La belle dame sans merci

La mattina dopo tornai a casa. Mi sedetti davanti al pianoforte. Inspirai. Le mie dita iniziarono a correre, e così a dipingere eterei quadri.
La sera la chiamai. Le dissi di venire da me, che avevo qualcosa di speciale per lei. Lei si presentò, un mazzo di fiori stretto tra le dita – peccato che quei fiori ora siano finiti tra i rifiuti – e si sedette accanto a me. Io iniziai a suonare. E mentre le note si intrecciavano nell’aria, la vidi asciugarsi le lacrime dagli occhi. E quando il silenzio inghiottì l’ultimo suono, lei appoggiò il capo sulla mia spalla, mormorando un timido grazie. Le presi il mento fra le dita, e avvicinai la mia bocca alla sua.

Continuammo a vederci. Io continuai a comporre. Le mie dita correvano sulla tastiera intessendo di giorno in giorno nuove melodie. Doveva essere quella l’ispirazione tanto decantata da musicisti e poeti. E lei, quella ragazza dai tristi occhi blu, doveva essere la mia musa.
Ogni minuto lontana da lei era un’agonia. Come avevo potuto vivere fino a quel momento? No, non avevo vissuto. Era stata una lunga attesa. Allo stesso modo, vivevo solo quando lei mi era accanto: il resto era doloroso ozio
Credo di averla amata davvero. Essere insofferenti al resto del mondo non è forse un sintomo dell’amore? Per questo io credo di averla amata con tutta me stessa, anche quando lei iniziò ad allontanarsi da me.
Iniziò col vedermi meno, sempre meno. E quando ci vedevamo era sempre triste, sempre scontrosa. Non sembrava nemmeno più la stessa, e anche gli occhi non erano più quelli di prima. Chi era?

Una sera andai da lei. Con me, la registrazione dell’ultimo brano che avevo composto per lei. Un brano lento, in cui le note si perdevano tra i silenzi. Un brano doloroso. A ripensarci, un dolce addio.
Quando le note morirono, soffocate dal silenzio, lei appoggiò il capo sulla mia spalla. Sentii una lacrima scorrermi addosso. Le presi il mento tra le dita, e portai il suo viso davanti al mio. Lei chiuse gli occhi, forse per non vedermi o forse perché non voleva farsi vedere così.
Quattro volte baciai  il tremolio di quelle palpebre.
Ci sdraiammo sul divano, tanto vicine da poter sentire l’una il battito del cuore dell’altra. Lei mi accarezzava il volto, e dalle sue labbra uscivano dolci melodie, cantate tanto flebilmente da sembrare nenie. E, così cullata, io mi addormentai, il suo dolce peso sul petto. Non seppi mai se fu solo un sogno o se lei, davvero, baciandomi mi disse ti amo…
Comparvero mille volti e mille bocche. Non dovresti fidarti di lei, sai? Un minuto c’è e il minuto dopo… Mi ripetevano, vuoi aggiungere il tuo nome alla lunga lista di cuori spezzati? Pensaci bene. Pensaci, pensaci. La conosci davvero? Non essere sciocca, pensaci bene. Pensaci davvero.

Pensaci.
Sei sicura di conoscerla?
Pensaci.

Le voci rimbombavano nella mia testa, il loro riverbero scendeva giù fin dentro alla cassa toracica. Sapevo davvero chi era lei? Mi domandavo stringendomela al petto,
Poi, quando un raggio di sole mi schiaffeggiò, vidi che lei se ne era andata. Mi sentii svuotata, come un pupazzo a cui si sia tolta l’imbottitura. Mi misi a sedere davanti alla sua porta, come un cane in attesa del padrone. Forse è solo uscita a prendere le sigarette, mi dicevo, magari ha iniziato a fumare.

Un’ora.
Io ero ancora lì. La porta era ancora chiusa.
Forse dovrei mangiare, mi dissi. Così mi alzai, andai in cucina e presi una mela. Sgranocchiandola strisciai verso l’ingresso: un buon cane è fedele, no? E paziente, anche.
Due ore.
Silenzio. Nessun rumore che mi tenesse compagnia.
Un’altra ora, poi decisi che non aveva più senso aspettare.
Mi alzai, mi vestii e uscii.
Fine.

Sapevo che quella era la fine di tutto. Sapevo che non l’avrei rivista, che lei non mi avrebbe più cercata. Degli artigli si erano avvinghiati al mio stomaco e una mano mi stringeva la gola, ma io non avevo la forza di oppormi. In fin dei conti, perché opporsi? E a cosa? Ha senso opporsi quando si ha ancora speranza. Non ne avevo più.

Mia madre mi trovò distesa sul pavimento di camere mia, gli occhi gonfi di lacrime e lo sguardo assente. Provò a chiedermi spiegazioni. Non risposi. Non avrei saputo cosa dire se non: è finita. E perché dirlo? Solo per soffrire ancora?
Ma chi era lei? Chi è? Una ragazza, una fata, un sogno? Ha davvero fatto parte della mia vita? Forse l’ho solo immaginata. Forse lei esiste solo nei miei brani, un respiro sospeso tra una nota e l’altra.
È da quel giorno che sono così: ferma in costante attesa che lei ritorni. E in questa stasi ho perso me stessa. Chi sono io, ora che lei non c’è più? Chi sono, ora che le mie mani non riescono più a correre sulla tastiera?

Alzati in piedi.
Esci.
Vivi.

L’orecchio premuto sul freddo pavimento, mi sembra di udire le parole di mia madre rimbombarmi in testa. Ma lo so che in realtà non c’è più alcun suono. Nemmeno gli uccelli cinguettano più. Qui, sembra che tutto sia silenzio.

Chi sono io?
Sono stata molte cose, credo. Ma ora, ora che sono sola, ora che lei se ne è andata, non sono più nulla.
Perché sei qui? Perché non suoni più? Perché lasci che la polvere cada sul tuo pianoforte?

La polvere… Qualcuno una volta mi ha detto che la polvere è composta dei frammenti della nostra pelle. Lo trovavo rivoltante. Ma a volte mi chiedo se tra quei frammenti che riempiono camera mia non ce ne sia uno, anche solo uno, che si sia staccato da lei.
E quindi resto qui, in attesa di dissolvermi in miliardi di frammenti minuscoli e di divenire polvere, e nel farlo tornare con lei.

Allora sarà solo silenzio.

Benedetta

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