Di cosa non parli

Tra censura e tabù della nostra società libera e democratica

Ci sono argomenti che non vanno toccati. Moralmente scomodi, magari pericolosi, tendono a sfidare l’ordine costituito. Questo mese la mia rubrica si occuperà di loro, i fantomatici tabù. 
Chi o cosa ci spinge a tacere su determinati argomenti, che differenza c’è tra tabù e censura? 
I tabù del politicamente corretto ci hanno spinto al conformismo morale?
E per finire: l’indifferenza non è forse la forma più moderna di tabù?
Tre domande alle quali non c’è una riposta unica e categorica, ma che faranno nascere altre domande. Del resto, siamo una Bottega di idee!

E allora, cominciamo con il primo dubbio. Che differenza c’è tra tabù e censura? E perché “non sappiamo abbastanza” di certi argomenti?
Quando si parla di censura, si tende a far riferimento alle società estremiste dei regimi totalitari. Ma spesso e volentieri l’apparenza inganna, e la censura è dietro l’angolo: molto più vicina a noi di quanto non sembri. Nello stato moderno occidentale, almeno a livello formale, c’è libertà d’espressione e d’opinione. Eppure consideriamo due casi, uno italiano e uno statunitense. Nel caso italiano, la pubblicazione di due libri sul fascismo di oggi in Italia, ancora vivo in forma culturale e simbolica: “Nazitalia. Viaggio in un paese che si è riscoperto fascista” (2018) e “L’educazione di un fascista” (2020), scritti dal giornalista d’inchiesta Paolo Berizzi. In seguito alla pubblicazione, l’autore è stato costretto a vivere sotto scorta, ed è stato accusato da Casapound d’inventarsi i fascisti e di avere delle ossessioni patologiche. Le minacce e le accuse rivolte a Paolo Berizzi mostrano che il fascismo è circondato dall’aurea propria di un tema proibito. Voi direte che non è vero, perché “se ne parla” e in Italia c’è libertà d’espressione. Ma se ne parla solo al passato. Il fascismo del secolo scorso non è un tabù, ma le sue manifestazioni odierne sono minimizzate con l’ironia o raggirate con un sorriso. La mancata consapevolezza di questo fatto ha reso normale vedere le svastiche sui muri delle città italiane, leggere le scritte antisemitiche e ascoltare le citazioni degli slogan di Mussolini.

Il caso statunitense invece è quello di “Iran Awakening” (2006), il libro dell’avvocatessa iraniana Shirin Ebadi che nel 2003 conseguì il Nobel per la Pace. L’intenzione dell’autrice era di scrivere un libro che smontasse il pregiudizio occidentale nei confronti dell’Islam e delle donne musulmane. Paradossalmente, il maggiore ostacolo alla pubblicazione non fu tanto il governo iraniano quanto il democratico e libero governo statunitense; tanto che Shirin si chiese quale fosse effettivamente la differenza tra la censura iraniana e la censura statunitense, se non il fatto che la prima non fosse approvata dall’occidente. La regolamentazione del governo rispetto all’importazione di libri dall’Iran (e da altri paesi sottoposti ad embargo) evidenzia la spaccatura tra la beneaccetta cultura occidentale e quella respinta del “resto del mondo,” della quale ci hanno detto che è meno importante. Forse perché Shirin Ebadi non ha lasciato l’Iran, e forse perché “Iran Awakening” contiene dati interessanti riguardanti le azioni statunitensi in quelle zone, gli Stati Uniti non ebbero particolarmente piacere a ricevere la richiesta di poter pubblicare questo libro nel 2006, cinque anni dopo l’attacco dell’11 settembre. 

Quando si toccano argomenti dei quali preferiamo non parlare perché “non ne sappiamo abbastanza,” sarebbe da chiedersi a chi darebbe fastidio quel dibattito e soprattutto il motivo per il quale non abbiamo “abbastanza” informazioni sull’argomento. Sarebbe da chiedersi se i tabù che circondano certi argomenti arrivano da ragioni storiche e culturali, se sono stati imposti dalla censura dello stato; oppure se sono frutto della nostra resistenza a tematiche scomode, che implicherebbero un cambio radicale nel nostro modo di pensare e vedere le cose. Del resto, i tabù funzionano solamente se la maggioranza li rispetta. È interessante allora prendere spunto dalle notizie che circolano in paesi e gruppi sociali diversi. Nonostante molti fra noi credano nel dominio della globalizzazione e nella scomparsa dello stato, anche all’interno dell’Europa (senza andare a scomodare il Medio Oriente o le Americhe) ci sono differenze rispetto alla facilità di accesso a certi contenuti, anche (se non soprattutto) su internet. Ma anche se l’informazione è effettivamente controllata, anche se non ci rendiamo conto a quali tabù veniamo adattati, la soluzione non è rifiutare tutta l’informazione in blocco. È molto più facile respingere tutto e non credere in niente che avere l’iniziativa e l’energia di selezionare le cose in cui credere. 

Lucia Bertoldini

Qui per La presentazione di “L’educazione di un fascista” (Feltrinelli, 19 feb 2020) [leggete i commenti!]

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