L’intervista a Francesca Diotallevi

Nel 2013, il catalogo di Mursia Editore accolse Le stanze buie, romanzo di esordio di Francesca Diotallevi. Nel libro, Vittorio Fubini, maggiordomo puntiglioso, abbandona la sua amata Torino per assecondare le ultime volontà dello zio e prenderne il posto di maggiordomo nella villa del conte Flores. Arrivato lì, in quella casa sperduta tra le Langhe, Vittorio si trova a fare i conti con una padrona, Lucilla Flores, insofferente alle regole della società, e con una casa colma di segreti, gelosamente custoditi tanto dal padrone quanto dagli altri membri della servitù. A questa prima, riuscitissima prova letteraria, sono seguiti altri tre romanzi: Amedeo, je t’aime (Mondadori Electa, 2015), Dentro soffia il vento e Dai tuoi occhi solamente, editi da Neri Pozza rispettivamente nel 2016 e nel 2018. Ora, a otto anni dall’esordio, la Diotallevi è tornata a camminare per quelle stanze buie, ripubblicando con Neri Pozza il suo primo romanzo. 

Già nel 2013 diversi lettori avevano definito Le stanze buie un romanzo degno dei migliori Neri Pozza. Com’è vederlo finalmente parte di quel catalogo?
Un sogno che si realizza. Se potessi tornare indietro nel tempo, vorrei portarlo con me e mostrarlo alla me venticinquenne che credeva impossibile tutto questo. E dirle che la strada è quella giusta.

Da un punto di vista storico, sono stati diversi gli autori che hanno rielaborato le proprie opere dopo la pubblicazione: il primo romanzo storico italiano, I Promessi Sposi, è forse l’esempio più celebre. Le motivazioni per imbarcarsi in una simile impresa possono essere diverse: linguistiche, ideologiche, rifiuto di una produzione ritenuta immatura… Nel tuo caso, qual è stato il percorso che ti ha portato ad affrontare questa riedizione?
Dei libri che ho scritto, Le stanze buie è quello a cui sono più legata, ma è anche quello a cui ho sempre trovato più difetti. È un libro d’esordio, e ne portava addosso tutti i segni. L’edizione pubblicata da Mursia non aveva subito alcun editing, e con gli anni ho avuto modo di ricevere suggerimenti e critiche costruttive per migliorarlo. Ho segnato tutto, sperando di poterlo, un giorno, ripubblicare. E così è stato. Ero convinta di poterci lavorare da sola, ma ho scoperto che per gli scrittori rimettere mano ai propri libri è un lavoro difficile e frustrante. Io ho avuto la fortuna di essere affiancata da un bravo editor, che ha lavorato per sottrazione, tagliando anziché aggiungere, sfrondandolo del superfluo e delle ingenuità. Ora credo che questo libro abbia un equilibrio che prima non possedeva. 

Le pagine di questo libro, ora come otto anni fa, sono intrise di Charlotte Brontë, di Kazuo Ishiguro e, per citare un esempio contemporaneo, di Downton Abbey, serie tv inglese creata da Julian Fellowes. E nella quarta di copertina di questa nuova edizione si paragona la dolcezza delle tue descrizioni ai quadri preraffaelliti. In questi anni di sicuro hai avuto occasione di leggere, vedere, ammirare nuovi libri, film, quadri: alcuni di questi sono stati capaci di influenzare il tuo lavoro di revisione?
Questo libro si porta sulle spalle dieci anni, e io con lui. Ma devo essere onesta, per quanto io abbia letto, in questo decennio, quando mi sono immersa tra le sue pagine per editarlo, i miei punti di riferimento erano gli stessi di quando lo ho scritto, perché per quanti cambiamenti abbia subito questo romanzo, la sua anima più profonda non è mutata.   

Partendo da un confronto con la tua prima esperienza editoriale, come è cambiato il tuo approccio alla scrittura e all’editing nel corso degli anni?
Completamente. Quando ho scritto Le stanze buie non credevo avrei mai trovato un editore disposto a pubblicarmi, scrivevo per me sola, per il piacere di farlo. Oggi c’è una consapevolezza diversa, ci sono responsabilità che prima non sentivo di avere e c’è il peso di un’esperienza che volente o nolente influenza la mia scrittura. Ma è rimasta immutata in me la convinzione che nulla debba essere scritto se non se ne avverte il bruciante desiderio, nemmeno se hai un editore che ti pubblica. 

Ritorniamo ora a Le stanze buie come opera. Il rapporto coi personaggi è qualcosa di particolare: per molti scrittori, infatti, i personaggi sono come dei frammenti della loro anima, e spesso creano con loro un rapporto molto intenso, quasi di mimesi. Quando hai scritto per la prima questo romanzo, qual era il personaggio in cui più ti rivedevi? E ora?
Le stanze buie ha due protagonisti: il puntiglioso maggiordomo Vittorio Fubini, un uomo ossessionato dal perfezionismo. E Lucilla Flores, la moglie del padrone, una donna inquieta e anticonformista. Entrambi rappresentano parti di me che spesso ho trovato inconciliabili, ma che convivono in un misterioso equilibrio, oggi come dieci anni fa. 

Se tu potessi scrivere un sequel/prequel che segua le vicende di un personaggio qualsiasi del tuo romanzo, quale sceglieresti? E perché?
Purtroppo non posso rispondere a questa domanda senza fare un clamoroso spoiler! Dirò solo che mi piacerebbe raccontare la vita di Vittorio dopo aver lasciato Villa Flores.

Il tuo romanzo ha una grande componente visiva: nel susseguirsi dei capitoli, infatti, c’è una continua alternanza tra ambientazioni esterne, luminose, leggiadre, e ambientazioni invece interne, cupe, polverose, soffocanti. Se mai dovessero fare una versione cinematografica del tuo romanzo, chi vorresti come regista?
Mike Flanagan. Ho amato tutti i suoi lavori e credo che nessuno, più di lui, sarebbe in grado di evocare e ricreare l’atmosfera cupa e claustrofobica di Villa Flores, i suoi corridoi bui e l’orrore che pervade ogni cosa. 

Al momento, stai lavorando a qualche nuova storia? Se sì, si può avere qualche anticipazione?
Non ci sto lavorando, ma da qualche tempo mi rigiro tra i pensieri la storia (vera) di un uomo che ha fatto una cosa straordinaria. È una storia su cui nessuno ha mai scritto, e forse potrebbe essere la mia prossima storia, chissà. 

Ora dobbiamo lasciarci, ma prima un’ultima domanda. Molti dei lettori di Bottega di Idee sono giovani aspiranti scrittori e artisti, come lo sei stata tu qualche anno fa. Potresti condividere con loro il consiglio che avresti voluto ricevere all’inizio della tua carriera?
Di recente una persona per cui nutro una profonda stima mi ha detto questo: “essere autentici, nella scrittura, paga; perché ciò che è autentico trova sempre la sua strada”. Ne sono convinta anche io. Non scrivete con l’idea della pubblicazione. Scrivete perché non potete farne a meno, perché quello che scrivete vi ossessiona, vi tormenta, ce lo avete dentro come un fuoco, come un mostro che vi divora. O non scrivete affatto.

Benedetta Carrara

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