autori partecipanti al Concorso è stato – ed è – composto da giovani e giovanissimi. Quale credi sia, ad oggi, la relazione che lega la poesia al digitale? Quanto credi sia difficile “arrivare”, nel mondo dei social media, con una delle arti più antiche nel tempo?
Penso che sia un rapporto complesso e anche complicato. Da una parte il digitale ha reso tutto molto più semplice, avvicinarsi alla poesia non è mai stato così facile, molte volte basta digitare il nome di un autore e ci si spagina davanti la sua intera produzione. D’altra parte però ha consentito a chiunque di proporre i propri testi e non sempre è facile orientarsi e distinguere tra ciò che è buona poesia, ciò che è un tentativo di poesia e quello che non riesce a superare la soglia del puro sfogo esistenziale. Diventa difficile districarsi, capire cosa merita attenzione e cosa non merita attenzione. Quanto poi ad “arrivare” credo che sia un’impresa davvero ardua, sono tantissimi quelli che scrivono e gli autori bravi sono molti.  

“Le tue mattine solcano nevi e lettere / e non hanno peso, / semplicemente respirano/ dentro un/ calmo autunno/ mi siedo a fianco dei tuoi brividi / guardo/ il paesaggio che la tua voce dispiega.” Il paesaggio della tua voce, classificatasi seconda sul nostro podio, è –a mio avviso- l’opera più simbolica tra le tante proposte. Ti andrebbe di parlarcene? Se dovessi descriverla con una sola parola, come la definiresti? E perché?
La definirei puro affetto e amicizia! All’inizio degli anni ’90 ho conosciuto, in occasione di una premiazione, una poetessa veneta con la quale abbiamo intrattenuto un rapporto epistolare durato undici anni. Per lei ho scritto forse una delle poesie più belle, La sciarpa norvegese, ritrovabile qui. E anche altre, come Il paesaggio della tua voce. Credo che un possibile senso della vita sia nei rapporti umani di scambio, quello che ci salva sta tutto dentro l’affetto, l’amore, l’amicizia. Nel corso degli anni su questi temi ho scritto molte poesie, alcune confluite in un libro che ha per titolo Trasporti urbani, dove trovano spazio non solo i tram, gli autobus, le biciclette, soprattutto un grande rilievo è dato al trasporto nei confronti delle persone, alla curiosità per le vite degli altri, al sentirsi legati da un destino comune e condiviso, al desiderio di vicinanza. La società attuale è affacciata sull’orlo di uno spaventoso abisso, ci sono segnali molto precisi di una possibile apocalisse, il disastro climatico, un’economia che crea disuguaglianze paurose, una sempre più accentuata competizione che ci fa sentire dentro una guerra perenne di tutti contro tutti, in definitiva una società che è una infallibile macchina produttrice di infelicità e di solitudine. Queste derive negative possono essere contrastate dalla creazione di rapporti umani improntati al rispetto e all’amicizia, alla collaborazione e alla condivisione di interessi comuni. La poesia può cementare, può puntellare, può essere uno strumento utile e propizio per la creazione di rapporti proficui.

Nell’arco della tua carriera letteraria e sulla tua rivista, “Versante ripido”, hai avuto a che fare con autori brillanti del nostro panorama letterario. Ma cosa credi contraddistingua, a parer tuo, un buon autore da un autore di circostanza? E quali sono le caratteristiche che ad oggi è essenziale possedere?
Questa è una domanda molto interessante! Non tutto quello che si pubblica è poesia. Cosa distingue la poesia dallo sfogo esistenziale? Mi sono sempre posto questa domanda. Non esiste la possibilità di un codice normativo che riguardi la poesia, e tuttavia ho provato a interrogarmi. Io credo che la risposta sia nel rapporto con la lingua. La materia della poesia è fatta principalmente di parole. Ora chi riesce a governare la lingua in maniera creativa, a svincolarsi dal linguaggio gregario, quello usurato della comunicazione, quello stereotipato dei giornali, della televisione, a plasmare, a modellare secondo le proprie necessità e fantasie, ha in mano il primo patentino di guida della poesia. Chi invece si lascia governare dal linguaggio corrente non risulta abilitato. Inoltre c’è una frase del filosofo Giorgio Agamben, contenuta nel libro Il fuoco e il racconto, che per me è un faro: “Scrivere significa: contemplare la lingua, e chi non vede e ama la sua lingua, chi non sa compitarne la tenue elegia né percepirne l’inno sommesso, non è uno scrittore”. A questo aggiungerei una sana insoddisfazione. Capisco che spesso ci si innamora delle cose che scriviamo, e finché siamo innamorati non riusciamo a individuare i difetti. Essere insoddisfatti significa essere consapevoli che esiste una maniera migliore di dire le cose, più efficace, più nitida, e tendere in quella direzione, non accontentarsi mai. Cercare di migliorare la propria creatività implica un continuo miglioramento della nostra vita, significa studiare, crescere, applicarsi e allenarsi con impegno. 

Ispirazioni e aspirazioni. Quali sono gli autori che ti hanno segnato di più nella tua carriera? E cosa ti auguri invece per il tuo futuro?
Credo che tutti gli autori che ho letto abbiano lasciato una traccia, un’impronta dentro di me. Mi piace però citare Elio Pagliarani, l’autore de La ragazza Carla, perché ha mostrato che è possibile ancora oggi raccontare in versi. Quasi sempre le cose che scrivo sono racconti, e sapere che questa vocazione narrativa è stata appannaggio di autori che per me costituiscono un modello, mi conforta e mi gratifica. Un altro autore che amo molto è Andrea Zanzotto. Della poesia di Zanzotto faccio un uso strumentale: quando desidero buttare giù dei versi, apro un suo libro a caso, trovo sempre qualcosa che mi stimola, è esattamente come una forma di riscaldamento prima di iniziare una gara di fondo.  Per quanto riguarda l’ispirazione e il futuro, Baudelaire diceva che l’ispirazione è lavorare almeno due ore al giorno! Spero che in futuro io e la poesia continueremo a cercarci. 

Per concludere: tra i tuoi prossimi progetti, dopo tanto realizzare, che cosa dobbiamo aspettarci? E cosa ti aspetti invece dalla poesia negli anni a venire? 
Nei miei progetti c’è il desiderio di scrivere anche in prosa. Ogni tanto ci provo e mi diverto molto. Ma a differenza della poesia la prosa ha bisogno di un progetto, di calcoli matematici, di un respiro più ampio e di un lavoro che richiede costanza e assiduità. Spero di vincere le spinte contrarie, che sono l’incostanza, la timidezza, la paura di fallire. Ogni volta mi riprometto di vincere e chissà che prima o poi non ci riesca!  

Francesca Giudici

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