La nostra San Siro è differente

Se dico San Siro per molti di Voi dico la Scala del calcio, due grandi club di questo sport, tifo sfrenato, trofei alzati al cielo, gol da cardiopalma; oppure concerti, magari tra i più belli, quelli dei propri beniamini, vissuti cantandone a squarcia gola i ritornelli più famosi ed amati. Era più o meno lo stesso per me fino a qualche mese fa, quando il destino mi permise di conoscere meglio questo quartiere dalle due anime separate da un tram. Il nostro viaggio comincia proprio a bordo del “16” direzione Stadio; al capolinea di Piazzale Segesta è il momento di scendere e di scegliere: a destra villette a schiera, giardini curati, cognomi altisonanti sulle tastiere dei citofoni, una numerosa comunità francese che sa molto di aristocratico. A sinistra, separato da un abisso di pochi metri, un agglomerato di case popolari dell’ALER (ente case popolari di Regione Lombardia) delimitato da viuzze grigie, vuote, silenziose, fredde, disordinate, che parlano di loro attraverso le numerose scritte sui muri, alcune belle altre meno. San Siro è una sorta di Rio de Janeiro “de noantri”, un luogo dove si passa dal bianco al nero e viceversa senza passare per il grigio.
Un quartiere, due zone; nella prima la legge la detta la legge, nella seconda invece la legge la detta la strada.
Qui ci abita il mondo nel vero senso della parola, si contano qualcosa come ottanta nazionalità presenti. Siamo sempre in Italia, sempre a Milano, ma l’Islam è la prima religione per numero di fedeli. Egitto e Marocco le due nazionalità più presenti nei locali, negli odori, nei suoni, nei volti della gente; mentre Mohamed è forse il nome maschile più utilizzato – se lo urli da Via Mar Ionio in poi si gira mezzo quartiere. Qui il kebab dà del filo da torcere alla cotoletta alla milanese, e il tè alla menta si contende il primato con il caffè perché solo in questo angolo di Milano ‘o sanno fa. Qui ognuno ha una storia da raccontare, dalla madre che cresce da sola tre/quattro figli senza far loro mancare nulla, magari con l’aiuto di qualche bene personale venduto al compro oro più vicino, fino a colui che poco più che ventenne si è già collezionato domiciliari, Beccaria e San Vittore; dal kebabbaro che pur di non lasciarti a stomaco vuoto ti da il panino completo a credito, fino alla famiglia sotto sfratto da mesi che cerca una ennesima casa da occupare. I luoghi simbolo del barrio sono essenzialmente due: Piazzale Selinunte e Via Zamagna. Il primo è il centro dal quale si diramano tutte le vie del quadrilatero e a discapito del nome glorioso che fu di una antica colonia greca nel trapanese, qui è una rotonda che ospita un campetto da basket consumato, i resti di un parco giochi, la torre in mattoni rossi di una ex centrale termica affrescata da un dipinto murale e, soltanto il giovedì mattina, un camioncino di Emergency che è senza dubbio la cosa più bella ed interessante. È il luogo più vissuto della zona e, a metà dicembre, ospita uno tra gli eventi più ecumenici al mondo in perfetto stile San Francesco: “il Villaggio dell’Incontro”, ovvero la preghiera congiunta tra cristiani e musulmani davanti al Presepe Vivente. Sul secondo gradino del podio troviamo invece Via Zamagna, una delle più temute e conosciute, punto di ritrovo di un originale mercatino il lunedì mattina nonché meta di pellegrinaggio dei fan più accaniti dell’attuale scena rap italiana. Tra questi palazzi hanno fatto tappa per un video, qualche foto oppure un semplice freestyle con gli amici nomi del calibro di Baby Gang, Vale Pain, Rondodasosa, Sacky, Villabanks, Keta, Kilimoney, dei veri e propri bad boy sansiresi dal passato difficile e travagliato che nella musica hanno trovato il loro riscatto. Il supereroe del quartiere resta però colui che, a detta degli adolescenti locali, ce l’ha fatta; sto parlando di Neima Ezza, uno dei volti più noti del collettivo musicale di zona 7, quello meno gangsta di tutti e, di conseguenza, lontano dai soliti cliché, salito agli onori della cronaca lo scorso aprile per un suo video musicale che ha scatenato un vero e proprio episodio di guerriglia urbana all’interno del quartiere. Per lui la musica è sempre stata una passione e non ha mai nascosto che per raggiungere certi livelli di camicie ne ha sudate più di sette, un messaggio a tratti retorico ma assai importante ed in aperto contrasto con l’insidiosa scuola di vita della strada che propone soldi, facili e subito, a quei ragazzi che giocano a calcio sui marciapiedi o che scorrono Tik Tok incessantemente, li stessi che indossano la tuta del Paris Saint Germain, il borsello di Gucci e le scarpe Nike, coloro che tanti danno per spacciati ma che in pochi hanno voglia di ascoltare.
Per fortuna, i germogli di speranza crescono anche tra i sassi – e si chiamano oratori, scuole, comitati di quartiere che hanno ancora voglia di credere nei sogni (quelli che, per capirci, non costano nulla se non sudore e fatica) e in un futuro migliore perché, diciamocelo, nulla può impedire al sole di sorgere, nemmeno a San Siro.

Anonimo

Nota del Redattore: sulle ragioni dell’anonimato, si veda l’ultimo editoriale.

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