Acqua di vita

Spesso si afferma che la buona letteratura è quella in grado di rappresentare al meglio l’essere umano. L’ho sempre considerata una frase veritiera, soprattutto a causa della mia esperienza di lettrice: i migliori libri su cui ho messo le mani, infatti, sono descritti alla perfezione da tale affermazione e sono stati in grado di smuovermi qualcosa dentro, vuoi per il modo in cui sono riusciti a dipingere la realtà, vuoi per lo stile semplice e diretto col quale l’hanno fatto.
Tra questi romanzi, tra i quali è semplice individuare dei grandi classici, figurano ancora una volta i fantasy. La letteratura di questo genere, infatti, ha una certa profondità e potenzialità, talvolta nascosta dal fatto che i detrattori lo considerano bambinesco e poco importante – cosa di cui ho già parlato a lungo nel mio precedente articolo. Tuttavia, esistono diverse caratteristiche che descrivono al meglio perché i romanzi di tale genere ricadono alla perfezione nella definizione di buona letteratura.

Innanzitutto, la presenza di personaggi molto umani. Questi sono di solito inseriti nel cosiddetto viaggio dell’eroe, che consiste in un topos letterario antico – pensate anche solo all’Odissea – che è diventato, nella letteratura high fantasy, la pietra d’angolo attorno alla quale si sviluppano le storie; può essere fisico o interiore, ma è qualcosa che gli esseri di carta e inchiostro devono affrontare, volenti o nolenti. È interessante oltretutto notare che, grazie alle ultime influenze narrative, gli eroi non ricalcano più il ruolo imposto dalla letteratura precedente: è difficile trovare al giorno d’oggi personaggi protetti da brillanti armature, guidati da poteri spettacolari o costretti all’azione in quanto sono i prescelti che tutti attendevano. Si hanno solo uomini e donne che si sono ritrovati a gestire qualcosa di più grande di loro, come accade per esempio a Niclays, una delle voci narranti de Il priorato dell’albero delle arance di Samantha Shannon; vecchio scorbutico in esilio ormai da anni, a causa dell’arrivo improvviso di un giovane naufrago è costretto ad abbandonare le quattro mura – fisiche e mentali – in cui si era rinchiuso per iniziare un lungo viaggio che lo renderà una pedina importante nella guerra contro il pericolo di turno, ma lo porterà anche a rivedere molti aspetti di se stesso, facendogli affrontare avvenimenti della sua vita che aveva evitato fino a quel momento.

Si hanno quindi dei personaggi guidati dalla fragilità. E spesso vorrebbero tornare indietro – succede sempre, nessuno è mai così forte da spingere solo in avanti –, ma alla fine non lo fanno mai. È rassicurante leggere qualcosa di simile, fa sentire compresi sbirciare l’umano in situazioni dove di umano c’è ben poco e diventa un invito a non lasciarsi prendere dallo sconforto. Non a caso una delle citazioni che preferisco proviene proprio da un fantasy – L’ultimo orco di Silvana de Mari – e riassume al meglio questo concetto:

Solo a quelli che non fanno mai un accidenti di niente non si sciupa niente e tutto gli resta uguale. Anche Chi ha fatto l’Universo qualche dito e qualche dente, nell’impresa, ce li deve aver lasciati.

Altro aspetto che rende il fantastico parte della grande letteratura è la varietà delle tematiche. La possibilità di avere un mondo a parte con cui lavorare dà il giusto spazio per trattare ciò che si preferisce, e non è un caso se il fantasy è più sensibile a tematiche attuali rispetto ad altri generi. Infatti, per quanto l’eredità occidentale e tolkieniana sia ancora forte, le nuove voci del momento non hanno paura di riflettere tra le righe su questioni calde, o di proporre una varietà di personaggi e situazioni con una naturalezza difficili da trovare altrove. Pensando ad esempio ai lavori di Robin Hobb, lei si è sempre dimostrata molto sensibile alle tematiche lgtbqi+, così come accade anche nel già citato Priorato. Altra tematica molto trattata riguarda la figura femminile, che dopo anni di uomini in armatura sta prendendo il sopravvento, ed è interessante citare il caso de La guerra dei papaveri di Rebecca Kuang, nel quale la protagonista deve affrontare le problematicità dovute al ciclo mestruale – e non sto a spiegare di quanto moltissimi lettori siano rimasti scioccati dalla scelta di parlare di qualcosa di simile e l’abbiano considerato inutile e grottesco, come se la metà della popolazione mondiale non esistesse. Un ulteriore aspetto riguarda infine la multiculturalità, dovuta alla presenza di autori con origini molto differenti tra loro: non ci sono più solo protagonisti dallo stampo caucasico, in quanto l’universo narrativo del fantastico si sta arricchendo di personaggi sempre diversi, per cultura e per età, che portano con sé nuove sfumature con cui confrontarsi. In una realtà come quella attuale, in fondo, sarebbe anacronistico rimanere ancorati alle vecchie convinzioni e strutture.

Infine, ultimo aspetto che considero fondamentale nella definizione della bontà del fantastico è il caro e vecchio sense of wonder. Non esiste nessun altro genere in grado di riempire il lettore con la meraviglia tipica dei bambini, in grado di solleticare i sensi e riportare a galla qualcosa che si è costretti a reprimere a favore del quieto vivere – la voglia di esplorare, di non fermarsi mai. È sempre una stretta al cuore sentirsi trascinati con uno schiocco fino a quell’epoca passata e non del tutto perduta, e leggere ritorna a essere quasi come respirare.

Storpiando una citazione da Stephen King, leggere è magia, acqua di vita. L’acqua è gratis. Forza, bevete. Bevete e dissetatevi.

Rebecca

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