Essere soli (e multipli)

“L’ossessivo perde la possibilità di vedere il mare, di immergersi, nuotare ed essere felice perché è concentrato sull’impossibile ricerca di misurarne l’estensione/i margini al fine di evitare di affrontare la paura della sua grandezza e della possibilità di annegare.” Alessandro Baricco, Oceano Mare

Ho imparato a riconoscere il numero degli autobus da lontano, io uno stoccafisso in fermata sotto casa mia. Che succede se ci dimentichiamo, forse per un colpo di calore, forse per un malessere istantaneo, il motivo per cui esistiamo?
Mio padre mi dice di chiedere aiuto. Negli ultimi giorni la mia voce è stata di una fiochezza sconcertante, simile a un latrato.
Vivo sui treni e muovo le mani, poi i bulbi oculari a fatica. So che questa sarà una storia triste ma non dovete spaventarvi, perché in fondo io ho già paura.
Comincia nei supermercati da bambina; nel grembo di mia madre con un forte super io. Forse nella fecondazione
che crea un bacino artificiale. Da parte a parte fuoriesce una testa apparentemente vuota, la prima parola un pianto. Mia madre mi trascina nei market e mia nonna aspetta lo scoccare delle 15: dietro gli stipiti tutti sussurrano di lei, forse anche di me. Io ho sette anni e aspetto in fila nel supermercato: soffro d’ansia e non so neppure cos’è. 
Lancio un paio di cicche a terra sopra la testata di un giornale che cita “Green Pass”. Un pazzo si agita sulla banchina e prende a schiaffi una macchinetta, io non lo giudico: lo fisso e basta. Si piega sui binari sotto gli sguardi sconcertati, raccoglie un mozzicone. Se un proiettile di treno gli mozzasse la mano, io sarei là. Non ho grandi aspettative ormai, perché purtroppo non riesco a piangere. Quindi fisso inerme la scena e intorno a noi non vola una mosca. Il mio tempo è denso ed è colato sopra i tabelloni: 21.46. 

Tic. Tac. Tic. Tac. 

Sto diventando scema, eppure non sento niente: sono ubriaca di stanchezza da giorni. La sera prima ho fatto una preghiera a me stessa, a quella che non vedo: prego affinché la mia salute mentale e fisica migliori. Ma al di là della magrezza, di me non penseresti niente. Sono ancora in fila nei supermercati a fissare gli occhi della gente, a dosare l’uscita di scena migliore. 
A lei mancano 200 kilometri alla meta. S’è stancata le gambe in modo poetico. Io ricordo vagamente un aeroporto e la sensazione di essere allo zoo: quanto è brutto, in questo mondo, essere divisi dai vetri o cresciuti in cattività. Alzo una manina e i viaggiatori dall’altra parte la scrutano. Prendo il prossimo treno da sola. Dietro gli occhiali da sole piango il mio ultimo pianto. Cosa nasce da un effusione morsicata? Qualcun altro sta vivendo le mie stesse scene? Perché io, a distanza di anni, le dimenticherò, e allora non saprò distinguere ciò che è falso da un ricordo. 

La memoria di un ossessivo è come una spugna, salta da un pensiero all’altro a mo’ di glossario. Accanto non c’è scritta alcuna spiegazione, forse per questo quando mio padre mi chiede, io non so cosa rispondere. Lei se n’è andata e io non so risolvermi, vivo come le bestie, in una condizione cinematografica priva di copione. Domanda. Risposta. Domanda. Risposta. Butto giù un bicchiere di vino. Ho sonno e svuotato il pacchetto, eppure non riesco a dormire. 
Sono trascorsi due anni, ma di questo periodo non so cosa dire. Tornata a casa dopo il lockdown parlavo poco, la sera lui mi metteva e sedere e m’intossicava di parole e alcol. Sputavo fuori tutto tranne il mio problema. Dallo scoppio della pandemia, la comparsa dei disturbi mentali sono cresciuti a livello esponenziale. Io sono diventata un numero piccolo piccolo e isolato nella bolla del mio disagio. Non si tratta di ordine: si tratta di ordinare. Non si tratta di pensare: si tratta di rispondere. Di percepire la propria mente come una ventola sul punto di andare a fuoco. Di screditarsi, strapparsi, spogliarsi, dimenticare le vere sembianze. Di guardare le foto di una vita e sentire: non sono più questo, sono sola. Si tratta di dover dare spiegazioni senza saper spiegare a chi, prima di te, parte. Di avere sempre la scusa giusta per poter essere smacchiati e perdonati. Di non riuscire sempre a fare l’amore, perché non sei con chi lo fai.

Si tratta di guardarsi allo specchio e non riconoscersi. 
Così oggi sono tornata a casa, lei ormai giunta alla meta. Io mille passi indietro rispetto alla mia partenza. Sono sola e sto tornando alla origini. 
In treno penso che dovrei chiedere aiuto. Sento tutto il peso delle mie spalle curvarmi; a digiuno mi spengo lungo un marciapiede. Non c’è una colpa, sono solo così. Non c’è un perché, questo è quello che mi è stato dato. Lei tornerà, prima o poi. O forse no. Non capisco così tante cose… Quanti suoni ha il silenzio? Quante voci di persone perdute? 

Ciao, piacere di conoscerti. Mi chiamo Francesca, e tu?

Mi schiarisco gli occhi, guardo un film francese. 
Vorrei poter ricominciare o capire in che direzione andare. Devo accettare quello che mi è stato dato. Passerà, andrà meglio. 

E tu?

Francesca G.

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