Libertà, non licenza

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Trigger warning: stupro, molestie sessuali, omofobia

Tutto al mondo è una questione di sesso. Tranne il sesso. Il sesso è una questione di potere.” — Di solito attribuita a Oscar Wilde

Parlando di tabù della società odierna con alcune amiche, ovviamente sesso e sessualità sono stati immediatamente menzionati. Eppure, ad una seconda analisi, l’idea non reggeva. In fin dei conti, oggi il sesso viene molto discusso. E di sicuro viene liberamente consumato. In quanto prodotto, intendo. In pochi si vergognerebbero di comprare lingerie, in pochi sono rimasti a non sapere cosa sia un sex toy e, va ammesso, la maggioranza della popolazione ha avuto accesso a qualche genere di porno almeno una volta nella vita. All’apparenza, dunque, non ci sarebbe nessun tabù, giusto?

Nessun tabù? Allora non si spiega quanto è successo qualche anno fa ad una maestra d’asilo di Torino, costretta a dimettersi dopo essere stata vittima di revenge porn. L’intera vicenda è stata segnata da un’unanime riprovazione sociale nei confronti della vittima. Parte dall’ex che diffonde foto e video intimi con i compagni di calcetto ad una delle mogli di un compagno che, credendosi spinta da una giusta indignazione, spedisce le foto a ulteriori persone e arriva a minacciare la maestra per impedirle di sporgere denuncia. Sorge una domanda: se davvero fossimo così immuni alla repressione, allora perchè una comunità dovrebbe indignarsi all’idea di una donna che esprime la propria sessualità e non invece colpire chi ha violato la sua privacy?

Nessun tabù? Allora non si spiega quanto successo qualche anno fa in Perù, dove una causa di stupro è stata archiviata perchè la donna indossava slip rossi e dunque secondo il giudice doveva essere disponibile. E qualche anno fa a Dublino, dove difendendo un uomo accusato di aver violentato una minorenne, l’avvocata ha presentato un perizoma in pizzo come presunta prova di consenso. Così la presunta disponibilità sessuale di una persona conferisce loro responsabilità per aver subito violenza, al contempo regalando immunità a chi la esercita. E di nuovo sorge una domanda: se davvero non ci fossero tabù, perché per molti l’innocuo atto di indossare della lingerie è diventato una giustificazione per molestie e violenza altrui?

Forse non bisogna chiedersi se il sesso è ancora un argomento proibito, bensì per chi è un argomento proibito e in che termini è stata costruita questa proibizione. Dagli esempi sopracitati, emerge una significativa impunità nei confronti della sessualità maschile, anche nelle sue espressioni più violente. E, parallelamente, una decisa repressione nei confronti di quella femminile, fin nel suo diritto più basilare, quello del consenso. Le prove di questo atteggiamento diseguale diventano ancora più lampanti uscendo dai restrittivi recinti di eteronormatività e binarismo di genere. Perché se ancora di sessualità femminile si può parlare, nel caso di identità LGBTQ+ spesso e volentieri è il discorso stesso ad essere rimosso. 

Come racconta la filosofa Abigail Thorn nel suo video “Ignorance & Censorship”, in Inghilterra dal 1988 al 2003 è stata in vigore la legge “Sezione 28”. Questa legge, passata dal governo Thatcher, rendeva illegale per ogni autorità pubblica “promuovere intenzionalmente l’omosessualità”, di fatto rendendo l’argomento bandito da scuole. E come si è visto in Italia nel corso di quest’anno, il DDL Zan, uno dei cui punti fondamentali è proprio l’insegnamento nelle scuole di rispetto e accettazione verso la comunità LGBTQ+ ha incontrato una costante opposizioni da voci sia di destra, sia di centro, sia anche di sinistra. Intanto i crimini d’odio continuano. Invito a guardare un post dell’avvocata Caterina Della Torre, che ricapitola i crimini d’odio avvenuti in Italia da gennaio a giugno (14 solo nell’ultimo mese).

Nessun tabù, giusto? Forse sarebbe più corretto dire, nessun tabù per un ristretta parte della popolazione formata da uomini cisgender ed eterosessuali -anche se persino in questo gruppo chi mostra gusti meno convenzionali o opta per esprimere sè stesso in maniera non conforme rischia di incorrere in sanzioni. E mano a mano che ci sia allontana dalla norma, la repressione si fa più insidiosa. Come nota Laurie Penny, femminista genderqueer, nel suo brillante articolo “L’orizzonte del desiderio”: “Questa è licenza sessuale, non liberazione. La libertà sessuale di oggi somiglia al libero mercato, che sostanzialmente garantisce ai potenti la libertà di dettar legge, e a tutti gli altri la libertà di tacere e sorridere.” In altre parole, questa patina di apparente apertura della cultura dei consumi finisce aiutare la repressione. Sfuggirvi è complesso, perché non si tratta di pura e semplice cancellazione di identità queer e femminili dal discorso, bensì di un’esclusione condizionata. La loro presenza è ammessa, ma solo fino a che gioca secondo degli schemi patriarcali, binari, eteronormativi.

Dunque non è la sessualità per sè ad essere proibita, ma la sessualità quando si fa desiderio di autonomia da strutture oppressive. Ma come evadere a un tabù che finge di non essere tabù? Come sfuggire ad una repressione che è fluido come ciò che vuole nascondere, facendosi di volta in volta banalizzazione del materiale, battute di cattivo gusto, rappresentazione parziale o errata fino alla più pura violenza? Se fosse solo silenzio, basterebbe menzionare l’argomnento proibito per spezzare il velo. Tuttavia, la lotta che si richiede è più varia, più ampia, più collettiva: si tratta di costruire una coscienza sociale e di promuovere riforme politiche. Si tratta, al cuore, di demolire strutture di potere che continuano a negare la natura dinamica e fluida del desiderio. Desiderio: qualcosa di più avvolgente e variopinto di ogni rappresentazione consumistica e più vasto del ristretto ambito della camera da letto, qualcosa che tutto permea – non perché tutto debba essere erotico, ma perché il modo di vivere l’eros si ripercuote su tutto. E la sua repressione alla fine fa perdere tutti: anche chi stabilisce le regole finisce per esserne vittima e rimanere senza spazio di manovra. 

Il sesso è questione di potere, dicevamo. Se l’attribuzione ad Oscar Wilde è corretta, si potrebbe ipotizzare un significato diverso da quello più ovvio. Si potrebbe ipotizzare una riflessione su una sessualità normativa da parte di un uomo che ha subito quel potere repressivo su di sè, imprigionato e ucciso per essere stato queer, per aver osato sfidare quei codici.

Forse nessuna liberazione e nessuna rivoluzione potrà mai portare ad una completa simmetria di libertà e di desiderio, ma è altrettanto certo che la situazione odierna è troppo soffocante. Non c’è scelta, non si può che tentare. Nella speranza che un giorno la licenza di pochi si trasformi nella libertà di tutti. 

Francesca P.

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