Disagio

disagio contr. di agio (vd. Dis). Incomodo per mancanza di ciò che è necessario o acconcio a’ bisogni della vita. Situazione penosa del corpo; altrim. ScomodoEtimo.it

Riconfigurazione. Sono affascinanti le distopie. Distopia è, oggi, immaginare di poter tornare indietro. Fino a qualche tempo fa, invece, il concetto di distopico era concepito come una variazione collaterale del futuro. Una sorta di futuro remoto possibile. Ora, semplicemente, non è più così. Ora, distopia è variazione collaterale del passato. Una sorta di passato, prossimo o remoto che sia, ormai impossibile. Questo per un motivo molto semplice: evidentemente, non c’è più un futuro nella nostra epoca. Noi siamo gli ultimi. La nostra è la strada mccarthyana, il naso gogoliano, l’eternità ungarettiana.
È di quell’inesprimibile nulla che stiamo parlando. Di quella difficoltà che mi attanaglia ora, nel provare a ripensare a quello che ci è successo. Terra bruciata sul nostro passato. Tutti quei morti. Tutte quelle esplosioni. Il nero tutt’attorno. Petrolio e radiazioni ovunque. Tossicità dappertutto. Le finestre, ormai inutili. Ognuno vive della sua propria aria, nel proprio domicilio o stanzino. Non c’è – davvero, non c’è – più nulla fuori di sé. L’eterno ritorno? Sciocchezze. Qui nulla è come prima. Nulla lo sarà mai. Siamo noi la sconfitta dell’umanità. In compenso, siamo noi il trionfo della tecnica. Quella di cui Heidegger, più di altri, sentiva il retrogusto amaro. E la cosa divertente è che è stata quella a devastarci, e a uscire devastata da questo devasto. Si pensava, infatti, quando le ultime forme di governi sancirono unilateralmente e universalmente l’impossibilità di uscire dalla propria casa, che questa mancanza sarebbe ampiamente stata sopperita dalle mirabolanti opere messe in piedi dalla tecnologia. E invece si scoprì che se all’uomo manca la tecnologia, questo non finisce; se alla tecnologia manca l’uomo, semplicemente, non sta in piedi. Nelle città non c’era assolutamente nulla. Non oggetti virtuali, né certo altro d’appartenente al mondo precedente. Si trovava solo qualche fontana qua e là, ma nessuno ci beveva – questo perché, motivo molto semplice, qualsiasi cosa fosse quel liquido, era nero putredine, nero carbone, forse anche peggio. In cielo, le nuvole dominavano. Non si vedeva il sole da mesi, non pioveva da anni. Poi, qualche giorno fa, una breve comparsa. Qualche timida luce all’orizzonte, e qualche goccia d’acqua subito dopo. Le ultime, ricordo di aver pensato.
Se provo a rimemorare il perché di certe mie decisioni, proprio non lo trovo. Tento di guardarmi all’indietro, ma non vedo nulla. Vorrei dirvi come si sia arrivati a questo punto di disperazione. Ma, davvero, non lo so. L’ho, freudianamente, rimosso.
Vedo solo qualche immagine – provo a descriverla.
Luci led in rotazione, tutt’attorno a me. Poi, un numero in(de)finito di ragazze con calze a rete, reggiseni di pizzo, tanga con ricami d’oro, intente a sniffare coca e ondeggiare il loro corpo contro quello di altri vicino a me, nel tentativo di attrarre ragazzi – tutti assorti, invece, a visualizzare, tramite dei VR innestati nel loro iride attraverso dei microdispositivi installati nelle tempie col consenso dei ragazzi (espresso grazie al Face ID, e allo scuotimento della testa dall’alto verso il basso, e viceversa: non c’erano penne, né tantomeno carta). Ricordo, ancora, l’ultimo maiale. Scuoiato con un coltellino davvero inadatto all’intento, emise delle urla disperate mentre il suo sangue si diffondeva ovunque lì vicino. Ad assistere al processo, chiusi nel loro stanzino, quei pochi sopravvissuti, impazzirono definitivamente. Per esempio – e questo lo so e ne sono certo, non lo sto retroimmaginando –, i tre in casa mia: Elena, la maggiore, la più libertina, si mise davanti al proprio smartphone tatuato sulla pelle, e si vide la scena masturbandosi; Alessandro, il più piccolo, vide l’amica di una vita nel pieno della sua follia, e inquietato, corse in camera, raccolse la confezione di barbiturici e la inghiottì; Fabrizio, quello di mezzo, mi guardò disperato, e vedendo in me un’imperturbabilità francamente inquietante, si mise a bere dal bottiglione di alcool puro lì vicino. Fermò il primo sorso dopo dieci secondi, il secondo dopo altri venti, e quando provò a fare un terzo sorso ancor più lungo degli altri due stramazzò a terra, proprio mentre Elena raggiungeva l’orgasmo di fronte alla vista del cadavere del maiale, salvo poi perdere i sensi in seguito al duplice evento. In tutto ciò, io, sempre più materialisticamente incorporeo, cercavo di reggermi in piedi, aggrappandomi a tutti i mobili di casa. A un certo punto, mentre i tre amici avevano ormai lasciato il corpo, ho un ricordo finalmente preciso: sento bussare alla porta, mi muovo verso di essa, la apro – nessuno. Guardo dritto, a destra, a sinistra, in alto: nessuno. In basso: un, rarissimo, telecomando. Non so bene cosa farmene – appartiene al mondo precedente: al mondo, cioè, della tattilità, quando ancora per fare esperienza di qualcosa e definirla “reale” serviva toccarla, dire che era effettivamente lì, in quel dato momento. Ci sono dei tasti fisici sopra. Sembra davvero che io debba toccarli. Sono scioccato. Non tocco un oggetto fisico da anni. Cibo, acqua, servizi igienici: per nessuno di questi, ormai, c’è più bisogno di toccare alcunché. Il cibo viene distribuito in parti disuguali a seconda del reddito, e viene espulso da dei robot innestati sul muro di ogni casa sul suolo nazionale; l’acqua, invece, è una delle cose ancora vagamente egualitarie – e questo perché ce n’è talmente poca che una ridistribuzione come quella per le varie forme di cibo sarebbe impossibile – e ne spetta una quantità pari a un bicchiere a un persona – quantità, questa, che viene fatta cadere dall’alto di questi vecchi orinatoi che ora sono installati in ogni casa; per i servizi igienici, invece, il concetto era semplice: non essendoci acqua, non ci si lavava, e non essendoci WC o lavandini o bidè o qualunque oggetto a cui erano abituati, fra cui la carta igienica, semplicemente ciascuno di noi depositava i suoi bisogni a seconda del luogo in cui si trovava, e poi proseguiva nella vita senza mai lavarsi, pulirsi, cambiarsi.
Comunque, dicevo, il telecomando. Dopo molti minuti passati ad arrendermi all’evidenza che quell’oggetto andasse davvero toccato o sfiorato, vedo un tasto posto sulla sinistra del telecomando, sotto al quale compare una scritta in piccolo: “indietro”. Per pura curiosità, lo tocco. Succede qualcosa. Vedo riavvolgersi il nastro. Ma non c’è un nastro. Solo, la mia vita.

˙oıɹɐɹʇuoɔ lı ǝʇuɐıpǝɯ ‘oıɹɐɹʇuoɔ lns ‘oıɹɐɹʇuoɔ lɐ ǝɹɐuoıƃɐɹ ˙oɯɹǝɥɔs ollǝp ǝuoızɐʇoɹ ɐl ‘ǝʇuǝɯlɐɹnʇɐu ‘opuǝpǝdɯı ˙ossɐq uı oʇlɐ,l ˙ɐʌıʇʇǝdsoɹd ǝɹɐıqɯɐɔ – ǝʇuǝɯɐıɹɐssǝɔǝu ‘ìs – ǝʇǝʌop ‘oʇnuǝʌʌɐ è ıɯ oʇuɐnb ǝɹıdɐɔ ɹǝd ˙oıƃƃɐʇso uı osǝɹd ɐʌǝʌɐ ıɯ ıǝl ‘oʇʇɐɟ olɹǝʌɐ odop ˙àʇlɐǝɹ ɐl oʇɐzzıɹoǝʇ oʌǝʌɐ.

Ma per provare davvero a descriverlo, temo, ci sarà bisogno di riordinare i tasselli. In fondo, come disse qualcuno, la più alta perfezione di società si trova nell’unione dell’ordine e dell’anarchia. Con una differenza fondamentale: qui non si parla né di perfezione né di società.
Ma di noi. Di noi, ribaltati nel nostro ribaltamento. La mano toccata che si fa toccante. Il sogno che entra nella realtà non per cambiarla né per rifletterla – ma, solo, per fletterla. Modificarla, mutarla, rivoluzionarla. E, costantemente, strutturarla.
Del resto, si sa:


Siamo come il sognatore
che sogna
e vive nel sogno.
Ma chi è il sognatore?

Federico

Una risposta a "Disagio"

Add yours

  1. Devo essere sincero: il pezzo è scritto bene, sorre, ma è molto criptico…pure alla terza lettura.
    Prendo solo la prima parte, quella in cui tratti di scienza e dei suoi disastri.

    Personalmente credo nei ‘limiti’ della scienza, intendo dire che la scienza non è il mago della lampada.
    Credo anche che senza scienza e pensiero razionale vivremmo molto peggio, in salute, confort, sollievo degli uomini dai lavori più pesanti, disponibilità di cibo. Potrei continuare.
    L’uso dei risultati della scienza è nelle mani dell’uomo, dell’uomo politico in senso lato. Non solo del mondo capitalistico.

    Forse che cinesi titolari ormai dell’ultimo pensiero popolare ne fanno buon uso? sono e restano respnsabili della pandemia e del massimo disimpegno ecologico. Perlomeno il cattivo uomo bianco si prende fdegli impegni. I cinesi, no. Gli indiani fanno gli indiani.
    Lux

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑