Costeggiando l’identità

Sara Finardi, 21enne di Brescia che studia a Milano, qualche anno fa ha ricevuto una diagnosi molto precisa: depersonalizzazione e derealizzazione come sintomo post traumatico. Oggi, insieme al redattore e a Valentina Maio (amica di Sara e preziosa collaboratrice per la stesura del testo), parleremo di questo. Iniziamo con alcune informazioni iniziali: sapresti dirci quali sono i sintomi di chi soffre di BPD (Disturbo Borderline di Personalità) o di disturbo dissociativo?
La depersonalizzazione e la derealizzazione sono dei meccanismi di difesa che finiscono per fare più male che aiutare, a causa dell’ansia. Con la depersonalizzazione percepisci il resto del mondo ma non percepisci più te stesso, con la derealizzazione invece percepisci molto più te stesso che il resto del mondo, che finisce per essere sfocato e distaccato. Le due possono capitare contemporaneamente e negli attacchi di panico più difficilmente gestibili è possibile sperimentare una dissociazione complessa da affrontare – non senti più un legame con il resto ma al contempo non percepisci più neanche te stesso, sei consapevole delle tue azioni ma non sei padrone di esse. Come in un sogno lucido, insomma, ma durante il giorno e avendo a che fare non con i sogni, ma con la realtà.

Quali sono le cause? Ed esiste una cura?
Prevalentemente ansia. È una risposta a dei momenti di grande ansia, o traumi. Succede spesso anche negli attacchi di panico ma non solo. È un disturbo post traumatico che riemerge quando hai delle crisi o dei flash back dolorosi. A livello personale il mio trauma è dovuto alla separazione precoce dai genitori, e  da una serie di situazioni familiari in cui questa cosa non è stata accolta e ha causato altri drammi.
In generale, comunque, può essere un trauma qualsiasi, anche semplicemente il soffrire di attacchi di panico; la dinamica di svolgimento non è universale ma specifica. Quel che, invece, può cambiare a livello sintomatologico sono, oltre ai motivi che lo generano, la durata e la ricorrenza della depersonalizzazione e della derealizzazione. 
Per quanto riguarda la cura: esistono delle terapie che possono andare dalla psicoterapia o, in casi più estremi, agli psicofarmaci – a volte possono essere usati degli antipsicotici, non per curare una psicosi ma per calmare l’individuo. Evitare del tutto il sintomo è molto difficile salvo in caso di guarigione, dunque anche a livello terapeutico si cerca più che altro di curare e trattare il disturbo in generale.

La diagnosi quand’è avvenuta e in che circostanze? Ti ha fatta sentire più curata o più stigmatizzata?
A ottobre della terza superiore ho iniziato a prendere degli psicofarmaci per l’ansia, e a dicembre dello stesso anno sono andata in ospedale; lì la cosa ha iniziato a strutturarsi meglio. Dopo circa quaranta giorni di ricovero sono stata seguita più approfonditamente per capire come trattare il disturbo. Immediatamente dopo la diagnosi mi sono sentita sollevata – dare un nome al disturbo mi ha aiutato molto. D’altra parte, dal momento della diagnosi ho iniziato a fare confronti con altre persone affette dal medesimo disturbo – ed essere consapevole che una persona che soffre del mio stesso disturbo non è mai guarita può diventare davvero molto pesante. Inoltre il disturbo borderline della personalità è lo stesso di cui soffrivano molti serial killer, quindi ho iniziato a pensare che il mio destino fosse segnato. In più ho iniziato a farmi domande scomode, come: “forse mi piace la matematica [Sara studia ingegneria, N.d.R.] perché in realtà l’ordine mi fa stare bene per l’ansia, quindi non è davvero una mia passione?”.
Concludo dicendo che dal confronto con l’altro non è derivato solo sofferenza, ma che talvolta può anzi farci sentire compresi; per esempio, c’è un rapper svizzero, Mattak, che parla molto di depersonalizzazione, e con lui ho avuto un confronto molto bello e che mi ha molto aiutato.

L’arte come viatico per una migliore rappresentazione delle proprie vicende interiori. Ci fai qualche esempio di film od opere letterarie (media in generale) che trattano bene la tematica e altri che, invece, lo fanno in modo sbagliato e impreciso?
Film e libri fanno il loro effetto, ma da sempre la musica genera in me maggiore impatto, è una delle forme d’arte che mi sta più vicina. Talvolta l’impatto di film anche precisi nel mostrare il disturbo può essere troppo, per me. Vi faccio un solo esempio: Girl, Interrupted, il film del 1999 diretto da James Mangold, la cui protagonista soffre di disturbo borderline della personalità. La prima volta che ho tentato di vedere il film non sono riuscita a finirlo perché mi provocava troppo dolore; ho dovuto finirlo in un secondo momento, quando potevo veramente apprezzare lo sforzo di rappresentare in modo crudo e veritiero la realtà del disturbo.
Una serie che invece mi è sembrata molto stereotipata è Criminal Minds. In questa è spesso stata scelta una rappresentazione del serial killer, che soffre di disturbo di personalità borderline, che attinge a stereotipi più marcati, finendo per ricadere nei cliché.
L’altra cosa che può aiutare è creare arte oltre che fruirne. Io scrivendo canzoni, parlo molto di salute mentale perché perché è un modo più semplice per affrontare l’argomento. Avevo iniziato il progetto con una band di Brescia, e dopo essermi trasferita a Milano alcune canzoni sono rimaste incomplete sul mio computer. Infine ho realizzato che anche se dovessi pubblicarle, le scrivo più per me che per altri. 

Qual è stato il tipo di aiuto che la scuola ti ha fornito nel corso degli anni?
Purtroppo, l’anno scorso gli esami del primo semestre non sono riuscita a darli – non avevo aiuti e, dopo mesi di lotta con le istituzioni mediata anche dalla mia psichiatra, sono riuscita a ottenere gli stessi aiuti che vengono dati a studenti con DSA (quindi dislessici, discalculici o altri disturbi dell’apprendimento). Il punto, a livello universitario (alle superiori gli aiuti li avevo e, anzi, me li avevano proposti loro, era una situazione contemplata), è che: o hai un disturbo dell’apprendimento, o hai una disabilità, oppure non possono fare nulla. Dopo un mese di rimbalzi tra gli uffici ho quindi ottenuto questi aiuti che non sono neanche personalizzati (tempo in più, esercizi in meno e poco altro); trovo comunque che faccia molto riflettere che io abbia risolto il problema grazie alla mia psichiatra e non grazie alle istituzioni – anche perché questo disturbo, a differenza della dislessia o altri, può portare a una situazione per cui io durante un esame ho un momento di derealizzazione che mi aumenta l’ansia, la quale si somma all’ansia dell’esame e in quel momento io effettivamente non percepisco più l’aula o comunque è tutto lontano, gira ed è sfocato. Se la cosa dura poco, avere il tempo in più va a compensare, ma è comunque aggrapparsi a una speranza, o poco più. Insomma: avere degli strumenti in più non ti risolve tutto, ma sono fondamentali e purtroppo non sono previsti.

Prima di fare qualche ultima riflessione insieme, vuoi specificare qualcosa ancora relativamente alla condizione di cui stiamo parlando?
Sì grazie, giusto un paio di specificazioni. Primo: la condizione che vi sto descrivendo non è un condizione permanente, ma un insieme di momenti in cui hai degli episodi dissociativi; ci sono poi, subito dopo, i momenti di lucidità in cui ti rendi conto che tutto quello che è successo nelle ore precedenti (a me non è mai capitato un giorno intero) era un episodio dissociativo. Secondo: l’insorgenza della sintomatologia non è affatto costante, ma anzi quanto di più variabile da periodo a periodo a cui riusciate a pensare.  

Ci avviciniamo alla conclusione con due/tre domande più generale. Nella sua tesi di dottorato – Follia e sragione. Storia della follia nell’età classica – Michel Foucault esordisce così, citando Pascal: “Gli uomini sono così necessariamente folli che il non esser folle equivarrebbe a esserlo secondo un’altra forma di follia”. Cosa ne pensi e cosa c’entra con te?
Penso che indubbiamente sia vero. La differenza però – che è anche il motivo per cui tutti possono avere momenti di ansia ma non tutti hanno un disturbo d’ansia – è l’intensità e la linea sottile tra caratteristica e disturbo; una delle prospettive di guarigione di cui si parlava prima è semplicemente che diminuisca talmente tanto l’intensità da diventare una caratteristica e non un disturbo.

Mi piacerebbe chiudere con le ultime due domande. Prima: l’essere umano ha almeno altre due coordinate fondamentali: la religione e la politica. Vorrei sapere come si intersecano con questa tua condizione. La seconda: chiunque cerca sempre di lasciare un’impronta sul mondo. Quale può essere la tua?
Parto dalla politica perché forse è più facile. Io tendenzialmente sono abbastanza attiva in politica – non a livelli istituzionali, non ho intenzione di farlo – a livello universitario e di movimenti. Ho qualche difficoltà a intersecare le difficoltà che mi hanno caratterizzata con la rappresentanza a livello universitario, ma comunque cerco sempre di essere attiva e ci tengo molto.
Per la religione, la cosa è più complessa: il mio rapporto con la religione – in senso stretto, quindi non a livello di spiritualità dato che mi definisco agnostica – è finito da anni ormai. Questa fine mi ha destabilizzata, perché per un buon periodo la fede è stata una consolazione: un dare un senso a tutto – quindi anche allo stare male. D’altra parte, uno dei motivi per cui ho staccato è che non posso avere cose di cui non sono sicura o che sono vere per il semplice fatto che voglio crederci.
Concludendo: Per dare un’impronta sul mondo le due, tre forse, modalità che io ho sempre trovato sono, da una parte, l’impegno politico – perché è un modo per provare a cambiare le cose per tutti, non solo per me – e, dall’altra, quelle più personali: la produzione di musica e, legato a questo, anche il mio voler studiare ingegneria musicale  – cosa che, per i motivi che ho già detto, è direttamente scaturente dalla mia esperienza. Esperienza che, e di questo vi ringrazio, sono davvero contenta di aver potuto raccontare.

Valentina Maio e Sara Finardi*

*Domande a cura di Federico e Valentina, editing del testo a cura di Federico

Nota del Redattore sul perché dell’intervista: Non si può comprendere la necessità di discutere maggiormente di Disturbo Borderline di Personalità nei medium se non si è al corrente di quanto questa condizione sia presente all’interno della nostra società. Si stima che il 5,9% degli adulti soffrano, ad un punto della loro vita, del Disturbo Borderline di Personalità (BPD), e che questo contribuisca al 20% dei ricoveri psichiatrici. Questa mancanza di informazione (corretta) nei medium di oggi genera in chi ne è affetto il desiderio di essere rappresentato nel modo corretto e non di essere visto come “pazzo”. 

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