Parlo col rap

La musica è da sempre stata l’accompagnatrice, la cura, la gioia e il respiro per l’uomo. Infatti, è da sempre il principale vettore trasportatore di emozioni e per questo è sempre stata usata in contesti diversi, che oscillano dalle feste negli antichi villaggi ai sanguinosi e brutali campi di battaglia, dove la si sfruttava per mantenere il ritmo delle marce.
Così, nel tempo, si sono delineate tantissime articolazioni di suoni differenti e con esse anche gli strumenti e i generi hanno avuto un’evoluzione esponenzialmente più rapida, soprattutto dal dopoguerra in poi. Così il celeberrimo melodramma italiano e la musica lirica presto vennero scavalcati dalle mode che stavano dilagando nel vecchio continente e negli USA come il reggae, il rock’n roll o il jazz

Con il passare del tempo è avvenuta un’ibridazione tra i generi: un crosswriting sperimentale che ha dato gli albori a nuovi generi e sottogeneri musicali che hanno saputo stravolgere il mercato mondiale.  In questo modo si è arrivati ai primi 2000 dove la musica pop riecheggiava dagli stereo, dalle televisioni e dai walkman. Dove i metallari e le band rock avevano avuto un lento tramonto lasciando sempre più spazio a  questi nuovi generi tra cui questa nuova musica di strada che ha conquistato l’Europa con un prorompente impatto dall’America: l’Hip Hop. E sarà proprio di questo che tratteremo nei prossimi tre articoli, andando così a scandagliare al meglio la storia, le origini e le figure eminenti e sacre di questa poesia urbana.

Ma cos’è davvero l’hip hop? Cosa significa veramente essere un rapper? Davvero questo genere si limita alle persone disagiate, a quelle perennemente vestite in canottiera che parlano esclusivamente di droga, sesso e soldi? 
Ebbene, no. Il rap sorge effettivamente nei vicoli, nelle piazze e nei centri sociali, dove le minoranze annaspavano nel riuscire a esprimersi dinnanzi alle autorità.  Il rap sorge quindi come forma artistica di sfogo, di manifestazione o contestazione all’autorità ed è la musica che più di tutte incarna i sommi diritti umani della libertà d’espressione e della lotta contro il razzismo. 

“A volte sento come se il rap fosse quasi la chiave per fermare il razzismo” ha sostenuto Eminem, il rapper probabilmente più famoso al mondo prendendo una posizione sull’argomento.
Il Rap con il suo ecletticismo e la propria eterogeneità riesce a esautorare qualsiasi pensiero negativo con un “flow of consciousness” che espelle tutti i risentimenti, le emozioni e la rabbia che una persona può provare. Dal momento che si tratta di pura comunicazione, nel rap possiamo dire che la peculiarità più evidente e concreta è quella di riuscire a catalizzare all’interno di una canzone una reazione diretta, coinvolgente che può far sentire una persona parte di un pezzo musicale. Questo proprio perché l’ascoltatore è completamente immerso nell’ascolto delle parole proferite dall’artista, e ciò favorisce una reazione empatica.
Tendenzialmente tali canzoni sono espresse in modo facilmente recepibile ed è proprio la semplicità che le contraddistingue a rendere fruibili e immediati anche significati reconditi e complessi. Per questo motivo, si può definire come la nuova poesia di strada. Si tratta di essere artisti a tutti gli effetti perché arte è qualsiasi cosa che possa esprimere un significato tramite una dimostrazione talentuosa ed espressiva — e questo, direi, eccome se è talento!

In Italia il rap ha proliferato quasi da subito negli anni ’90 (come avremo modo di osservare nel prossimo articolo ) con gruppi come gli Articolo 31, Uomini di mare o i Club Dogo, che hanno contribuito alla diffusione del rap street old school mentre altri artisti hanno valorizzato l’aspetto più poetico e sofisticato che questo genere può raggiungere. Poeti (perché di questo si tratta) come Murubutu, Caparezza o Mezzosangue hanno più volte rotto quelle catene di ignoranza che cingono le menti di coloro che denigrano o sdegnano i nuovi generi perché, a dir loro, sono riprovevoli e portatori di idee infettanti e nocive. Ma non è sempre così. Quell’effetto inquinante che rende il Rap quel genere scimmiottato in tv e irriso dalle persone più chiuse è dovuto al cambiamento del mercato che ha sempre più richieste di canzoni scadenti e dozzinali ( soprattutto negli ultimi 10 anni). 

Uno dei rapper più qualificati in Italia, Ensi, ha espresso chiaramente in un proprio pezzo: “Sta roba fra è la moka, la moda, il caffè di Starbucks/Si sono alzati i numeri e si è abbassato lo standard” vale a dire che la qualità delle canzoni è colata a picco a fronte di una smisurata richiesta di un pubblico superficiale che si accontenta di canzoncine trap inconsistenti e prive di significato. Paragonare il rap di cui parla il rapper torinese alle canzoncine che si sentono proliferare in radio come brufoli sulla faccia di un ragazzino nel pieno della pubertà sarebbe come comparare il caffè con la moka a quello di Starbucks. Come paragonare una gallina a un volatile, o peggio, il thè della San Benedetto all’Estathè…

 “Il rap, avendo la possibilità di raccontare se stessi in un flusso incontrollato e incontrollabile, richiama un po’ il flusso di memoria, e quindi Freud e Jung” dice Caparezza in un’intervista dopo l’uscita del suo settimo album “Prisoner 709”. 
Nel 2021 ci troviamo in un periodo oscuro per gli amanti di questo genere, dove il sottogenere della trap ha quasi prevaricato la propria matrice e che sembra fabbricare trapper emergenti con lo stampino che sbucano fuori ininterrottamente come se fossero prodotti da una catena di montaggio. 
All’interno di un oceano di “artisti” che si proclamano tali solo per aver fatto quattro soldi con le loro canzonette che verrebbero ritenute banali anche da un bambino delle elementari, serviva un’oasi di salvezza che riportasse in auge la musica rap con dei contenuti di spessore e con una qualità di scrittura degna di un filologo umanista. Caparezza è proprio questo per gli amanti del genere. Quest’isola felice creata da, chi come lui, sfrutta questo genere per produrre vera musica; esiste tuttora perché nessuno può delegittimare la libertà d’espressione che ci ha permesso di conoscere il genere che più di ogni altro ha saputo tirar fuori dalle persone le loro ambizioni, le loro debolezze, le loro emozioni e tutto ciò che ne consegue. Ed è questo che sonderemo meglio con la prossima trilogia di articoli: utilizzeremo una lente d’ingrandimento per analizzare i passaggi sociali e musicali avvenuti nei 90’ nei 00’ e tra il 2010 e il 2020, evidenziando i cambiamenti e sottolineando in che modo e per quali motivi sono cambiati i contenuti, le personalità degli artisti e anche le sonorità.

Il rap è uno stile di vita che non si deve credere sia esclusivamente relegato al mondo dei ghetti dove regnano la povertà e il bisogno di sopravvivere; è infatti penetrato anche nelle accademie musicali, nelle scuole e nelle università (Murubutu oltre a essere un rapper è un professore) ed è diventato un media sempre più potente e capillarmente distribuito e condiviso tra le persone. 
Dopo 30 anni dagli esordi del Boom Bap (l’alternanza del suono tra cassa e rullante tipica dei quattro quarti del tempo delle canzoni rap) il mercato si è ramificato in varie direzioni: c’è chi lotta per un ideale o per un valore, chi invece si vuole contraddistinguere per passione e chi infine lo fa solo per un riscontro economico, ma dopo che questo genere è riuscito a sdoganarsi e affermarsi sulla scena si è sempre mantenuto ai vertici delle classifiche mondiali per dischi venduti e concerti in giro per il mondo. Quello che è certo è che non si tratta di una moda passeggera, né di un fuoco di paglia, ma che ne sentiremo parlare ancora per molto, e che cambierà nel tempo; come e quando lo scopriremo prima di quanto si possa credere. Restate con noi e ricalcheremo le orme tracciate sul sentiero del rap in Italia.

Dario Bartolucci Lupi

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