Disgiunto

disgiùnto agg. der. del part. pass. disiunctus “separato, staccato” del lat. disiungere “separare ciò che era stato unito”, comp. di dis– e iungere “unire” – Treccani

Interpretazione del sogno. “Ma anche in generale, la «percezione giusta» – essa significherebbe l’espressione adeguata di un oggetto nel soggetto – mi sembra un’assurdità piena di contraddizioni. Giacché tra due sfere assolutamente diverse, come tra soggetto e oggetto, non si dà causalità, esattezza, espressione, ma tutt’al più un rapportarsi estetico, voglio dire una trasposizione allusiva, una traduzione postbalbettante in una lingua del tutto straniera.” – F. Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale [corsivi miei].

Scarnificazione del sognatore. Chi è il sognatore, ci chiediamo. Un composto, rispondiamo. Unione presupposta, e in realtà solo supposta, di soggetto e oggetto, sé e altro, uguale e diverso – e sciocche dicotomie simili. L’essere umano, dacché è comparso su questo suolo, s’è fondato su di una menzogna, e per giunta paradossale: esser proprietario della terra che l’aveva generato. Poter disporre di qualcosa, quando era questo qualcosa ad aver disposto di lui. Un po’ come se un essere umano pensasse di poter essere proprietario della propria vita, dimentico del fatto che sia la vita – cioè quel che definiamo come ciò che succede alla fecondazione – ad averlo generato. Sulla base di questo sciocco presupposto, l’umano si è adoperato per pervenire a uno stato di cose tale per cui potesse dire a sé stesso, appunto, ch’egli era alla Terra indispensabile, e non il contrario. Poggiando su questa fallace presupposizione, iniziò a edificare su ciò che aveva trovato, villaneggiandolo. E dopo aver operato il danno, non si lasciò sfuggir la beffa: assurse alla massima potenza le scienze dure, che gli facevan credere che quanto s’era raccontato fosse vero, e cioè che, ripeto, fosse questi il fondatore, e non uno dei tanti fondati.

Rifondazione della notte. L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima. Se tali disposizioni dovessero sparire come sono apparse[;] se, a seguito di qualche evento di cui possiamo tutt’al più presentire la possibilità ma di cui non conosciamo per ora né la forma né la promessa, precipitassero […] possiamo senz’altro scommettere che l’uomo sarebbe cancellato, come sull’orlo del mare un volto di sabbia.” – M. Foucault, Le parole e le cose [corsivi miei].

Descrizione del giorno. Abbiamo creduto, insomma, d’esser padroni. E, facendolo, abbiamo confuso notte e giorno, sognatore e sogno, soggetto e oggetto. Abbiamo sfiorato le vette dell’arte e della poesia, della letteratura e della scienza, della fisica, della matematica, della fisiologia, della musica, e di tutte quelle arti che, unite sotto un solo tratto, definiremmo – con espressione tanto sardonica quanto ambigua – scienze umane. Eppure – o forse proprio per questo – abbiamo prodotto utopie su utopie, confondendo l’aspirazione con la realtà, l’ideale con la pratica, dimenticando come la tecnologia sia anzitutto una tecnica, e quindi un saper fare tipicamente umano, indisgiungibile dal proprio artefice, e fallibile quanto esso.

Proiezione dallo spazio nel tempo. Dovessimo tradurla un po’ liberamente, diremmo “Mi ritrovo solo perdendomi”; filosoficamente, sarebbe più giusta la più brutta “Trovo me stesso solo perdendo [quello stesso] me stesso”; letterariamente, puntando solo alla bellezza espressiva e sull’enfasi annessa, potremmo osare un “Trovo me stesso solo perdendolo”. La verità è che quando una frase non è, nemmeno all’apparenza, univocamente traducibile, allora presentarla in originale rimane l’unica via possibile. E allora: “I find myself only by losing myself.” – P. Ricœur, Hermeneutics and the Human Sciences.

Delirio finale. Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie, dai turbamenti che oggi incontrerai per la tua via, dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai – scrivo d’un fiato, mentre Battiato canta e le lacrime scendono. Il dolore arriva, primariamente. Perché sei un essere speciale, ed io avrò cura di te. Il flusso prosegue. Dis. Presentazione. Catarsi. Punto massimo. Trittico, triangolo, Hegel, donne, passione, follia. I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi, la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi. Tesserò i tuoi capelli come trame d’un canto, conosco le leggi del mondo e te ne farò dono. Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale, ed io avrò cura di te. Io sì, che avrò cura di te. La musica si alza. Le lacrime scendono. Il flusso prosegue. Distinguo. Differenziazione. Diversificazione. Diversità, bellezza, alterità. La musica si abbassa. Le lacrime si fermano. Da capo. Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore. Dalle ossessioni delle tue manie. E guarirai da tutte le tue malattie. Il dolore s’instilla, secondariamente. Colpisce dritto, forte. Uno sparo, nella notte. Il flusso prosegue. Più veloci di aquile, i miei sogni, attraversano il mare. Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza. Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza. La musica si alza. Le lacrime riprendono. Grondano, scorrono, tremono, fremono. Siamo esseri fragili – così siamo, così eravamo, così saremo. Sento il petto esplodere. Disagio. Distopia. Paura. In una parola: futuro. Il flusso prosegue, ma ne esce diverso. La musica si abbassa. Le lacrime si ritraggono. Non faccio nemmeno terminare il video, stavolta. Semplicemente, da capo. Sento caldo dentro. Il corpo che freme. La musica che sale, si issa e di colpo s’inabissa. Sprofonda, catatonica, e poi riesuma, cadaverica ma ancora in piedi. Vagavo per i campi del Tennessee… Come vi ero arrivato, chissà. Non hai fiori bianchi per me? Il flusso prosegue, pur stentando. Disgiunto. Cogito spezzato. Laurea, 110 e Lode, vita cambiata. Anzi, no. Rimasta uguale, identica, imperitura. Triste, affannata, scoppiata. Implosa, poco prima della fine. La musica si alza. Ora capisco. La musica si alza. Siamo esseri. Punto. Siamo umani. Punto. Siamo esseri umani. Nulla più, probabilmente. La musica si alza. Ora capisco. La musica si alza. Cambia canzone. Non volevo. Non ho fatto in tempo. Il mondo cambia, e cambia nella sua costituzione, sfuggendo alla nostra comprensione. Il mondo ci devasta, sconquassa, fa scorrere rivoli di speranza e li ricopre di tristezza. La musica si alza. Provo ad ascoltarla. Disgiunto, ontologicamente, eticamente e soprattutto inesorabilmente scisso. Mi sono spiato illudermi e fallire, abortire i figli come i sogni, mi sono guardato piangere in uno specchio di neve. Mi sono visto che ridevo. Mi sono visto di spalle che partivo. Penso a quanto ho scritto. A quanto (non) sarà capito. Mi chiedo se sia importante. Mi rispondo di no. Siamo come sognatori che sognano e vivono nel segno del sogno. Non importa null’altro del flusso. Il futuro è ieri, il passato domani. Sempre. La musica si alza. Ti saluto dai paesi di domani, che sono visioni di anime contadine in volo per il mondo. Sento la fine. Riavvolgo il nastro. 364 giorni, un virus, milioni di morti e molti più egoisti, un paio di governi e molte più crisi. Un sito, una laurea, un ragazzo, 100mila risultati, una sola disperazione. Una fine, un inizio, le lacrime a spartirli. Provo a trovare un nesso, una logica, tanto all’articolo quanto alla vita. Ma la musica si alza. Si alza sempre. E sempre risponde. Che bell’inganno sei anima mia, e che grande questo tempo… che solitudine, che bella compagnia.

Federico


Una risposta a "Disgiunto"

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  1. I find myself only by losing myself, conosco da anni questa affermazione di Ricour ma, devo ammettere, non solo di non condividerla ma di considerarla assurda, Almeno nei termini della logica aristotelica, quella che ci consente di contare, di valutare le cose, di compararle, di vivere insomma ‘logicamente’.
    Se io per ritrovarmi devo prima perdermi violo il principale principio della logica: quello di non contradizione. Delle due l’una: ‘A=B’ o ‘A diverso da B’; tertium non datur.
    Per fortuna Ricour è anche molto molto molto altro.
    Probabilmente gli è capitato un inciampo logico come quelli che gli scoliasti di Omero trovavano nell’Iliade e nel’Odissea e commentavano con un sarcastico ‘quandoquidem dormitat Homerus’.

    Sei sempre molto bravo: la scrittura è ottima; pregevole il richiamo a un autore come Battiato che entrambi amiamo.
    Buon anno Federico! Buon anno a tutti!

    LuX

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