Introduzione

Dal latino ex-legere o meglio ex-eligere composto dalla particella ex-, da, con senso di separazione, e legere o eligere, scegliere. Separare la parte migliore di una cosa dalla peggiore, quindi eleggere ciò che par meglio. 

Migliore. Peggiore. Eleggere. Ciò che par meglio. Ma meglio per chi? Ciò che è meglio per me non è ciò che è meglio per la persona seduta un paio di tavoli davanti al mio. Bionda, riccia, magra, maglietta bianca. Il meglio è soggettivo. Eleggiamo determinate cose anziché altre perché le consideriamo migliori sulla base di una serie di fattori che ci appartengono personalmente. Categorie soggettivistiche grazie alle quali gestiamo e compiamo le azioni che compongono la nostra vita. Quotidianamente. Ma come apprenderle? Sono immutabili? Si coltivano? Probabilmente molti non se ne rendono nemmeno conto. Non faticano. Non dubitano. Devo ammettere che non è facile spiegare, interrogarsi, scavare. Cos’è per me scegliere? Una condanna. Una condanna che mi schiaccia. Una condanna che mi atterrisce. Una condanna che ogni giorno mi costringe a confrontarmi con me stessa. 
Quante volte avrei desiderato non trovarmi in mezzo al fuoco incrociato di due alternative escludenti. Quante volte mi ripetevo con ferocia che non volevo scegliere. Quante volte mi sono odiata per non sapere cosa volessi scegliere. Non sapere. Questo è il punto. Non sapere, e, di conseguenza, non voler decidere. Perché mai dover scegliere quando le possibilità esistenti sono — in termini preferenziali — così vomitevolmente uguali.

È chiaro che il nostro libero arbitrio – sempre presupponendo che ci sia, il libero arbitrio – goda dell’infinità di possibilità che si stagliano innanzi a noi, sapendo di poter tendere a un’estremità del capo come a un’altra. Noi ci definiamo esseri liberi in quanto dotati della facoltà di compiere scelte liberamente, cioè senza essere limitati da una qualsiasi forma di costrizione. Ma questa forma di costrizione non potrebbe forse essere quella che ciascuno di noi impone a sé stesso inconsciamente nel compiere le proprie scelte? Un autodeterminarsi continuo a cui siamo costretti a nostra insaputa, prigionieri liberi di noi stessi, e da cui non esiste via di fuga. 

Ma perché scegliere mi paralizza? Perché non è ciò che voglio. Ed è ciò che mi sento costretta a fare costantemente.
Escludere, non includere. Separare, non inglobare. Frammentare, non unire.
No. Non è questo che voglio.
Io voglio essere tutto e niente, bianco e nero, luce e ombra.
Voglio avere il diritto di dire “per me è uguale” senza essere giudicata. Voglio sbraitare che per me si può fare “come volete voi”. Voglio poter prendere una decisione solo quando davvero lo voglio e solo dopo aver deciso quale. E se non voglio, non decido. Ma attenzione, non si tratta di indifferenza. No.
Mi chiedete di prendere posizione? Una volta si diceva in medio stat virtus. Ecco la mia posizione.

Uno stare a metà che non è mai statico. Uno stare nel mezzo in continuo fluire. Uno stare al centro che ingloba, include. Un fluidificare onnicomprensivo.
In attesa della prossima decisione.

Anna Lanfranchi

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