Litterae non dant panem

Luglio 2021. Scarlett Johansson, attrice dalla carriera pluridecennale, osa fare causa a uno dei colossi dell’industria cinematografica, la Disney. Nella miriade di articoli che coprono la vicenda si legge sempre la stessa storia: la Disney ha deciso di distribuire Black Widow contemporaneamente in streaming e nelle sale cinematografiche, violando il contratto della Johansson e creandole un notevole danno economico. La Disney davanti all’accaduto ha ribattuto: “La causa è particolarmente triste e angosciante per il suo insensibile disprezzo per gli orribili e prolungati effetti globali della pandemia di COVID-19”.

A distanza di quasi tre mesi, lo scontro si è risolto con un accordo privato di cui ancora non abbiamo avuto informazioni: sappiamo solo che la signora Johansson e la Disney sono molto contenti, grazie e ci vediamo al cinema. Ma al di là dell’esito felice (sempre che lo si possa davvero definire tale), questa vicenda ci lascia qualche uno spunto di riflessione: è giusto che una star notoriamente strapagata si lamenti del proprio compenso?

Be’, che la maggior parte delle persone si possano solo sognare un assegno da 50 milioni di dollari (tale il risarcimento richiesto dalla Vedova Nera) non è certo un mistero. Ma questo rende forse ingiusta, poco morale la sua richiesta? Assolutamente no. Qui non stiamo discutendo sulla convenienza o meno dell’esistenza di certe buste paga, ma sulla necessità di rispettare un contratto. Dobbiamo infatti ricordare che non tutti gli attori, al contrario della Johansson, hanno il potere economico e sociale per denunciare le ingiustizie e i falli di colossi come la Disney. È quindi importante che personaggi in vista parlino di questi argomenti, sottoponendoli all’attenzione non solo della stampa, ma anche di coloro che intendono avvicinarsi a un mondo competitivo e poco limpido come quello dell’arte.

Una visione troppo negativa? Non direi, visto che si tratta di un mondo in cui i contratti, anche quando vengono rispettati, spesso finiscono per ledere gli interessi dell’artista. Un caso emblematico è quello di Taylor Swift, che in base al contratto firmato quando ancora era una ragazzina con la neonata etichetta Big Machine Records si è vista negare il possesso dei master dei suoi primi sei album – album che ora sta registrando nuovamente, determinata ad essere proprietaria della propria arte.

Sempre parlando della Swift, possiamo ricordare un’altra querelle basata sull’ingiustizia dei compensi ottenuti dallo streaming. Nel 2015, per il lancio di Apple Musica, nuova piattaforma di streaming musicale, la Apple decise di proporre ai propri clienti una prova gratuita di tre mesi. Il problema? Durante questi tre mesi, le case discografiche, e di conseguenza gli artisti, non avrebbero percepito nulla. Per tre mesi. Questo progetto non lasciò indifferenti gli artisti, soprattutto Taylor Swift, all’epoca nuovo acquisto della musica pop. La Swift infatti scrisse una lunga lettera alla Apple e la pubblicò su Tumblr, facendo presente come una simile politica sarebbe stata insostenibile per i giovani artisti. Davanti alla lettera di una figura così influente (proprio in quegli anni l’album “1989” stava battendo tutti i record), la Apple riconobbe la gaffe, e decise di coprire di tasca sua le spese di quei fatidici tre mesi di prova, garantendo invece il giusto compenso degli artisti.

Giusto compenso… in realtà è raro che agli artisti sia davvero corrisposto un giusto compenso. O meglio, è raro che gli artisti percepiscano un compenso tale da poter vivere di sola arte. Pensate che ogni volta che comprate un libro, solo il 10% del prezzo di copertina finisce nelle tasche dell’autore. E anche se teoricamente sarebbe buona norma che l’autore ricevesse, al momento della firma del contratto, un anticipo, questo succede raramente, soprattutto perché gli artisti per prima non sanno quali sono i loro diritti, e come proteggere i loro interessi.
Ma perché? Perché non prestiamo attenzione all’aspetto economico dell’arte?
Potremmo tirarla per le lunghe, inventarci mille motivazioni vuote. Ma la realtà è semplice: la nostra società non considera l’arte un vero lavoro. Di conseguenza, gli artisti vengono, nella maggior parte dei casi, pagati una miseria.
Mbè? Che problema c’è? Ci si può sempre trovare un vero lavoro, no?

Certo, e dopo aver passato otto ore a fare la commessa, aver pulito casa e aver intrattenuto qualche relazione sociale, si ha proprio tempo ed energia per scrivere un libro o dipingere un quadro! Come se la scrittura, al pittura, la recitazione, tutte le forme d’arte non richiedessero tempo, dedizione, lavoro e studio!

Ammettiamolo, fino a quando gli artisti non saranno pagati in modo giusto, fare l’artista rimarrà prerogativa di chi, appartenendo a una classe sociale privilegiata, non ha davvero bisogno di avere fin dall’inizio uno stipendio dignitoso. L’arte quindi diventerà (o forse lo è già?) espressione della sola classe dominante, che di conseguenza si limiterà a raccontare il proprio mondo, la propria vita, i propri valori, o che racconterà il mondo, la vita e i valori di altre classi, ma con uno sguardo deformato, viziato dal proprio privilegio.

È facile parlare dell’arte per l’arte, del lodare la bellezza e la natura per quello che sono, e non per trarne guadagno. È bello parlare di questi ideali, immaginare mondi in cui lussi come l’acqua corrente e il riscaldamento sono gratuiti. Ma la realtà è che non c’è nulla di più classista di questi ideali. E quindi sì, litterae non dant panem, ma dovrebbero.

Carla Marzo

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