L’intervista a Cristiana Capotondi

Era sabato 18 settembre quando, al Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, andava in scena la prima edizione del Festival dell’Umano (di cui parleremo e in cui chi ora scrive era partecipante), organizzato dall’Associazione Io Sono, fondata da Cristiana Capotondi e presieduta da Andrea Pezzi. Oggi, Cristiana, vorrei chiederti innanzitutto questo: per noi tutti, Cristiana Capotondi è un’attrice, che ha un importante ruolo anche nel mondo del calcio, che viene spesso invitata a presentazioni di libri o film, convegni culturali… sei un personaggio pubblico, insomma. Vorrei quindi chiederti qual è, invece, la Cristiana che il pubblico non conosce, come ha iniziato la sua carriera, perché l’ha fatto, e così via.
Io ho iniziato piccolissima perché avevo questa passione che era nata alla Basilica di Santa Maria in Trastevere, che poi è potuta diventare un mestiere grazie a dei genitori che non mi hanno impedito di fare provini, contattare agenzie, eccetera. Ho quindi investito parte importante della mia vita per renderlo un mestiere, e dopo aver conseguito la laurea in scienze della comunicazione, ho cercato di realizzare altre passioni (quella del calcio che hai citato, e in generale il mio interesse per la cultura con il Festival dell’Umano di cui parleremo). Credo quindi di essere una persona curiosa, che ha voglia di fare, che non riesce a non fare e che, per questo, ha bisogno di mettere alla prova se stessa per misurarsi e crescersi, ogni volta.

Quale, di tutte le esperienze che hai avuto, ti ha fatto proseguire in quell’ambito specifico?
Naturalmente il momento in cui hai successo ti fa pensare che quello possa diventare un lavoro. In questo senso, forse, ti risponderei Notte prima degli esami, anche se un lavoro precedente, Il giovane Casanova (del 2000, diretto da Giacomo Battiato per Canale 5 con Stefano Accorsi), mi ha proprio affascinata.

Possiamo quindi dire che l’ambito che senti maggiormente vivo in te è quello dell’attorialità?
Diciamo che sicuramente è quello a cui mi sono dedicata con maggior costanza negli ultimi anni, però è vero che le altre passioni stanno prendendo uno spazio importante della mia vita, perché ho molta voglia di lasciare un segno nel mondo del calcio, della cultura, dell’impresa sociale, delle cose importanti per me, ecco.

Prima di entrare a bomba sul Festival dell’Umano vorrei chiederti una panoramica su che ruolo ha avuto Andrea (Pezzi, N.d.R.), oltre ovviamente a quello di tuo compagno e persona con la quale vivi, per la creazione e la splendida organizzazione che ha caratterizzato questo Festival.
Con Andrea siamo prima di tutto amici e due persone che condividono dei valori, uno stile di vita, una visione – chiaramente siamo innamorati, siamo una coppia, se dobbiamo inserirci in un quadro di riferimento sociale. L’idea dell’Associazione Io Sono è stata quella di allargare il più possibile la riflessione dell’umano in un momento storico molto particolare, in cui la rivoluzione digitale – che è, poi, una rivoluzione sociale – può travolgere e stravolgere l’essere umano ancor più delle rivoluzioni che abbiamo conosciuto nel corso dei secoli, durante il percorso che l’uomo ha avuto sulla Terra; ci piaceva l’idea di dare corsa al desiderio di parlare, di intervenire, di contatto con il mondo dei giovani, e ci piaceva dargli una forma, riuscire a costruire un laboratorio di circolazione di idee, fondamentalmente.

Come ho già detto a te, Andrea e Martina (la segretaria dell’Associazione Io Sono, figura fondamentale per la creazione del Festival, N.d.R.), ho trovato questo Festival davvero prezioso. Io cerco ormai da anni di riempire la mia vita delle mie proprie passioni (come si vede anche dalla scelta di fare filosofia, o di aprire questo blog) e di fare il meglio in ciascuna di esse, e mi sembra che così sia anche per te. All’interno di queste passioni, il partecipare a Festival e conferenze ne costituisce una porzione davvero significativa – e tra i molti che frequento od ho frequentato, il vostro mi ha davvero molto colpito, anche al di là del livello (molto elevato) degli ospiti invitati, proprio nel suo intento: parlare dell’umano in un momento che sembra, forse, starsi configurando come sempre meno umano. Volevo chiederti, allora, come vi fosse in mente questa idea, come abbiate creato l’associazione, come abbiate contattato gli sponsor, come siate riusciti a invitare ospiti di questo livello, eccetera.
La prima osservazione rispetto alla platea e ai protagonisti del Festival mi gratifica molto, e te ne ringrazio. Sulla seconda considerazione: l’obiettivo era davvero quello di creare una rete di cultura per le persone che vogliono interrogarsi su quelle domande che le persone cercano di rifuggire; ci piaceva la formula del laboratorio umano, l’idea che si tornasse all’agorà, in uno spazio dedicato all’umano come ontologia, etica ed estetica – che senso ha l’umano, la sua vita su questa Terra. Nell’incontro con le aziende abbiamo raccontato quello che ci sembra dirimente rispetto all’oggi, e – devo dire – abbiamo trovato terreno fertile; anche per le aziende dedicate al digitale la preparazione umanistica sta diventando fondamentale: io ti ricordo che l’a.d. di Snam è laureato in filosofia, e penso che avere una preparazione del genere oggi sia decisamente un plus – la figura che esce da uno studio umanistico ha delle competenze anche in ambiti che esulano dagli studi che vengono fatti.

Se ti è possibile dirlo, quale fra gli ospiti ti è più entrato nel cuore, e perché?
Be’, io sono un’appassionata di Amalia Ercoli Finzi (donna straordinaria, piena di energia, che ha battuto terreno per altre donne che ne hanno raccolto il testimone), e quindi l’ho trovato divina. E poi il Ministro della Giustizia, la Professoressa Marta Cartabia, penso che abbia un livello di cultura e capacità di coinvolgimento e una pacatezza e una forza straordinarie, e mi ha fatto pensare che se vogliamo un Presidente della Repubblica, un Presidente del Consiglio donna, lei è la donna di quest’epoca.

Senti, quale considerazione negativa o anche solo di miglioramento avete fatto tu e Andrea?
Qualcosa c’è sempre; abbiamo deciso di ripensare un po’ il format, ma negli errori della prima volta ci sono la bellezza e la fluidità del primo tentativo, diciamo così. Se dovessi anticiparti qualcosa sulla seconda edizione, posto che la stiamo ancora mettendo a puntino (quindi, anche volendo, non potrei comunque dirti molto), ti direi senz’altro che rimarrà l’appuntamento in data unica con – per noi questo è fondamentale – la presenza di ospiti di grande levatura e nomea.

Vorrei chiederti cosa comporti essere un personaggio pubblico: io immagino che chi come te, Andrea e altri abbia una vita e un lavoro di pubblico dominio, senz’altro abbia dei privilegi basati sostanzialmente sul merito (oltre che appunto sulla notorietà), ma che, nondimeno, vi siano dei momenti in cui possa desiderare una vita più tranquilla, al riparo da pubblico e riflettori. Come vivi questa dimensione?
Io la vivo con grande semplicità, so che se esco in strada è probabile che qualcuno mi saluti, abbia voglia di parlarmi, ma io sono una persona abbastanza aperta da questo punto di vista, non mi dispiace, e questo comunque mi fa sentire in una rete di conoscenze più ampia rispetto a quello che ho e che mi fa sentire protetta: da un lato so che l’essere un personaggio pubblico comporta che, in un momento di difficoltà, molte persone sarebbero disposte ad aprirti la porta di casa loro, e dall’altro è chiaro che magari si hanno dei momenti personali nei quali non si vorrebbero condividere delle cose che riguardano la nostra vita, ma è il prezzo che si paga. A livello psicologico penso che l’essere un personaggio pubblico abbia una ricaduta relativamente al motivo, o all’ambito, che ti ha reso tale: il successo rischia di cristallizzarti in quella figura e quella dimensione, e chiaramente è complicato riuscire a cambiare l’indirizzo della propria esistenza pur cercando di rimanere sempre fedeli a sé stessi, perché credo che questo faccia non solo esercizio d’intelligenza ma che nutra l’anima, profondamente. Rispetto al successo, l’unico tema di ricaduta psicologica è questo: aver la forza di non farsi cristallizzare dal modo di se stessi per cui si è diventati celebri o si ha avuto successo.

Arriviamo a qualche domanda flash prima di chiudere il nostro dialogo. Il regista che ti ha più segnata?
Difficilissimo dirlo – tutte le persone con cui ho lavorato mi hanno lasciato delle cose. Sicuramente l’esperienza fatta con Ferzan Ozpetek mi ha molto toccata.
Il film che ricordi con più piacere?
Da spettatrice, assolutamente, C’era una volta in America, e come secondo Le grand bleu, di Luc Bresson; da attrice direi invece la serie delle Fate ignoranti proprio anche per l’esperienza complessiva, che mi ha portato a lavorare durante il Covid, per il gruppo di lavoro, e che ricordo con grande piacere.
Mi hai anticipato: volevo proprio chiederti come fosse cambiato il vostro lavoro durante la pandemia.
È molto cambiato. Quando lavori e quando hai bisogno anche di creare intimità, relazione, conoscenza coi tuoi colleghi in parte è limitato – l’abbiamo sentito, molto. Abbiamo passato giorni che sarebbero stati di pranzi insieme in camerino a chiacchierare in giorni in cui eravamo distanziati, isolati, e questo ovviamente, ha tolto quella parte di dimensione sociale che è fondamentale come per tanti altri; essendo un lavoro emotivo, spesso viene rincuorato o valutato anche dalla troupe, perché guardi, vedi i loro sorrisi, le loro espressioni… mentre in questo caso vedevamo solo occhi, non sorrisi, non espressioni, di quello che comunque è il nostro primo pubblico, cioè appunto la troupe.

Concludo domandandoti dei maestri, dei punti di riferimento, delle figure per te fondamentali. Penso alla mia esperienza: a dodici anni ho tolto l’angioletto che mi hanno regalato da piccolo da sopra il letto, e sopra ci ho messo la stampa di un giornale del 24 maggio ’92 con il titolo Assassinato Falcone – e quindi è chiaro che per me, da quando ho 12 anni, il tipo di scelte, e di logica, che ha caratterizzato una figura come quella di Giovanni Falcone ha poi determinato molte conseguenze per me. Esiste una dinamica del genere per te?
In un certo senso sì. Ho sempre cercato di conoscere, studiare, incontrare figure che fossero di valore, che in me suscitassero anche frustrazione anche perché magari non ero abbastanza capace, intelligente, preparata, talentuosa, perché poi questa frustrazione ti fa venire la rabbia giusta per diventare di più – sì, certo, le figure e i maestri sono fondamentali e chiaramente il compagno che scegli è fonte inesauribile, almeno per come intendo io una relazione, di provocazione esistenziale, culturale, personale. Poi i riferimenti sono diversi di volta in volta; ora, avendo visto Amalia Ercoli Finzi e Marta Cartabia, ho due riferimenti in più, perché sono senz’altro due simboli femminili di persone interessanti, dalle quali poter prendere, potersi ispirare per costruire e realizzare le proprie ispirazioni.

Federico



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