Lo spaventoso potere delle donne

Come è ormai ben noto, le società antiche erano tutte fortemente misogine. Nonostante secondo alcuni studiosi (come, ad esempio, la Cantarella) sia esistito un periodo di supremazia femminile, quello che è storicamente ben attestato è il patriarcato.
Questa ginecocrazia originaria sarebbe poi stata sostenuta da un’autorità religiosa, ben riconoscibile nell’universo minoico, che vedeva nella Grande Madre la sua divinità primaria. 
In realtà, tutta la società antica era caratterizzata da un legame strettissimo, rigido e inevitabile fra sesso e prerogative sociali. Anche solo la forte contrapposizione nel vestiario che distingueva uomini e donne non era altro che una decisa “biologizzazione” della società. Ad ogni capo di abbigliamento era associato il maschile o il femminile, che all’epoca era la divisione principale del mondo umano e animale. Non è un caso che le Amazzoni o figure particolari come Semiramide, regina babilonese, o Atossa, regina persiana, venissero aspramente criticate per l’uso che facevano dei pantaloni, che dal mondo greco erano rifiutati proprio perché, usati in Oriente sia per uomini che per donne, annullavano la distinzione basilare di maschio-femmina. 

Il potere sociale, familiare ed economico era una prerogativa maschile, perciò se una donna era dotata di indipendenza economica, sociale o di pensiero, si svincolava dai limiti imposti e, di conseguenza, diventava un tabù.
Non è un caso che secondo Strabone ad introdurre l’uso dei pantaloni presso gli orientali sarebbe stata Medea, una delle figure femminile più discusse dall’antichità ad oggi. 
Medea è uno dei simboli più forti della femminilità, la sua ribellione al marito e al ruolo di madre (a cui viene meno uccidendo i suoi figli) la pongono al di fuori delle aspettative che la società aveva per lei e difatti viene considerata una personalità estremamente negativa, associata anche al mondo della magia.
Medea, una dei protagonisti delle Argonautiche di Apollonio Rodio, scappa all’autorità del padre e inganna il fratello, tutto per fuggire insieme all’uomo che ama, Giasone.
È dunque una donna che non obbedisce al volere della famiglia di origine, se ne allontana e addirittura la tradisce, tutto per la libertà di amare chi vuole.
Il suo dramma non finisce qui, una volta fuggita col nuovo marito, viene abbandonata per una donna più giovane e più bella, ora che, avendo dato dei figli a Giasone, ha ormai supplito al ruolo principale che la società greca le assegnava: la maternità.
Uccidendo i figli per vendicarsi del marito, ancora una volta (seppur in maniera molto forte e irrompendo in un altro e ben peggiore tabù) si sottrae al volere esterno per compiere il proprio, dettato dalle sue proprie emozioni e sentimenti. 
Medea è dipinta nella tradizione come la maga meschina che rappresenta tutto ciò che la donna greca deve evitare di essere.
L’unico a provare compassione per lei sarà il tragediografo Euripide, che per primo la rappresenterà con sensibilità e comprensione. 

È interessante notare come nella tradizione greca, le donne sole e forti, che non sono né madri né mogli modello, siano sempre figure aliene al mondo greco.
Medea stessa è figlia del re della Colchide, un’area riconosciuta come l’attuale Georgia occidentale.
Le Amazzoni invece vivevano in Scizia, anch’esse lontano dalla grecità.
Queste ultime erano un popolo di sole donne-guerriere, che rappresentava quindi l’assoluto opposto ideale di donna greca. Erano donne che svolgevano da sole due delle attività più prettamente maschili, il governo e la guerra.
Tra l’altro, esse si auto-mutilavano parzialmente di uno degli organi più rappresentativi della maternità: il seno, andando a rafforzarne ancora di più la loro natura di figure esterne ai dettami precisi della rigida società antica. 

Anche a livello della sessualità, una donna non poteva assolutamente allontanarsi da quelle che erano le regole sociali imposte. La castità fino al matrimonio era prerogativa assoluta e non poteva essere violata, nemmeno involontariamente.
Uno degli esempi più lampanti è in questo caso il mito di Medusa.
Donna bellissima e desiderata, viene presa con la forza dal Dio Poseidone all’interno di un tempio di Atena. La Dea la punisce per essersi resa impura, non soltanto a livello fisico, ma anche religioso, poiché il rapporto si è consumato in un luogo sacro.
All’interno di questo mito viene riconosciuto il collegamento fra la violenza (di cui ovviamente la parte maschile non ha colpe, essendo persino un Dio) e la trasformazione della donna in una Gorgone, mostro orribile e capace di trasformare chiunque la guardi in pietra.

La mancata verginità di una giovane donna prima del matrimonio, la rende mostruosa agli occhi della società, nonché inavvicinabile. Ormai nessun marito la vorrà e la sua vita all’interno della società è segnata. La singola donna diventa tabù, intoccabile e isolata, esclusa dal normale svolgimento della vita sociale così come il codice antropologico la voleva. 
La donna è semplicemente moglie e madre nella società greca, debole e meschina deve sottostare all’autorità maschile, sia essa del padre, del marito o dei fratelli.
La donna è voluta senza alcun potere politico né tantomeno economico, ne conserva qualcuno solo a livello religioso, ma nulla più. 

È estremamente interessante analizzare la letteratura e la mitologia, che altro non sono che l’espressione artistica dei profondi archetipi di una popolazione, andando a rappresentare con tanta chiarezza quello che era l’ordinamento assoluto, che dava le regole ad una società e la teneva in un ordine considerato il migliore.
In un contesto simile, il potere femminile espresso da figure forti come Medea o le Amazzoni, era estremamente spaventoso, poiché minava la pace e l’ordine delle cose. 
Il potere delle donne era temuto e contenuto, come ci dimostra ancora una volta la letteratura.

Laura Ferat

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