Atto terzo

Marianna e Alice

Alice piangeva sulla soglia della porta mentre Marianna consumava il suo yogurt. Erano le dieci in punto nel condominio Valeri, i bambini erano a scuola e gli anziani annaspavano nell’afa. 
Pina tirava su dai fili delle lenzuola bianco latte e la figlia, china sul lavello, sfregava contro le federe un tozzo di Marsiglia. 
Nella stanza delle due ragazze c’era ancora odore di corpi, una miscela aerostatica che sapeva soltanto di umano. Qualora Alice se ne fosse andata via, Marianna sarebbe rimasta lì, ad annusarla, perché le crocifissioni migliori avvengono nel proprio letto, e fa poca differenza che ci sia la luce o meno. 

«Tu non mi ami proprio, non sai nemmeno cosa voglia dire amare» disse la voce frenetica della prima. 
Si prese cura di sparecchiare la sua porzione di colazione e di buttare gli scarti nel cestino. Muoveva nella cucina con la stessa frenesia di una sagoma, mentre Marianna, il corpo chino, il volto immobile, scavava col cucchiaino nel suo vasetto di yogurt. 
Il dolore era, per entrambe, una cosa che non sapevano gestire. 

Quando s’erano conosciute, otto mesi prima, s’erano seduta l’una sulle spalle dell’altra. Marianna adesso conosceva tutti gli amici di lei, la notte le scrutava i nei del viso mentre la stringeva piano. Schivava di riflesso aspettative e logoranti mancanze, correva verso la strada delle cose adulte perché non aveva mai vissuto un reale senso di famiglia. Aveva sempre odiato quei pensieri, vedersi grande a litigare in una casa grande quanto un buco, eppure Alice le faceva sembrare realizzabile di tutto. Se la ritrovava lì, a notte fonda, mentre sussurrava «ho fatto un incubo», puntualmente lo stesso: sua madre moriva ammazzata dentro casa, a volte per mano di un ladro, a volte per colpa del compagno. 
Nel tempo aveva imparato a selezionare bene gli argomenti di conversazione. Certi giorni non s’alzava dal letto ma era solo perché non aveva bene idea di cosa fare. Aspettava che Alice le preparasse la colazione – una creatura disarmante e innocente – così s’alzavano insieme con la magra consapevolezza che sarebbero bastati i corpi a consolarle. Tutt’e due incredibilmente magre e spoglie, mai comprese dai passanti. 
Tra Rione Monti Alice mostrava a Marianna il suo passato, mentre l’altra continuava a fissare le edere. Quattro genitori adesso mischiati come carte, intercambiabili e pur sempre privi di conforto. Dentro casa la convivenza era guerra e pace, sorrisi e malumori. 

Era un sesso finalmente diverso – ci avevano messo parecchio prima di capirlo –, una roba che Marianna consumava senza sapere se le piacesse o meno. Costretto al silenzio dal resto delle abitazioni, pieno di aspettative da parte di Alice, cadenzato dal suo volere (e non) intimità. 
Certi giorni diventava forte, altri giorni uno slancio di soddisfazione. Nel condominio Valeri interno 9, Alice lanciava mutande dentro il suo zainetto. Il volto di Marianna impassibile mentre consumava il suo yogurt. Tutta quella frenesia disturbante le faceva venire da ridere, la trovava rissosa, di troppo, mentre continuava a ripetersi che non c’era niente che non andasse in lei. 

«Non mi riesci a stare vicino, mi dici che sono debole. Sei un’egoista! Ecco cosa sei! Un’immatura del cazzo che pensa solo a se stessa. Ti faccio ridere?»
Allora Marianna aveva risposto «E’ quello che vuoi da me, è quello a cui sei abituata perché nella vita non ti hanno mai riconosciuto niente. Tutta questa tua pesantezza non la reggo.». 
Alice era corsa nella stanza accanto e sparita per dieci minuti buoni, durante i quali aveva chiamato la sorella per farsi venire a prendere. Aveva lo sguardo da matta, le mani da matta, i capelli da matta. Faceva paura, a Marianna, che fosse così. Pensava sempre che da un momento all’altro la sua quiete sarebbe stata interrotta da uno schiaffo. Se la vedeva arrivare con il suo passo da matta, pronta a tirarle una sberla. Così il suo corpo s’irrigidiva e s’allontanava d’istinto, perché pure se era molto più grande dell’altra, non avrebbe saputo difendersi. 
S’immaginava la vita con un’altra Alice, come le strade sarebbero parse se invece di scegliere lei, avesse scelto qualcun’altra. Trovava immediatamente pace al pensiero che non sarebbe stata sola. Se si fosse scopata la vicina, Alice sarebbe diventata solo il nome che pronunci in un locale tra sconosciuti. Una biglia che scivola dalle braccia senza volere.

La verità era che Marianna era soddisfatta da Alice, ma Alice non lo era da lei. L’inesperienza la rendeva affamata di cose che, la prima, aveva sempre relegato al sesso occasionale e per cui adesso aveva perso disinteresse. 
Anche quella stessa mattina, prima della colazione, le aveva detto «facciamo una cosa veloce». Alice c’era rimasta male perché non si era sentita priorità, perché Mari aveva preferito l’orgasmo all’intimità e con la fretta non era riuscita a venire. 

Quando Alice aveva ricominciato a stare male, quella mattina, Marianna aveva intravisto sua madre. Era stata colta da un moto di rigidità, e le aveva detto, mentre faceva il caffè: «Perché piangi? La debolezza degli altri per me è ingestibile». 
Marianna si proteggeva così, senza dare spiegazioni. Sentiva la voce di suo padre nella cucina, il pianto di sua madre che lei stessa, sin da bambina, aveva reputato incomprensibile. Facevano a gara a chi aveva subito più abusi, le due. Alice aveva fatto da madre a sua madre e Marianna aveva riso invece della sua. Era stata rincorsa da bambina tra le ante, mentre un’altra bambina – obbediente – aveva imparato a mettersi da parte. 

Adesso erano come due pezzi di lego dall’incastro difficile. S’amavano quando le cose andavano bene, s’odiavano invece quando andavano male. 
«Parliamone, dai, non te ne andare» aveva posato una mano sulla spalla di Alice. 
L’altra le aveva risposto con un «non mi toccare». 
A letto si erano stese soltanto per abbracciarsi. Perché Marianna non si era riconosciuta fino a che non l’aveva vista fare per andare via.
«Ieri sera siamo state felici». 
«Non basta, se non sai starmi accanto». 

La più grande aveva pianto dallo shock. Le cadeva il mondo addosso al pensiero che la sua relazione sarebbe finita per colpa di sua madre. Che Alice non la riconosceva più, che la sua sensibilità non era abbastanza. 
Fronte contro fronte si dissero che erano sempre loro. Difficile guardarsi adesso nel dolore, senza sapere cosa farsene. 
«Ti faccio la pasta con i broccoletti, se rimani». Ma Alice non aveva fame. Si alzò dal letto piano e rivestì. 

Le avance, Marianna, le aveva rifiutate per lei, e aveva immaginato tutte le feste insieme. Aveva pensato a mille regali e al loro cane, era andata in terapia per farla stare bene. Tutto sommato, si disse, aveva fallito. Quando Alice se ne andò, preferì vedersi come una vittima. Non le era possibile pensare altrimenti. Che non s’era mai veramente integrata nella vita dell’altra per la troppa paura. 

Adesso, finalmente sole, decisero di fare silenzio.
Poi, da brave bambine, andarono a dormire.

Francesca G.

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