Male

Se dovessi visualizzare fisicamente il Bene ed il Male concepirei due equilibristi che procedono instabili sul filo esile dell’etica. Alle volte precipitano rovinosamente ed a spingerli nel vuoto sono figure poco nitide, avvolte da un’ombra imperscrutabile. Ognuno di noi vive sulla propria pelle, o meglio, sulla propria coscienza un diurno conflitto tra principi discordanti. Ma in che misura quest’ultimi risultano radicati nell’essere? Sin dove può estendersi la volontà dell’individuo su tali criteri? 

Le risposte filosofiche, in termini teologico-morali, infrangono e ricompongono un quadro in continuo processo di discussione dinnanzi a una cronaca quotidiana gremita di nuovi spunti. Efferate manifestazioni di violenza ci restituiscono un rigido archetipo del male, percepito a debita distanza d’esorcismo dei suoi esiti estremi. Tuttavia la “spaventosa normalità”, per citare la Arendt, di taluni carnefici sposta lo sguardo ad una condizione universale, in cui oggetto d’indagine è un impianto tecnico dagli sviluppi scanditi meccanicamente. La morale diviene camaleontica, assumendo valore a seconda dell’ambito sociale di riferimento: se dunque l’assetto d’appartenenza delinea i canoni cui attenersi, sta all’uomo prenderne atto. Ma uomini animati dal pensiero, emblematico sobillatore di dubbi, rischierebbero di minare le fondamenta di un complesso che garantisce loro un ruolo ed è così che il dialogo con se stessi tradisce l’urgenza d’essere sopito. 

La realtà è vuota di senso, regolata da ordini talvolta non pronunciati. Io sono Nessuno. In questo consiste la silente Odissea del Male. I simulacri del Bene si muovono entro le coordinate del dovere, dove ciò che conta è la modalità d’azione non l’effetto, elemento ostacolante l’applicazione funzionale della propria condotta. Questa sorta di “Taylorismo etico” circoscrive la responsabilità ad una concatenazione e ne disperde il carattere arbitrario e dunque imputabile: come giudicare la colpa in virtù di una preclusione di coscienza? Soffermarsi su questo punto equivale al tentativo di ricercare nel soggetto logiche che ne dimostrino il giudizio.

Se nel 1961, avessimo guardato negli occhi Adolf Eichmann, gerarca Nazista processato in Israele, non vi avremmo scorto alcuna percezione concreta, se non un piglio rigoroso e metodico nel rivolgersi alla corte. Nessun indizio chiarificatore dell’evoluzione di un “noioso burocrate” in spietato criminale.  Il regime dittatoriale delucida di certo il contesto d’inserimento dell’imputato, ma le ragioni remote dei misfatti s’estendono ad un’ottica extra-politica: a ridursi al nulla è il principio di non contraddizione, nell’obbedienza all’ordine gli ebrei non sono persone. Anche le vittime sono Nessuno. Non c’è dubbio che Eichmann, fermo detentore di valori e dottrine ideologiche, esplicitasse con il proprio operato consolidate convinzioni, perciò reo di crimini contro l’umanità, ma il quesito aperto resta quale peso e consistenza abbia avuto la fede nazista nell’attuazione dei piani Hitleriani. Pertanto, tali circostanze di relazione al discernimento sottintendono che il concetto di limite si colori di ambiguità ed il dualismo originario si dissolva progressivamente, a favore di una vera e propria manipolazione dialettica della realtà che allestisce un terreno neutro per il proliferare delle più alte forme delittuose.

“Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso, non esiste più” afferma Hannah Arendt in Le origini del totalitarismo.

Non vi è ideologia che tenga.
Prima gli equilibristi devono precipitare.

Giulia Ripani

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