L’intervista ad Andrea Pezzi

L’1 novembre, oltre all’intervista a Cristiana Capotondi già pubblicata, è stato registrato anche il dialogo che segue; la prima domanda ad Andrea Pezzi (ex conduttore televisivo, attuale imprenditore e presidente dell’associazione Io Sono che ha organizzato lo splendido Festival dell’Umano) inevitabilmente, è uguale a quella fatta a Cristiana. Essendo voi due personaggi pubblici, a me interessa esplorare ciò che altrove verrebbe occultato: una panoramica su di te che altrove non troveremmo perché si attaccherebbe subito con l’argomento.
È una domandona, Federico… Cerco di riassumere: io sono stato un personaggio noto perché facente parte della MTV Generation, per cui ho avuto l’avventura di lavorare per MTV. Amavo studiare, per studiare dovevo lavorare, e quindi lavorando di giorno ciò mi consentiva di studiare di notte. A un certo punto l’impegno professionale è diventato troppo importante, e a quel punto ho deciso di abbandonare e studiare; così, a 28-30 anni ho iniziato a girare il mondo, a viaggiare, a studiare all’estero, e poi la voglia di costruire e mettere in opera e in pratica quanto avevo capito (per capirlo ancora meglio) mi ha portato a dedicarmi a Mint, l’impresa che – stratificando successi e insuccessi – ho costruito. Nel privato ho sempre cercato di capire – capire chi sono, il senso della vita stessa, il gioco che ci è dato di fare per un certo tempo e poi chissà… Ho sempre vissuto con distacco ciò che facevo e mi sono sempre disinteressato del successo in quanto affermazione; penso piuttosto ci siano, in definitiva, degli esseri umani che stanno cercando la strada verso casa, di rientrare verso qualcosa che li appella e li chiama – poi, nel farlo, c’è l’amicizia e l’amore, cioè i compagni di viaggio in questo percorso. Alla fine poi la vita è un gran puttana, perché alla vita non gliene frega della serietà di se stessa: è giocosa, scherzosa, contraddittoria, ed è davvero bello potere ridere di quello che ci succede.

Cristiana aveva parlato della tua presenza come fonte inesauribile di stimolazione e provocazione culturale, e anche se non avevo dubbi, da questa risposta, capisco cosa volesse dire. Senti, ci parli meglio della impresa che attualmente dirigi?
Mint è un’azienda che ha costruito un processo automatico in un settore che è quello del marketing e della pubblicità digitale. Oggi il lavoro della pubblicità è fare copia-incolla su fogli Excel, un lavoro usurante e stupido; noi invece abbiamo prodotto un sistema automatizzato che fa risparmiare moltissimo le aziende che lo usano – delle volte risparmiano fino al 40-50%! Siamo i primi al mondo a farlo, e oggi lo stiamo portando nelle grandi aziende mondiali; oggi sono solo i grandi, cioè Facebook e Google, ad avere questi strumenti. Noi siamo i primi ad aver creato un sistema automatizzato anche nel lato demand (oggi, quando un’azienda si interfaccia con un algoritmo, lo fa sempre tramite una persona o una serie di persone), cioè abbiamo creato un algoritmo che interagisce con l’algoritmo di Facebook, Google, LinkedIn, eccetera. E questo è, alla fine, interpretare il mondo: cercare, con gli strumenti che abbiamo ora, per liberare il potenziale delle persone. In Tempi moderni Chaplin parla di operai che divengono macchine; oggi non è diverso, col digitale, ma col digitale qualcosa si può fare per provare a evitarlo – e peraltro ciò mi ha consentito di confrontarmi col digitale e con la rivoluzione che stava e sta portando, provando a capire e rielaborare il progresso. Anche perché, in quanto progresso, non si può combattere: lo si può capire e trovare l’anticorpo, come il virus insegna.

Non c’è dubbio. A me interessa molto questo lato, che emerge chiaramente dalla tua risposta: che provi a cambiare standoci dentro. E non è cosa scontata, anzi. Vi sono molti intellettuali e pseudointellettuali che provano a capire qualche ambito senza effettivamente produrre (o provare a produrre) cambiamenti. Vorrei dunque chiederti se secondo te, per far sì che le cose possano cambiare, è bene starci dentro, oppure se talvolta l’atteggiamento di chi critica pur senza far parte di ciò che sta criticando sia quello migliore.
No, io non sono a favore di questo atteggiamento. Rispetto ovviamente le posizioni di tutti, ma non approvo proprio il concetto di critica: viviamo in una determinata area di spazio e tempo, e non puoi fuggire e in definitiva ci è dato un problema da risolvere: trovare la via dell’uomo, e la via dell’umanità, all’interno di quello spazio e del tempo. Quando ti ritiri dalla società la esalti; quando gli eremiti si ritirano dalla società la esaltano, la fanno trionfare, la rendono talmente importante da farla diventare una scelta di vita, è quasi paradossale: nella scelta dell’assenza c’è il massimo della presenza del problema che la società rappresenta – io invece credo che la società non sia così importante nella vita di un’anima, e così è possibile giocarci, starci dentro, nel gioco che ci è stato dato di costruire.

Mi sembra molto chiaro che la tua impostazione, senza voler ridurre in categorie un atteggiamento intellettuale, è filosofico. Quindi, anche da studente di filosofia in laurea magistrale, mi interessa chiedere se (cosa che mi sembra abbastanza scontata) e soprattutto come la filosofia possa giocare un ruolo in questa società.
Non lo so cosa si intenda oggi con filosofia; secondo me l’approccio non può che essere teorico e pratico insieme, e la filosofia è l’astrazione di ciò che tu leggi, capisci, fai e comprendi – la filosofia fa parte della fase di aspirazione: tu inspiri ed espiri, e c’è una fase in cui ti fermi e metti dei punti fermi. In questo processo costante si fa quella che si chiama filosofia – io ne parlo in Io sono: gli altri per incontrare me stesso, mio ultimo libro: c’è questa triade del divenire per cui ciascuno parte da qualcosa che sa, e su questo sapere ognuno di noi agisce, e questo fare delle cose ti trasforma, ti cambia. Questo so-faccio-sono, alla fine, fa coincidere ciò che sai, ciò che fai e ciò che sei in una cosa sola. Ho un approccio della cultura umanista: metto insieme l’Homo faber col concetto di astrazione filosofica – sapere, fare, essere sono una trimurti dell’esistere, dello stare al mondo. Poi, personalmente, non penso possa esistere il fare senza l’essere. Tu ora sei giovane, ma se un giorno avrai voglia di sapere davvero, avrai voglia di fare delle cose, no? Che poi non vuol dire non fare accademia, ma farla in modo talmente fattivo da distinguerti dal classico “professore” – e la cosa sarà per te inevitabile.

Vorrei cogliere la palla al balzo e dirti questo: Foucault parla di Diogene dicendo che lo apprezza perché era riuscito ad allineare vita e parole, ma è anche vero che Diogene (che noi ricordiamo con fascino e profondo rispetto) fosse una figura un po’ particolare. E’ davvero così importante allineare vita e parole, allora? Ed è davvero così importante, cosa che io tendo a negare con una certa forza, l’idea contemporanea per cui la coerenza sia non smentirsi mai?
No, io non penso questo, tutt’altro. Dico piuttosto che per capire e sapere devi fare. Anche qua: in tutti questi personaggi molto affascinanti incombe fortissima l’idea dell’Altro. Non puoi capire Diogene se non capisci quanto l’Altro abbia contato per Diogene. Alla fine io penso che i grandi filosofi sono quelli che hanno capito che l’Altro non esiste. I Veda dicevano “Tu sei quello”, e lo stesso Socrate che distruggeva i sofisti necessitava dell’Altro come qualcosa con cui misurarsi; quando un uomo considera l’Altro in questo modo, non è davvero realizzato: non c’è davvero separazione fra sé e l’altro quando si arriva a questa visione panica, o a quella che Cristo chiamava metanoia – tu sei tutto, e il tutto è in te, e non c’è possibilità di dialettica: la schizofrenia esiste perché ci concepiamo disgiunti dagli altri. E infatti Diogene come Nietzsche, oltre ad avere un gran pensiero, era letteralmente un pazzo, uno che è morto male, che ha fatto una brutta fine. Personalmente ho sempre letto i pensieri degli autori in parallelo alle loro biografie, perché ho sempre creduto di vedere nel loro pensiero il limite della loro vita e nella loro vita il limite del loro pensiero. Gli unici grandi che hanno messo insieme le due cose, secondo me, sono quelli che sono riusciti a rendere in modalità rappresentativa ciò che teorizzavano dal punto di vista teorico.

Non è mia intenzione sottrarti troppo tempo, dunque ti faccio delle domande un po’ più spot. Chiacchierando chiacchierando, emerge sempre più la tua capacità di congiungere teoria e pratica; allora voglio chiederti se, in questo, hai avuto modelli, maestri, persone famose e non famose che ti hanno ispirato e, se sì, quali.
Certo, certo. La provocazione che ho incontrato e che mi è piaciuto conoscere con cui ho passato vent’anni era una persona molto particolare, contemporaneamente un genio e una persona molto discutibile, che prima è stato un maestro, poi un padre, poi un migliore amico: un frate francescano molto criticato, dalle cui critiche ho imparato molto sulla superficialità di alcune posizioni contro di lui, Antonio Meneghetti. La cosa migliore che ha fatto è avere teorizzato quello che lui chiamava campo semantico – modello teorico suo per il quale sono stato obbligato a studiare tutto. Alla fine di questo viaggio, tutto quello che avevo iniziato si è perso nel frattempo, e grazie a lui ho trovato la voglia di studiare, capire, giocare, ed è stato uno stimolo pazzesco allo studio.

Visto che l’intervista si sta diversificando molto da quella di Cristiana, posso concedermi una domanda simile: qual era il vostro scopo nel Festival dell’Umano e qual è stato il vostro ruolo nel crearlo?
È uno dei giochi che abbiamo fatto insieme, che mette insieme la nostra vocazione verso il mondo. Insieme a noi tante altre persone ci hanno aiutato in questo, e la bellezza nel raccontare l’essere umano aumenta per ogni persona che ci aiuta e ci supporta.

L’ultimissima domanda: visto che lei ti ha definito come sopra dicevo, tu che parole dedicheresti a lei?
Io penso che quasi tutte le donne abbiano da superare un complesso di superiorità, perché la natura gli ha dato un dono pazzesco: una forza e una grandezza che gli uomini venerano, temono, e che li sovrasta in qualche misura. Questo complesso di superiorità raramente viene a sua volta superato: ci vuole una grandissima intelligenza per una donna nell’essere disponibile ad amare con una forma di virtù e una forma di devozione un uomo – perché è sempre un figlio, una creatura inferiore, il maschio. Prima ti dicevo che l’altro non esiste, e quando Cristiana parla così di me in realtà credo proprio stia parlando di se stessa, e personalmente la amo per il modo nel quale riesce a tenere vivo l’ideale maschile che è dentro di lei: e lei è una donna viva, che non ha mai smesso di credere a una favola vera, per cui ogni bambina crede esista un maschio in grado di dare purezza e significato a quella tensione che ogni maschio ha verso una femmina e ogni femmina ha verso un maschio, anche quando un maschio ama altri maschi o una femmina ama altri femmine: non è un problema di gusti o di identità, ma del fatto che in fondo non esiste il maschio, non esiste la femmina – siamo, al di là della fenomenologia sessuale, liquidi: il maschio tende a diventare donna negli anni soprattutto nell’acuire una sua sensibilità emotiva, e la donna – invecchiando – diventa invece terrena, potente. Come la donna scende dal cielo per raggiungere la terra, l’uomo sale dalla terra andando verso il cielo: io e Cristiana andiamo ognuno verso la casa dell’altro, e ci guardiamo come ci si guarda allo specchio – ogni volta che la senti parlare bene di me si sta descrivendo e sta descrivendo la propria anima e la propria sensibilità, e questo è uno spettacolo straordinario che io vedo tutti i giorni.
Sei un uomo fortunato, sicuramente. Grazie di tutto caro Andrea, a te e Cristiana ce ne fossero di coppie come la vostra…

Federico

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