Amarcord

Qui i primi 80 film della Lista

Gli Anni Novanta sono stati per me quelli del mio personale bildungsroman: il liceo, la maggiore età, la nuova consapevolezza di ciò che avrei voluto fare/essere e la ferma (poi in parte disattesa) determinazione a riuscirci. Ho trascorso gran parte del decennio a gettare le basi della mia cultura cinematografica. Era l’epoca d’oro del videoregistratore, e il mio (molto) tempo “libero” si divideva fra due attività: registrare quasi tutte le puntate del mitico Fuori Orario di Raitre, sancta sanctorum dei cinefili ante-Internet, il che significava resistere in piedi fino a orari da fornai per semplicemente premere il cerchietto rosso sul telecomando, prima di crollare sul letto sperando che nulla avrebbe interrotto il sacrificabilissimo palinsesto notturno; guardare i contenuti della mia singolare caccia notturna (nei fortunati casi in cui ciò che era stato annunciato veniva poi effettivamente mandato in onda). A riempire gli spazi vuoti c’era la lettura continua del Dizionario dei film di Paolo Mereghetti (e prima ancora di quello giurassico di Georges Sadoul), che mi portavo ovunque. Quella mia prima edizione (1996) l’ho conservata. 
Come potete immaginare, essere cinefili all’epoca era una discreta fatica, nonché una chiara attività antisociale: gli altri si sfondavano di videogames con gli amici, oppure andavano in discoteca. Io battagliavo con attacchi di sonno, le supercazzole fuori sincrono di Enrico Ghezzi, nastri magnetici di dubbia qualità e finanche, nei casi più derelitti, col salvavita di casa.
I film di questa penultima puntata risentono, per così dire, della mia adolescenza: Alice è frutto di una lunghissima ricerca cominciata allora; Sonatine e Satantango arrivano da Fuori Orario; Il silenzio degli innocenti e Pulp Fiction, dalle VHS; Sotto gli ulivi, La sottile linea rossa, Il tempo dei cavalli ubriachi e In the Mood for Love li ho visti al cinema (tutti nel “mio” Cinema Mignon, seduto sempre, diciamo pure compulsivamente, allo stesso posto). Il solo Time Indefinite è di recentissima acquisizione.
Buona lettura!

ALICE
(Něco z Alenky, Cecoslovacchia/Svizzera/GB/Repubblica Federale Tedesca, 1988; col., 83’) di Jan Švankmajer. Con Kristýna Kohoutová.
Versione surrealista e molto libera del celebre Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll.
PERCHÉ VEDERLO
Nel bizzarro mondo dell’animazione a passo uno (o stop motion), ci sono molti maestri, ma un solo Dio: Jan Švankmajer. Si dice che sia in grado di animare più o meno qualunque cosa, dall’argilla alle fette di carne (cfr. Meat Love, del 1988). In questo suo primo lungometraggio, il regista ceco adatta un classico della letteratura per l’infanzia alle proprie personali ossessioni. Ne esce la versione più cupa e ambigua di sempre, forse la più vicina ai tormenti interiori di Carroll. Genio allo stato puro ma attenzione: inadatto ai più piccini. Un consiglio: dopo averlo visto, provate ad ascoltare l’album Alice di Tom Waits… 
DOVE TROVARLO 
OPAC Sondrio.
…E SE VI È PIACIUTO
Quello di Švankmajer è un mondo. Il suo meglio l’ha espresso con ogni probabilità nei cortometraggi. Fra di essi, vi segnalo Possibilità di dialogo (1982), Do Pivnice (1983, il mio preferito), Oscurità, luce, oscurità (1989) e Food (1992). Discorso diverso per i lungometraggi, a volte davvero estremi. Un titolo per tutti: Otesanek (2000).

IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI
(The Silence of the Lambs, USA, 1991; col., 118’) di Jonathan Demme. Con Jodie Foster e Anthony Hopkins.
Sulle tracce di un efferato serial killer, una giovane allieva prodigio dell’accademia FBI deve chiedere la collaborazione dello psichiatra antropofago Hannibal Lecter, da tempo detenuto.
PERCHÉ VEDERLO
A trent’anni dall’uscita, quest’opera di Demme può apparire “semplicemente” come un grandissimo thriller. Non è solo così. Il silenzio degli innocenti è il punto di svolta tra un’immagine vecchissima del mostro come una sorta di minorato psichico amorale e anaffettivo e la moderna concezione, da cui sono nate serie come Dexter, Breaking Bad etc. In sé, poi, è un altro dei cosiddetti “film perfetti”: sceneggiatura solida, interpreti strepitosi, confezione di lusso e una regia con il grande pregio di essere tanto efficace quanto poco appariscente.  
DOVE TROVARLO 
OPAC Sondrio.
…E SE VI È PIACIUTO
Vale la pena guardare quello che ne è de facto un prequel, Manhunter – Frammenti di un omicidio (Michael Mann, 1986), altro capolavoro. Per comprendere invece l’eredità de Il silenzio degli innocenti, i titoli sono due: Seven (David Fincher, 1995) e il troppo poco considerato Insomnia (Christopher Nolan, 2002). Di Demme, ma su tutt’altro argomento, Philadelphia (1993).

SONATINE
(Giappone, 1993; col., 94’) di e con Kitano Takeshi.
Lo yakuza Murakawa, intenzionato a ritirarsi, riceve dal suo boss l’ordine di recarsi sull’isola di Okinawa. Sul posto si rende conto di essere caduto in trappola e, rassegnato, attende la morte in una casa sulla spiaggia, organizzando assurde gare fra i suoi uomini.
PERCHÉ VEDERLO
Negli Anni Novanta si è affermato al di fuori del Giappone il folle genio di “Beat” Takeshi Kitano, prima di allora conosciuto esclusivamente per il demenziale show televisivo Takeshi’s Castle, ripreso in Italia dalla Gialappa’s Band in Mai dire Banzai. Tra i numerosi titoli importanti del decennio, Sonatine è forse quello più peculiare, vero e proprio manifesto della poetica dell’autore. Gag nonsense, lunghi silenzi, improvvise esplosioni di violenza e la presenza quasi ossessiva del mare. Lo stile registico prevede movimenti di macchina ridotti al minimo e frequenti primi piani. Il tutto a creare un’atmosfera di giocoso nichilismo (ossimoro sì, ma calzante).
DOVE TROVARLO 
OPAC Sondrio.
…E SE VI È PIACIUTO
Di Kitano, senza dubbio Il silenzio sul mare (1991) e Hana-bi (1997). Sulla falsariga di Sonatine, invece, c’è poco. Parenti alla lontana potrebbero essere Cul-de-sac (Roman Polański, 1966) e Il mucchio selvaggio (Sam Peckinpah, 1969), per quanto l’affinità maggiore non sia cinematografica, ma teatrale: Aspettando Godot, di Samuel Beckett.

TIME INDEFINITE
(USA, 1993; col., 117’) di Ross McElwee.
Dopo svariate delusioni sentimentali (raccontate nel precedente Sherman’s March, del 1985), il regista si sposa. Contemporaneamente dovrà affrontare altri dolorosi cambiamenti.
PERCHÉ VEDERLO
Conosciuto come “il Proust del documentario”, Ross McElwee è un autore che meriterebbe una diffusione ben maggiore. Geniale nel descrivere con acuta, amara, autoironia la vita quotidiana e della sua famiglia del profondo Sud degli Stati Uniti, le sue riflessioni si concentrano questa volta verso il senso stesso del filmare. A tratti commovente, a tratti esilarante, il suo è Cinema puro.
DOVE TROVARLO 
Online, con qualche difficoltà.
…E SE VI È PIACIUTO
Diary (1983) di David Perlov (di cui abbiamo già parlato) è il termine di paragone più naturale. Entrambi “registi dell’Io”, divergono nell’approccio, che in McElwee è decisamente più psicanalitico. Di suo è bene guardare il geniale Sherman’s March (1985) e Bright Leaves (2003) che con Time Infinite compongono una sorta di trilogia.

SOTTO GLI ULIVI
(Zire darakhatan zeyton, Iran, 1994; col., 103’) di Abbas Kiarostami. Con Hossein Rezai e Tahereh Ladanian.
In un remoto villaggio iraniano due giovani, Hossein e Tahereh, vengono scelti come comparse per il film E la vita continua. Dovrebbero interpretare marito e moglie, ma quello che la troupe non sa è che lui è davvero innamorato di lei, e vorrebbe sposarla, ma lei non gli rivolge neppure la parola.
PERCHÉ VEDERLO
Terza e ultima parte della Trilogia di Koker (dal nome del villaggio in cui i film, incredibilmente incastrati fra loro a mo’ di scatole cinesi, sono ambientati), questo capolavoro meraviglioso porta all’estremo la poetica di Kiarostami. Pochi soldi, tante idee (è forse il miglior esempio in assoluto di metacinema) e una delicatezza unica nel racconto, nel quale Realtà e Finzione sono inscindibili. Impossibile non solidarizzare con l’ostinato Hossein e la sua filosofia di vita. Un film che non ci si stancherebbe mai di rivedere.
DOVE TROVARLO 
OPAC Sondrio.
…E SE VI È PIACIUTO
Fruibile anche singolarmente, Sotto gli ulivi si rivela in tutta la sua potenza se visto assieme ai due precedenti film della trilogia: Dov’è la casa del mio amico? (1987) e E la vita continua (1992). Se ne avete l’occasione, non fatevi sfuggire pure Close-up (1990).

PULP FICTION
(USA, 1994; col., 154’) di Quentin Tarantino. Con John Travolta e Samuel L. Jackson.
Tre storie si intrecciano fra loro: una coppia di banditi da strapazzo tenta una rapina; un pugile preferisce il proprio orgoglio a un mucchio di soldi; due killer devono far sparire un cadavere.
PERCHÉ VEDERLO
Chi non c’era nel 1994 non può capire l’effetto provocato dall’uscita di Pulp Fiction. Di per sé, non ha nulla di veramente inedito: la narrazione in ordine non cronologico c’era già in C’era una volta in America (Sergio Leone, 1984) e Bird (Clint Eastwood, 1988); il citazionismo postmodernista viene dalla letteratura; lo stile di montaggio deriva dalla Nouvelle Vague. E allora cosa rimane? Molto, moltissimo. Su tutto, una sceneggiatura geniale, fatta di battute, situazioni e personaggi diventati istantaneamente cult; e poi la sensazione che, se possibile, il regista si sia divertito a girarlo ancora più del pubblico a vederlo. E Pulp Fiction è uno dei film più godibili di sempre, anche quando non racconta proprio nulla. Un esempio? La scena al Jack Rabbit Slim’s… 
DOVE TROVARLO 
OPAC Sondrio.
…E SE VI È PIACIUTO
La colpa più grave di Quentin Tarantino è quella di aver generato un numero impressionante di cloni, quasi tutti di livello più o meno infimo. Meglio rimanere su di lui (spesso caduto nella sua stessa trappola): Le iene (1992), il sottovalutato Jackie Brown (1997), e il capolavoro Bastardi senza gloria (2009). Dopo il successivo, godibilissimo, Django Unchained (2012), lasciate perdere.

SATANTANGO
(Sátántangó, Ungheria/Germania/Svizzera, 1994; BN, 435’)  di Béla Tarr. Con Mihály Vig e Putyi Horváth.
In una ex fattoria collettiva ungherese rimane un gruppo di individui che trascinano stancamente le proprie esistenze. L’arrivo del carismatico Irimias, un po’ profeta e un po’ truffatore, promette un radicale cambiamento.
PERCHÉ VEDERLO
Già: perché vederlo? Dura oltre sette ore; è in ungherese (sottotitolato); è girato in bianco e nero; è composto da sole 150 inquadrature; la trama non è chiarissima e sostanzialmente non inizia né finisce. Ce ne sarebbe abbastanza per suscitare reazioni tipo Il secondo tragico Fantozzi. Eppure, forse, il diavolo non è brutto come si dipinge. L’opus magnum di Béla Tarr è un ritratto a tinte forti dell’Est Europa alla fine del Comunismo, come e più del più celebre e “facile” Underground (1995) di Emir Kusturica. Ma non solo: visto in tempi di pandemia assume un carattere sinistramente profetico. Per stile, fotografia e idee registiche, siamo ai vertici del cinema contemporaneo. Va da sé che vederlo richieda uno sforzo non comune…
DOVE TROVARLO 
OPAC Sondrio.
…E SE VI È PIACIUTO
Se vi è piaciuto rassegnatevi: siete affetti da una forma incurabile di cinefilia. A questo punto, vedere l’opera omnia di Tarr (nove lungometraggi, due corti, un documentario e un film TV) non dovrebbe spaventarvi. Non avete tutto quel tempo? Allora “accontentatevi” de Le armonie di Werckmeister (2000). Ma se siete gente di coraggio, e se le imprese eroiche sono il vostro pane quotidiano, ci sarebbe il cinema del filippino Lav Diaz, unico vero epigono del maestro ungherese. Un titolo per tutti: From What Is Before (2014, 338 minuti, e non è neppure il suo film più lungo…)

LA SOTTILE LINEA ROSSA
(The Thin Red Line, 1998; col., 170’) di Terrence Malick. Con Jim Caviezel e Sean Penn.
La sanguinosa battaglia di Guadalcanal del 1942 narrata attraverso le vicende di tre soldati americani.
PERCHÉ VEDERLO
Se cercate un film di guerra “puro”, lasciate perdere. Per il suo ritorno alle regia dopo vent’anni di assenza (di cui dieci passati a preparare questo film), Terrence Malick sceglie di piantare i semi teorici di tutto il suo cinema a venire. Gli uomini si muovono al pari di qualunque altra forma di vita in mezzo a una natura tanto lussureggiante quanto indifferente. Dio, più volte interrogato, non è assente, ma lontano. Eppure non c’è pessimismo: meglio piuttosto parlare di agape. In sala, diciottenne, confesso di non averlo capito, e di essermi annoiato (era il periodo del ben più spettacolare Salvate il soldato Ryan, di Steven Spielberg). Mi sono rifatto negli anni, e con gli interessi. La sua qualità è la trascendenza, e quella è tipica solo dei capolavori assoluti.
DOVE TROVARLO 
OPAC Sondrio.
…E SE VI È PIACIUTO
Facile rimandare al Malick posteriore, The Tree of Life (2011) su tutti. Ma tralasciare i due cult precedenti, La rabbia giovane (1973) e I giorni del cielo (1978) sarebbe un’idiozia. Nel contesto della trama, invece, è interessante vederlo in un miniciclo col succitato film di Spielberg, il dittico di Clint Eastwood Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima, entrambi del 2006 e Dunkirk (2017) di Christopher Nolan. Oppure provate a confrontarlo col l’esordio “rinnegato” di Stanley Kubrick, Fear and Desire (1953).

IL TEMPO DEI CAVALLI UBRIACHI
(Zamani barayé masti asbha, Iran, 2000; col., 79’) di Bahman Ghobadi. Con Ayoub Ahmadi e Amaneh Ekhtiar-dini.
In un villaggio curdo al confine tra Iran e Iraq vivono cinque fratelli rimasti orfani. Il capofamiglia dodicenne deve trovare i soldi per operare Madi, affetto da una gravissima forma di nanismo.
PERCHÉ VEDERLO
Opera prima del regista curdo-iraniano Bahman Ghobadi, ha tutto gli ingredienti del capolavoro. Una storia forte (tratta da un precedente documentario dello stesso autore, Life in fog), interpreti non professionisti magistralmente diretti, una composizione formale e un rigore narrativo degno di maestri come Ozu e Dreyer. I primissimi piani dei volti dei fratelli e le numerose scene nella neve sono indimenticabili. E la sofferenza dei muli, ubriacati per resistere al freddo, non può non riportarci a Au hasard Balthazar, se non addirittura al finale di Su tutte le vette è pace (1999) di Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian. Imperdibile.
DOVE TROVARLO
Online (è nel circuito Mubi).
…E SE VI È PIACIUTO
Life in fog (1998), se lo trovate. Oppure, sempre dello stesso autore, I gatti persiani (2009), vero e proprio musical “clandestino”.

IN THE MOOD FOR LOVE
(Huāyàng niánhuá, Hong Kong/Cina, 2000; col., 98’) di Wong Kar-wai. Con Maggie Cheung e Tony Leung Chiu-Wai.
Hong Kong, 1962. Un giornalista e una segretaria, trascurati dai rispettivi coniugi che hanno una relazione fra loro, intrecciano una relazione platonica fatta di cibo e scrittura. 
PERCHÉ VEDERLO
Regista dall’eccezionale talento visivo, Wong Kar-wai, realizza con questo film il manifesto del suo cinema. La trama è ridotta all’osso, così come i momenti didascalici, fra ellissi, ralenti e inquadrature insolite. Abiti stupendi per Maggie Cheung, e un leit-motiv musicale irresistibile: ogni dettaglio si scolpisce indelebilmente nella memoria dello spettatore. E se siete amanti dello stile, credetemi: farete le capriole sul divano.
DOVE TROVARLO
OPAC Sondrio
…E SE VI È PIACIUTO
Per quanto del tutto indipendente, In the mood for love è il secondo capitolo di una stravagante trilogia, cominciata nel 1991 con Days of being wild e conclusasi nel 2004 con 2046

Mattia Agostinali

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