Una cosa bella

Ho assistito alla rappresentazione dell’atto unico Una cosa bella, tratto dalla sceneggiatura di Benedetta Carrara, il quattro Dicembre alla sala Don Chiari di Sondrio.
La rappresentazione riporta alla luce la figura misteriosa del poeta romantico John Keats ed è diretta da Davide De Togni e Claudia Perossini. Gli altri attori in scena sono Davide De Togni, Matteo Dagnino, Giorgia Fasce e Alberto Camanni. L’opera tratta diversi temi legati alla vita del poeta inglese: l’amore tragico per Fanny Brawne a cui sono state dedicate diversi scritti e poesie, la malattia invalidante, il rapporto complicato con i critici e la morte prematura del poeta.

L’atto inizia con l’entrata in scena del poeta (interpretato in maniera acuta ed esemplare da Dagnino) accompagnato dalla musica, che trascina un supporto rettangolare in ferro, a forma di porta, al quale è attaccato un corpo che si fa trasportare. Inizia una lotta tra il protagonista e questa figura, che lo accompagnerà per quasi tutta l’opera come una sorta di filo conduttore che lo mette di fronte alla realtà dal quale John fugge, isolandosi usando simbolicamente un elmo per proteggersi da ciò che non vuole affrontare. La vicenda non racconta determinati episodi della vita dell’autore, ma si concentra sugli ultimi mesi che John Keats trascorre a Roma.

Personalmente non conoscevo la figura del protagonista, ma la rappresentazione racconta la storia del poeta in modo chiaro ed evocativo e riesce a presentare un personaggio complesso, riuscendo a far cogliere il sentimento e carattere del protagonista, lasciando nello spettatore anche la voglia di approfondire l’autore.

Il poeta, durante la vicenda, dunque è accompagnato da tre figure: l’amico Joseph Severn, interpretato in maniera trascinante da Alberto Camanni, che gli rimane accanto, cercando di spronare John a scrivere e a non lasciarsi divorare dalla solitudine; la figura della fidanzata, Fanny Brawne, interpretata da Giorgia Fasce in maniera delicata, che rimane accanto al poeta nella sua fantasia, dato che fisicamente lei si trova in Inghilterra e il poeta parla con lei nella propria mente, discutendo e ricordando i tempi felici; infine, la figura muta, interpretata magistralmente dallo stesso regista Davide De Togni, che senza dire una parola si muoverà sul palco in modo ineccepibile e meccanico. Questo servo di scena entra all’inizio dell’atto e tornerà spesso durante lo spettacolo, rappresentando una sorta di coscienza e parte razionale che si sente costretta dalle scelte degli altri e cerca di far rimanere coerente alle proprie idee il poeta, spronandolo, proteggendolo e, infine, avvolgendolo nella rassegnazione. I protagonisti si intrecciano attraverso dialoghi evocativi, accentuati a volte da un leggero humour, tecnica teatrale perfetta che spicca nei movimenti puliti che scandiscono le scene.

La scenografia è semplice, efficace e composta da: due supporti in ferro su ruote che vengono fatti scorrere sulla scena a simulare porte sul mondo reale e sulla mente dello scrittore; l’elmo, simbolo di chiusura mentale verso le difficoltà del mondo reale del protagonista, che preferisce rinchiudersi nella propria mente ed immaginazione per non affrontare malattia, amore, critici e scrittura; l’altalena che Fanny e la coscienza usano in diversi momenti per simboleggiare l’aura onirica del ricordo dell’amore perduto e la costrizione che il protagonista sente, cercando di rimanere fedele a se stesso soprattutto nel momento in cui non vuole vendersi ai critici che lo hanno sempre disprezzato; le lettere, mai lette o aperte, scenograficamente bellissime da vedere in determinati punti dello spettacolo. Le scene e gli oggetti di scena sono accompagnati da giochi di luce che aiutano lo spettatore ad immergersi nell’atmosfera angosciante e onirica dello spettacolo, entrando nella testa, nell’inconscio e nelle fantasie del poeta, e visivamente sono diretti in maniera quasi impeccabile. Per esempio, il momento in cui Joseph Severn deve fare uno schizzo e in scena viene usato il riflettore, se fosse durato qualche secondo in più avrebbe centrato il segno perfettamente. Gli attori, dal canto loro, riescono a raccontare un personaggio complesso e melanconico come Keats in modo chiaro, nonostante l’opera sia ambientata durante l’ultimo periodo di vita, illustrando l’angoscia e la malattia che lo accompagna nei momenti prima della scomparsa, con alcuni attimi di leggerezza portati dall’amico o dalle fantasie sull’amore lontano che poi sprofondano nuovamente nella paura dell’autore che, infine, si lascerà andare.

Ultimo, ma non per importanza, è il ruolo della musica. Tutto l’atto è scandito in modo eccezionale dalle musiche di Alberto Baraldi, studente di Chitarra Jazz al conservatorio di Mantova, che accompagna con un proprio arrangiamento live i movimenti, gli attimi e le scene dello spettacolo, aggiungendo un’aura surreale dal ritmo pungente.

Tutti questi elementi riuniti insieme costruiscono un’opera al limite della perfezione tecnica, riescono a rappresentare la tristezza, il dolore, il ricordo di un uomo finito a farsi consumare da malattia e solitudine, accompagnando lo spettatore all’interno del mondo profondo e personale di John Keats.
Non abbiate paura se non siete a conoscenza della vita e del carattere del protagonista: è il momento giusto per poter conoscere un personaggio e uno spettacolo nuovo che vi intrigherà e potrebbe appassionarvi.
Se, al contrario, eravate già a conoscenza dell’autore romantico inglese sarà l’opera giusta per apprezzarlo e scoprirlo nuovamente.

Alice

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