Punto di grafite

L’arte e i tabù sono due aspetti legati a doppio filo. Per quanto spesso la prima abbia subito le angherie dei secondi, è stata anche in grado di liberarsi dal loro giogo e dare dei nuovi punti di vista su cui riflettere – come ho avuto modo di illustrare negli articoli precedenti. Ultimo ambito artistico di cui ho scelto di parlare è il mondo dei fumetti, più moderno anagraficamente rispetto a ciò che ho presentato in precedenza, ma in grado di scuotere anche le menti più fredde.

Nel 1964 nasce Mafalda, enfant terrible partorita dalla matita di Quino. Spesso la piccola argentina è associata ai Peanuts di Shultz, sia per il fatto che condivide l’età dei protagonisti delle strips statunitensi, sia per le riflessioni più scanzonate e ironiche portate avanti; c’è da dire, però, che Mafalda ha qualcosa di molto diverso da Charlie Brown e compagnia, in quanto non rappresenta un adulto in un corpo in miniatura, condividendone i pensieri e le ansie, bensì è un personaggio sempre e comunque contro chi la circonda. Infatti, nonostante sia solo una bambina di sei anni che odia la minestra, Mafalda ha uno sguardo lucidissimo sul mondo e i suoi problemi – quali il razzismo, la guerra del Vietnam o il nucleare. I genitori e gli amici diventano gli interlocutori principali delle sue riflessioni, destinatari di domande dirette e disarmanti – “Papà, (…) cosa fa di preciso un maniaco sessuale?” – che spesso portano a crisi di nervi e risate isteriche, in quanto nessuno meglio di lei è in grado di vedere e mostrare le contraddizioni del mondo in cui è immersa. Le sue riflessioni, per quanto talvolta siano calate nel contesto degli anni in cui è vissuta e cresciuta, parlano una lingua universale, comprensibile sia ai più giovani che ai più adulti.
Anche il disegno, semplice e immediato, e la struttura delle stesse strisce, talvolta quasi del tutto mute, danno ancora più forza alla figura di Mafalda. Quino ha quindi creato una figura femminile di rottura, difficile da dimenticare una volta che si è incontrata, la cui lucidità è stata in grado di renderla immortale.

È attorno agli anni ’70 che, invece, grazie all’editorie Furio Viano inizia a farsi notare un autore nostrano: Milo Manara, noto per i suoi lavori di stampo erotico, privi di censura e molto spontanei. Parlare di Manara e delle sue tavole è parlare di donne, visto che la figura femminile è sempre al centro delle rappresentazioni, ed è interessante notare come il fumettista, per quanto proponga sempre corpi modellati, non produca mai qualcosa di artefatto, tanto che i personaggi risultano autentici e dal grande campionario espressivo e fisico. Le donne, infatti, sono per lui “la sintesi della meraviglia dell’universo” e non risultano mai oggetto, ma soggetto. Ciò si può notare anche in alcune delle storie non prettamente erotiche da lui sceneggiate e disegnate, come può essere ad esempio Le avventure asiatiche di Giuseppe Bergman, dove la figura di Fosca diventa a un certo punto preponderante – tanto da far sparire l’alter-ego del fumettista per molte pagine.
Quale tabù rompa Manara coi suoi lavori è abbastanza ovvio: l’erotismo è da sempre un ambito guardato con occhio critico e contrario al buon costume, e il modo esplicito con cui Manara propone i corpi femminili suscita ancora oggi scandalo a un lettore poco propenso.

L’ultimo personaggio di cui parlare nasce nel 1986 dalla mente di Tiziano Sclavi. È abbastanza complesso trattare di una figura come quella di Dylan Dog, antieroe per eccellenza del fumetto italiano, vista la lunga storia che lo caratterizza, così come è difficile focalizzarsi su una sola delle tante rotture che ha portato avanti nel corso degli anni; infatti, per quanto le storie dell’indagatore dell’incubo si possano vedere solo come piccoli racconti dell’orrore di evasione, sono spesso cariche di messaggi e critiche non indifferenti.
Tra quelli proposti, uno dei più forti e reiterati nel corso del tempo riguarda i freaks, termine in cui ricadono tutte le persone lasciate ai margini della società per i motivi più svariati – le loro professioni, l’aspetto, malattie che li caratterizzano et simili. Dylan è l’unica persona in grado di guardarli e rendersi conto di come sono davvero, scevro dai pregiudizi e i tabù che li vorrebbero solo come scarti, e non ha mai paura a prendere le loro difese. Una tra le storie migliori da leggere relativa a questo tema, oltre al grande classico che è Memorie dall’invisibile, è l’altro grande cult Johnny Freak. La storia è incentrata sulla figura di Johnny, ragazzino di diciotto anni a cui, senza alcun apparente motivo, sono state amputate le gambe e rimossi un rene e un polmone; tralasciando tutta la parte relativa allo scioglimento del mistero dietro la sua figura, Dylan si impegna a restituirgli l’umanità che gli avevano tolto – Johnny stesso si vede solo come un mostro – e a mostrare quanto, invece, la visione comune sia falsata.  Oltretutto, per citare il disegnatore Andrea Venturi, la storia “suggerisce l’idea che essere deboli possa essere una forza, e che in certi casi la grazia si nasconda sul fondo della sconfitta”. Tante spaccature in poco più di un centinaio di pagine, insomma.

Il fatto che il piccolo percorso nel quale mi sono avventurata nel corso dell’ultimo mese si concluda con Dylan è sintomatico, in quanto la sua figura ha un qualcosa di riassuntivo. Infatti, considerando quanto i tabù e le conseguenti costrizioni influiscono su molti livelli del nostro mondo, Dylan mostra come, invece, sarebbe meglio comportarsi: tutti dovremmo avere un punto di vista come il suo, in modo tale da comprendere a fondo gli altri senza trincerarsi dietro a false convinzioni. Una simile presa di posizione, in fondo, è l’unico modo che abbiamo per crescere – culturalmente e personalmente parlando –, poiché solo grazie a uno sguardo pulito si può concepire e portare avanti il cambiamento. Sotto questo punto di vista, gli artisti hanno sempre avuto una spinta in più, una visione più aperta e leggera, che sarà sempre un punto di partenza per successive riflessioni e rotture.

Rebecca Bonini

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