I venti degli anni ’10

Quando viene brevettata un’invenzione, intercorre un periodo di adattamento e di sperimentazione in cui si cerca di sfruttare e cogliere tutti i potenziali della stessa. La si prova ad applicare in vari ambiti, la si perfeziona, la si collauda e successivamente (forse) la si propone sul mercato.

La musica certo non è un qualsivoglia dispositivo elettronico, né uno strumento atto alla manipolazione o interazione con gli oggetti.  Nonostante ciò, anch’essa presuppone un’evoluzione diacronica, o quantomeno un mutamento costante dettato dagli avvenimenti contemporanei e dalle mode. Il Rap contemporaneo non si discosta da ciò. L’avvento delle basi elettroniche, delle canzoni commerciali, del cross-writing tra generi, dove  il Rap si ibrida con un altro genere per sperimentare qualcosa di nuovo (soprattutto con il Rock inizialmente, per poi arrivare anche a mixarsi con basi Pop, Dance e addirittura con il Reggaeton), hanno permesso alle principali Major e Label della scena di garantire visibilità e liquidità alle figure più eminenti della scena. Queste cominciano così a diventare dei veri e propri VIP, un concetto impensabile sino a quel momento.

Ma siamo nell’era digitale e cambia anche il mercato. Si vendono molti meno CD o vinili e si passa molto di più a scaricare gli album in free download sulle piattaforme pirata che surclassano il colosso di iTunes, l’applicazione principale da cui scaricare la musica in versione digitale. A cavalcare questa moda sono stati  soprattutto Inoki, Mezzosangue e Gemitaiz, i quali hanno prodotto più della metà della propria discografia in free-download. E questo ha incrementato parecchio il numero di emergenti che sono stati incentivati a registrare un pezzo. In questo modo la cultura Rap si è ampliata ulteriormente. Alcuni di questi neofiti hanno affiancato nomi affermati in etichette, aumentando la propria credibilità e facendosi conoscere  sempre più dalla gente. Uno dei casi più emblematici è stato quello tra Fabri Fibra e Vacca, un rapper cagliaritano conosciuto per le sue collaborazioni proprio con Fibra, che però dopo alcuni dissidi personali sono giunti a scontrarsi con dissing tanto truculenti quanto avvincenti , che hanno saputo intrattenere migliaia di appassionati per settimane.

Fortunatamente però non tutte le collaborazioni sono finite in situazioni analoghe alla precedente. Marracash, dopo aver sancito il suo status di re della scena hip hop in Italia con il must “King del Rap” nel 2013, portò ancor più in auge la propria casa discografica. con “Roccia Music” dove militavano figure emergenti come Achille Lauro, Fred de Palma, Luchè (il quale si era appena diviso da Ntò, con il quale aveva formato i Co’Sang dal 1997 al 2012 ) e molti altri. Lo stesso discorso vale per la nascita della “Blocco Recordz” di Emis Killa, crew in cui militava anche un giovanissimo e acerbo Lazza che riuscì a distinguersi per la facilità con cui giungeva alla provocazione,  e per i tre comandamenti del Rap che cita in “Come si fa,”uno dei suoi primi pezzi da solista dove sostiene che: “l’Hip Hop non è concetti, ma passione, flow e metrica”.

Diverso è il parere di altri artisti che sfruttano le potenzialità espressive e liriche del Rap per colpire l’ascoltatore fino in fondo, indurlo ad una riflessione meta testuale e astratta; come hanno fatto Caparezza con i suoi album “Museica” e “Prisoner 709”  e Mezzosangue con “Soul of a Supertramp” . Tale riflessione è necessaria per comprendere il significato ultimo delle canzoni, e quindi si stimola l’ascoltatore portandolo direttamente all’interno dei testi e coinvolgendolo come se fosse parte della canzone. Esempi lampanti sono “Tutto ciò che ho” o “Se tu fossi me”, estratte dall’album “Che bello essere noi” dei Club Dogo nel 2012, “China Town” di Caparezza e per culminare con il concerto per i terremotati dell’Emilia nel 2012 con il pezzo “Se il mondo fosse” dei Club Dogo, Emis Killa, Marracash e J-Ax cui introiti vennero interamente devoluti in beneficenza.

La spinta propulsiva del Rap non si esaurisce e il 2012 è uno degli anni più fortunati per il Rap in Italia. Infatti, il 22 dicembre 2011 e i successivi 3 anni MTV avvia probabilmente il programma più appassionante di sempre: “MTV SPIT”. Era condotto da Marracash e consisteva in un vero e proprio contest televisivo dove 14 MC sputano (da qui il nome “spit”=”sputo” in inglese) barre fino a sconfiggere l’avversario in freestyle. Vale tutto ed è importantissimo non discostarsi dall’argomento della battle, che cambia ad ogni sfida. Il primo contest lo vince Ensi confermandosi il re indiscusso del freestyle in Italia. E così sempre più rapper prendono confidenza e si misurano quotidianamente in duelli emozionanti, sfide che apporteranno anche altre figure eminenti alla scena italiana: come Nerone, Nitro, Clementino o Shade faranno le loro fortune in questo modo.

In questa cornice, nella prima metà dell’ultimo decennio, sono usciti dei capolavori come “Escape from heart,” il primo album di Madman, con il quale il pugliese si è garantito un futuro nella scena rap;  “Champagne e Spine” di Emis Killa o “Guerra e Pace” di Fabri Fibra, uno degli album più particolari del cantante marchigiano dal momento che si ispira al cinema neorealista italiano e a Bukowski in “Bisogna scrivere,” il  più bel  pezzo del disco.

I contenuti delle canzoni si diversificano, c’è chi inizia a spingere verso una direzione più scolastica e standard del genere, chi lo vuole elevare ad un livello superiore per discostarsi dal  luogo comune di fare mera “musica da strada” e chi infine esprime vacuità e inezie pur di fare qualche views.

In questo decennio si separano i Club Dogo, con enorme rammarico per gli appassionati, e con essi tramonta un’epoca che aveva visto la triade milanese fare il bello e il cattivo tempo della scena, per poi prendere strade diverse. Jake la Furia esordisce con “Musica commerciale” dove turlupina chi gli attribuisce del commerciale per le sue canzoni di maggior successo; mentre Guè ricorda a tutti chi è il businessman  del Rap italiano con “Bravo Ragazzo” dove mostra tutta la propria spavalderia e arroganza coadiuvandole in una bomba di stile e di flow (che poi ribadirà con “Vero” e “Santeria”). 

Nella seconda metà del decennio emergono altre nuove figure di ottima qualità tecnica-stilistica come Nayt, Vegas Jones ed Ernia. Si torna a prediligere l’extrabeat, e ci si focalizza su temi d’attualità e di ordinaria conversazione, se non in alcuni pezzi molto più pregnanti semanticamente e densi di significati come “Neve” di Ernia, pezzo che lo consacrerà ufficialmente come uno dei migliori prospetti in Italia. In questo contesto rinascimentale per l’hip hop, sorge un’ombra che vela parte della propria potenzialità espressiva. L’illuminismo di alcuni rapper, che erano riusciti a sdoganare tale musica e portarla nelle radio, stava per passare il testimone ad una nuova generazione contaminata dall’idea di speculare su quest’arte per il successo, non più per amore della musica. È il caso della Trap; una sottocategoria del Rap nata come ostentazione e “intrashttenimento” per giovani.

Si rimane sbigottiti a pensare come ciò sia potuto accadere e conveniamo così che forse non tutti gli orizzonti di tale genere sono già stati scrutati, e che probabilmente sarebbe stato meglio lasciarli ignoti.

Dario Bartolucci Lupi

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