Stranger to myself

Federico: Dopo il grande successo di Costeggiando l’identità, io e Sara [Finardi, N.d.R.] abbiamo deciso di trasformare quell’unico contributo nel primo di un ciclo di articoli, dedicato al tema della dissociazione. Oggi abbiamo un ospite d’eccezione, a cui lascio subito la parola, specificando per chi ci legge che, diversamente dal contributo di ottobre, questa non è e non vuole essere un’intervista, ma un dialogo, un dialogo a tre, fluido, sincero e spontaneo. Parola a Matteo, dunque!
Matteo: Grazie Federico. Sono Matteo Lasagna, ho ventuno anni, frequento il Politecnico e sono iscritto a Design degli interni, e sono qui perché nell’ultimo semestre dell’anno passato ho dovuto svolgere un lavoro di gruppo in cui a ogni gruppo è stata affidata una dispercezione visiva, ossia un fenomeno che va ad alterare la vista, e abbiamo dovuto realizzarci attorno una serie di manufatti, libri interattivi, che andassero a indagare questo fenomeno. A noi è stata affidata la dispercezione delle allucinazioni; a seguito di un’intervista fatta a una ragazza trovata per puro caso sui social abbiamo deciso di intraprendere le allucinazioni dovute ai disturbi di depersonalizzazione e derealizzazione, ed è nato così il progetto Stranger to myself, ossia un progetto di tre libri – tra cui due, uno fotografico e un kit interattivo, in cui nel primo viene inquadrato il punto di vista di una ragazza sofferente il disturbo in modo onirico (tramite degli effetti visivi che provoca la depersonalizzazione e la derealizzazione), mentre nel secondo, tramite dei filtri colorati e deformanti, si gioca col proprio riflesso e ricreando delle allucinazioni dal vivo. A inizio semestre, il professore ha deciso di istituire una mostra aperta al pubblico esponendo i nostri libri.
Sara: In generale, della mostra mi ha colpito il tema e il fatto che fosse proposto da una facoltà non attinente al tema della sanità mentale, mostrandolo al pubblico. Per giunta, io posso dirlo, la cosa è davvero ben riuscita. Per me l’esperienza di rivedere lì, realizzata da studenti estranei a quella condizione, quanto io provo ogni giorno, è stata davvero molto forte.

Il set a cui Matteo si riferisce: libro fotografico, diario di bordo, e kit interattivo

Federico: Vorrei chiedere a Sara se si è sentita maggiormente rappresentata nel senso generale dell’espressione (come riferimento a ciò quei disturbi sono nella teoria) o in quello specifico (e cioè a come lo vive nella pratica, ogni giorno), e a Matteo com’è stato il confrontarsi con una realtà che gli è estranea e com’è differito il lavoro nella rappresentazione dal solito, ovvero quanto ha inciso un tema così delicato nella preparazione. 
Sara: Io mi sono trovata rappresentata più nel particolare che nel generale. Tramite anche il libro con gli specchi o il libro fotografico mi ha rappresentato talmente tanto, che ho dovuto allontanarmi un momento e tornare solo in seguito a completare la visita. 
Matteo: Mi emoziona sentirlo, vuol dire che ci abbiamo azzeccato… Sicuramente non è stato un progetto facile da realizzare, tant’è che quando ci hanno assegnato questa dispercezione, e richiesto di intervistare qualcuno, siamo stati in seria difficoltà, perché non sapevamo come rapportarci a questo mondo; in tal senso è stato di grande aiuto conoscere questa ragazza – anche se è stato senz’altro difficile rendere quanto ci raccontava senza né romanzarlo né renderlo un’opera di design, ecco. A livello emotivo è stato molto coinvolgente; all’inizio del libro ho dovuto scrivere un testo introduttivo in cui raccontavo quello che questa ragazza vede nel viaggio [lo inseriremo dopo come immagine, N.d.R.], ed entrare nella sua esperienza in questo modo mi ha fatto molto soffrire, anche perché lei ci ha raccontato che oltre a questo problema gliene si sono presentati anche altri, e quindi io sapevo di non star scrivendo “solo” di depersonalizzazione e derealizzazione, ma anche disturbi alimentari, depressione, istinti suicidi e tanto altro… cose che non ho mai provato, per mia fortuna, e che certo mi hanno segnato non poco. Mi viene da chiederti, Sara, se la domanda non ti è di troppo peso, se anche nel tuo caso è così oppure la tua condizione si presenta isolatamente. 
Sara: Più che essere insieme ad altro, nel mio caso, la depersonalizzazione e la derealizzazione sono sintomo di altro, che può essere l’ansia – prevalentemente – o problematiche minore – l’evitare di prendere decisioni o cose similari. 

Federico: Molto interessante quanto mi dite. Mi piacerebbe sapere da voi questo: Matteo, tu e il tuo gruppo, nel diario di bordo, spiegate dinamiche specifiche del disturbo affiancandole a immagini di grande bellezza e resa artistica notevole per esplicarle, e io – da studente di Scienze filosofiche – mi chiedo: la bellezza della rappresentazione può essere un problema se si sta parlando di qualcosa che, in quanto sintomatico, siamo abituati a descrivere come negativo? 
Sara: A me viene in mente il dibattito che c’è stato su 13, dov’è stato rappresentato in maniera gratuita l’atto del taglio e sono poi stati costretti a fare un episodio per spiegare il perché di quella decisione dove dicevano che quella era un evento brutto, e che così andava rappresentato. Detto questo, non trovo che il meccanismo sia similare, se non altro perché quella che chiamiamo “la gente” è sempre bramante la dissociazione: tutte le droghe con effetti psicotropi, per dire, hanno successo proprio perché offrono quella possibilità lì; la mia condizione, quando si dispiega al suo massimo, è come un trip, con l’unica differenza che in quel caso non è cercato. In questo caso una bellezza grafica serve forse anche a mostrare come non necessariamente è un flagello.
Matteo: Sì, confermo. Questa tipologia di dispercezioni hanno anche un certo fascino – impossibile, credo, rappresentare un’allucinazione facendo qualcosa di brutto a livello visivo. Infine, come ha detto Sara, molti lo vedono come qualcosa di essenzialmente negativo, ma in realtà uno degli scopi fondamentali che ci siamo preposti io e il mio gruppo era quello di informare riguardo a questi disturbi visivi e non solo visivi e di parlarne non come una cosa che è sempre e necessariamente negativa. Per giunta, quando hai questi attacchi di dispercezione non necessariamente stai male dal punto di vista emotivo, dunque non rendere brutte a prescindere le opere era importante anche per questo. Questi attacchi poi dipendono anche molto da quello che succede in quel momento, mi pare di aver capito. Chiacchierando con la ragazza che abbiamo intervistato, ci è stato detto che se si è tranquilli, felici o altro è un sintomo che subisci molto meno rispetto a quando prima sei triste, depresso o emozioni similari. Fra l’altro, a proposito di depersonalizzazione e derealizzazione, io e il mio gruppo abbiamo trovato diversi casi che ne trattano anche nel mondo del cinema e teatrale e multimediale, perché è un argomento che effettivamente affascina molto – e quindi mi viene da chiederti, Federico, se c’è qualcosa che ti viene in mente in questo campo.
Federico: Io vorrei risponderti con una domanda di una ragazza 18enne che citate nel vostro diario di bordo: “certe volte ho paura di guardarmi allo specchio perché prima o poi non riuscirò più a riconoscere il mio riflesso”. Non me ne voglia Jung, ma il più grande interprete di Freud, cioè Jacques Lacan, ci dice una cosa interessante su questo, fornendoci tre tipologie di avvicinamento/allontanamento con lo specchio, dallo specchio, per lo specchio: persone che si fermano prima della specchio, trovando nel riflesso già un allontanamento dall’idea di sé; persone che si riconoscono nello specchio, che vengono rappresentate dalla loro immagine riflessa, identificandosi con questa; persone che oltrepassano lo specchio, che riconoscono qualche tratto di somiglianza con il riflesso ma ritengono che la loro personalità (anche solo fisicamente intesa) vada molto oltre la propria immagine riflessa. Com’è per te, Sara, e come avviene in generale, se te la senti di dircelo?
Sara: Io fino a un annetto fa mi sarei più identificata con il prima dello specchio. Adesso, essendo comunque un percorso che va avanti sempre più forte, è più un oltre – vedo, riesco a guardarmi allo specchio senza dissociare, ma lo riesco a fare perché vedo che quello che avviene fisicamente non implicano cose su chi sono e cosa posso fare; la dimensione fisica, insomma, conta meno, e il pensare che il fisico non è tutto è una cosa che aiuta molto.

Federico: Andando verso la conclusione del dialogo, vorrei chiedere a entrambi due cose: all’interno di questo piccolo capolavoro, Stranger to myself, ci sono due passaggi molto interessanti – e quindi mi chiedo: Matteo, qual è stato il processo di creazione di esse, e Sara: come ti paiono?. Il primo recita: “Mi giro intorno / sono circondata da persone / non sono come le vedo di solito / sono disorientata / si muovono nello spazio / questo spazio non mi appartiene / io non appartengo a questo spazio”. Il secondo, invece, suona così: “Prendo coscienza della mia esperienza / e accetto tutto questo / è un modo diverso / di vedere le cose”. Vorrei chiedere infine a Sara se secondo lei questa visione sia adeguata, nel senso di rispecchiamento neutro di una realtà difforme da quella usuale, oppure se manchi magari di specificità nel momento in cui un’espressione di questo tipo mostri più un tentativo di desintomatizzare la condizione di depersonalizzazione piuttosto che non rappresentarla.
Matteo: Le frasi sono state inserite per dare un senso non solo a livello visivo ma anche appunto a livello scritto, di ciò che il fruitore del libro vede – le frasi non sono della ragazza, ma sono attinte da ciò che ci ha raccontato, e sono un’espressione di quanto prova la protagonista nella fase del libro in cui sono inserite. Anche a livello di layout c’è stata una ricerca di scegliere qualcosa, pure a livello visivo, con piccole citazioni, di mostrare qualcosa nella realtà che c’è e a un tempo non c’è, che mischia sussistenza materiale e il suo contrario.
Sara: Sulla prima frase: mi ci ritrovo perfettamente nel sapere di essere lì e contemporaneamente nel sapere che gli altri vivono lo stesso spazio in maniera diversa e quindi nella percezione, stridente con la prima, di (forse) non essere lì davvero. Per la seconda, credo sia una rappresentazione tua, interna. Per questo, quanto detto sul modo diverso di vedere le cose non riflette davvero (perché, come dicevi tu, è troppo neutro) verso l’esterno la situazione, ma la descrive bene quando si parla del soggetto interno che la vive.

Il testo di Matteo a cui ci riferiamo nella domanda qui sotto

Federico: Dopo la lettura (invito chi scorre queste righe a zoommare e leggere il testo per intero, per poi procedere con le risposte) del contributo scritto da Matteo, vorrei avere delle vostre prospettive su questo.
Sara: Trovo affascinante come questa cosa mi rappresenti in modo del tutto perfetto, e credo che nel processo di creazione la cosa fondamentale sia il riuscire a esprimere qualcosa – ma se quel qualcosa lo si sente è (più) facile, mentre riuscire a descrivere qualcosa che non si prova trovo sia davvero stupefacente.
Matteo: Dietro un risultato così ci sono mesi di ricerca, impegno, lavoro ogni giorno – questo laboratorio è andato avanti da inizio febbraio fino all’esame di fine giugno, e ogni giorno ci trovavamo e lavoravamo: eravamo quasi dentro alla dispercezione – per quanto possibile, visto che ne siamo esterni – nel senso che ormai ne trattavamo tutti i giorni, tra ricerche, interviste e progettazioni… Venendo al testo: è sorto un po’ da sé. Ho guardato le foto, riletto i passaggi dell’intervista, provato a immergermi nella condizione, e provato a trascrivere di getto quanto potevano provare. Anche i sentimenti della ragazza sono molto spontanei, e vogliono proprio trasmettere questa tensione emotiva, vibrante e sfibrante, che ho vissuto facendo questo lavoro di gruppo.

Spengo la registrazione. Guardo i ragazzi abbracciarsi. Emozionati, non ancora commossi. Penso che nessuno guadagnerà niente da questo dialogo. Che abbiamo, rispettivamente, 22, 21 e ancora 21 anni. E che, queste ultime due cose unite insieme, oltre ovviamente all’abbraccio che li unisce e li scioglie, siano davvero il senso profondo del sito che li ospita, e dell’intera vita di chi l’ha creato. Per usare il titolo del nostro ultimo editoriale: dare voce a chi non ce l’ha.

Federico

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