L’intervista a Matteo Porru

Per chi ancora  non lo conosce, Matteo Porru, classe 2001, è un giovane scrittore dal curriculum ricco, anzi ricchissimo. Oltre ad aver pubblicato con la casa editrice La zattera ben tre romanzi – The Mission, 2017; Quando sarai grande, 2018; Madre Ombra, 2019 -, nel 2019 ha vinto il prestigioso premio Campiello Giovani con il racconto Talismani, che ha pure portato a teatro. Sempre nel 2019, D di Repubblica l’ha inserito tra i 25 under 25 più promettenti al mondo.
L’intervista che state per leggere è freschissima, fatta lunedì 1 novembre: quando si ha un’agenda fitta come quella di Matteo – con lezioni universitarie, esami, laboratori di arte-terapia in carcere, festival – l’organizzazione diventa una partita a tetris che non conosce giorni di vacanza. 

Prima di tutto questo, prima di arrivare a fare della scrittura un lavoro, cosa ti ha portato ad avvicinarti alla scrittura?
Per diversi anni della mia vita sono passato da un ospedale a un altro, e la scrittura in questo senso è stata molto uno sfogo e uno svago. Quando ho cominciato a scrivere la cosa che più affascinava è che sul foglio bianco tu sei onnipotente, puoi creare qualunque tipo di storia, di personaggi, puoi controllare le vite degli altri. Per me, che avevo una vita che mi controllava tanto, questa prospettiva era quasi assurda, e proprio per questo mi piaceva. Soprattutto poi c’è stato un altro fattore fondamentale: chi scrive osserva. E io negli anni ho imparato ad osservare, perché essendo diabetico ogni tanto per abbassare la glicemia devo fare delle passeggiate molto lunghe, anche di un paio di chilometri, e quando passeggio guardo le persone, i loro tic, il modo in cui camminano, in cui guardano, in cui rispondono al telefono… Io dico sempre: “la letteratura non è altro che un lungo elenco delle vite degli altri”. Leggendo le vite degli altri, noi cerchiamo di capire la nostra; e scrivendo le vite degli altri cerchiamo di scrivere anche la nostra. Prima di diventare un lavoro, la scrittura era una passione, ora è un lavoro ma soprattutto è un bisogno.

Hai parlato dell’importanza dell’osservare il mondo intorno a te. Ma nel tuo ultimo romanzo, Madre Ombra, la protagonista è Lara, una ragazza cieca, che quindi non ha occasione di osservare il mondo, ma si “limita” a coglierlo attraverso gli altri sensi. Perché hai scelto un personaggio che percepisce il mondo in modo diverso, e cosa ti ha portato a sceglierlo?
Su Lara bisogna fare una bella premessa. Quando è uscito il mio secondo romanzo avevo fatto un esperimento con la Biblioteca multimediale della Sardegna. Avevamo noleggiato una sala di cinema, e avevamo messo in platea duecento persone: cento persone erano ciechi, cento erano vedenti bendati. Il punto era: come legge un non vedente un libro? Come riesce a vivere la storia che sta esplorando? Di fatto avevamo fatto un approccio sinestetico, una sorta di audiolibro creato sul momento, con attori e con una band. Al che, vedendo che si poteva costruire una storia togliendo la vista, ho recuperato la vecchia bozza di un romanzo, “Tango” (titolo manierista che si rifà a tango, tangis, tetigi, tactum, tangere), che raccontava la storia di una ragazzina cieca che scopriva il mondo toccandolo. Ho salvato alcune parti della storia, le ho unite a Venezia, alla filosofia platonica e alla poesia di Montale. E così, unendo idee confuse a idee invece più chiare è nato Madre Ombra.

Come descrivi il rapporto tra te e i tuoi personaggi?
Il rapporto coi personaggi di Madre Ombra è molto particolare. All’inizio a Lara ho proprio voluto male: ragionando per contrasto rispetto a me, le ho dato tutto ciò che io non sono. Le ho dato la perfidia, la cattiveria e soprattutto l’ingratitudine. Poi per addolcirla le ho dato una cosa che ho: la capacità di empatizzare.
In Madre Ombra, poi, mi è piaciuto raccontare una vasta gamma di donne: abbiamo la donna che cerca l’indipendenza, cioè Lara; abbiamo la donna succube, Tiziana; la donna che ama, Suor Elsa; la donna pia, “devota”, che raccoglie tutte le altre suore. E poi abbiamo tutti i tipi maschili: quello ossessionato dalla mania di controllo, Saverio; il maschio disponibile, altruista, Riccardo; abbiamo il medico, che porta aiuto e salva, Hermann Weil. Madre Ombra mi ha permesso di indagare tutte le varie sfaccettature delle persone, senza mai risparmiare un punto di vista che poteva essere un po’ fastidioso. Le vite di Madre Ombra sono come un palazzo veneziano: una facciata meravigliosa, e un grigio tremendo che le dipinge ai lati e le circonda.

Già prima hai definito questo romanzo evanescente. Ed effettivamente già dalle prime pagine si nota uno stile poetico, evocativo, ma anche molto ricco. Quali sono i tuoi modelli letterari?
Il mio ideale di scrittura si basa su tre grandi pilastri: semplicità, efficacia, e capacità evocativa. Leggo molti romanzi, alcuni vicini e altri lontanissimi dalla mia scrittura. Il romanzo perfetto, per una persona che scrive, è quando pensi “vorrei averlo scritto io”.  Mi è capitato di pensarlo con un romanzo che mi ha cambiato la vita: Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey, un romanzo talmente potente da non avere una fine. Un altro romanzo che vorrei aver scritto è It di Stephen King. Non è un romanzo di formazione, non è horror, non è distopico, di fatto non è drammatico, ma è tutto insieme, mescolato e coerente.
Di autori italiani, io leggo molti contemporanei, anche perché molti li conoscono e in alcuni casi sono miei amici – credo infatti che sia molto importante fare comunità tra chi scrive. L’anno scorso ci sono stati alcuni romanzi che hanno fatto e faranno scuola: Mattia Insolia con Gli affamati, romanzo che inaugura un neocannibalismo italiano, e che ha una forza brutale; un altro che merita di essere letto e approfondito è Lei che non tocca mai terra di Andrea Donaera. Stimo molto Giorgio Ghiotti, mio caro amico e grandissimo narratore.

Con quali genere vorresti misurarti prossimamente?
Drammatico a oltranza, fino alla fine. Amo leggerlo e adoro scriverlo, perché penso che la vita sia drammatica. Nel mio prossimo romanzo, che uscirà per Garzanti a inizio 2023, ritornerò sul drammatico, sull’evanescente, con una leggera spolverata dei russi e diverse altre contaminazioni.
Ammetto che mi piacerebbe, un giorno, costruire un giallo più strutturato rispetto alla spolverata che cerco di dare ogni tanto, anche se è un po’ complicato. Ho diversi amici giallisti, e alcuni di questi costruiscono le loro trame con degli schemini; al solo pensiero di buttar giù uno schema per scrivere un romanzo mi fermo. E un giorno non mi dispiacerebbe fare un romanzo divertente, umoristico, anche se per ora i miei tentativi sembrano più delle liste di freddure. Sempre per provare e vedere come va, mi piacerebbe provare a scrivere un romanzo alla Sepulveda, per vedere come mi viene quel taglio, semplice ed evocativo e di fatto per bambini.
Ho vent’anni, e spero di averne davanti a me almeno altri sessanta di scrittura: voglio creare, voglio sperimentare, voglio vedere cosa mi riesce bene e cosa no.

Ogni scrittore ha dei punti di forza, ma anche delle debolezze, delle parti in cui deve lavorare maggiormente di lima: quali sono le tue?
Vado molto molto liscio sulle parti di narrazione. Da anni invece continuo a lavorare sul dialogo, che è una parte fondamentale. Il dialogo deve essere naturale e intenso, fluido, non macchinoso. Per risolverla, ho fatto una cosa per cui qualcuno potrebbe anche incazzarsi: sono andato nei bar, nei ristoranti e ho ascoltato le conversazioni.

Giusto qualche anno fa, per parlare del tuo successo e della tua giovane età probabilmente si sarebbe utilizzato il termine baby scrittore – un termine che ha spesso assunto connotazione dispregiativa. Spesso, infatti, si ritiene che la giovane età costituisca, nel mondo della scrittura, un limite.Ti è mai capitato di incontrare persone che la pensavano così? Come ti sei rapportato a loro?
Devo essere sincero: forse ho avuto fortuna, perché me ne sono capitate poche. Ho incontrato qualche persona che aveva delle riserve, ma ho sempre incontrato anche molto rispetto e sostegno, in famiglia, a scuola e dai lettori, e questo mi ha aiutato molto.
Bisogna dire, però, che se sei giovane è come se non fossi pienamente scrittore, come non sei pienamente ballerino, musicista… i giovani sono giovani scrittori, ballerini, musicisti. È un po’ come dire “per ora va bene, ma vediamo come va”. Fino a qualche anno fa, ad esempio, durante le presentazioni mi chiedevano sempre cosa volessi fare da grande. Da grande voglio continuare a scrivere, e un giorno arriverà il momento in cui non sarò più “giovane scrittore” ma solamente scrittore, e nel mio bagaglio avrò tutte le esperienze fatte in questi anni.

Bottega di idee nasce come luogo di incontro per giovani scrittori e artisti, che trovano in questo blog uno spazio di condivisione e confronto. Cosa ne pensi dell’attuale panorama culturale dedicato e creato dai giovani? Cosa faresti per migliorarlo?
Il panorama culturale giovanile (intendo, come spettro, dai 20 ai 30/35 anni) sta nascendo ed è bellissimo. È un panorama che ha fame, voglia, determinazione, ha lo sguardo bello e nuovo. Non vedo, per ora, cose che debbano essere migliorate: vedo solo tante cose promettenti, che col tempo saranno molto più belle e grandi di ora.
È fondamentale che ci si riunisca, perché la cultura si fa insieme, se no non è cultura. E credo che l’amicizia in scrittura sia più bella del normale. Quando io giro una bozza a un amico che scrive, quando non so come finire un capitolo e chiedo un consiglio, trovo spunti, idee, il lavoro da introverso diventa un lavoro più aperto. La cosa che auguro più di tutto a chi scrive è aprirsi il mondo a vicenda: questo è l’augurio più bello che posso fare.

Benedetta Carrara

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