L’intervista a Cesare Giuzzi

Grazie per questa opportunità, anche perché, per Bottega di idee, il giornalismo è una fetta importante, tanto che ogni anno dedichiamo un intero mese ad esso. La prima cosa che vogliamo chiederti è questa: quale percorso ti ha condotto  a diventare giornalista?
Ho 41 anni, lavoro al Corriere, per cui mi occupo di cronaca nera per la sezione cronaca di Milano, dal 2008. Ho iniziato questo lavoro nel 2003, per puro caso. Io studiavo storia dell’arte a Pavia, e ho fatto un piccolo corso, qui a Milano, che dava l’occasione di fare dei piccoli stage in azienda  A me è capitato l’Avvenire, ed è stato il mio primo contatto con una redazione. In realtà, mio padre è stato per tanti anni un giornalista del Giorno, quindi per me tante cose erano normali, a iniziare dagli orari di lavoro: abitando vicino a Pavia, a Belgioioso, mio padre usciva di casa alle 8 di mattina e tornava alle 11 e mezza di sera. Quindi a un certo punto mi sono trovato bene a fare questi lavori, e poi diversi anni di precariato (sei, sette) mi hanno poi permesso di arrivare dove sono ora. È un percorso di cui bisogna tenere conto quando si entra in contatto con una redazione: una volta erano tre, quattro anni di precariato – oggi invece sette, otto, nove, dieci. Un percorso ad esclusione terribile, anche se ogni volta che un collega viene assunto c’è sempre felicità, nonostante le crisi e l’ambiente chiuso.Oltre alla cronaca nera, come interesse ho anche la criminalità organizzata, motivo per cui ero con Gratteri e Nicaso [all’evento sul loro nuovo libro, organizzato da Bookcity, N.d.R.]. Questa però non è una specifica che mi è stata richiesta professionalmente, è più un interesse personale per certi temi di cui poi mi sono trovato a scrivere.
E l’arrivo al Corriere?
L’arrivo al Corriere è partito da una bella sfortuna Non avendo fatto la scuola di giornalismo, infatti, ho dovuto fare il praticantato in azienda: praticamente, in tre anni ho dovuto mettere via 18 mesi di contratto per andare a fare l’esame di stato. Io mi sono trovato a metterli insieme a tre mesi di contratto alla volta, magari con le sostituzioni estive. Sono arrivato al limite, e Avvenire mi ha dato una mano allungandomi il contratto di due mesi… Poi sembrava che mi volessero assumere, ma all’ultimo minuto il direttore decise di tenermi fermo per un giro, dicendomi che ci saremmo risentiti dopo sei mesi. In quella finestra, mi è capitata la possibilità di coprire una sostituzione estiva del Corriere. E poi mi hanno tenuto a collaborare. All’inizio mi occupavo un po’ di tutto, anche se il mio interesse restava la cronaca nera. Poi pian piano, con un po’ di ambizione e unghie sono riuscito a ritagliarmi il mio spazio e la titolarità del settore, e nel giro di un paio d’anni sono stato assunto. Ecco, molto la fa la fortuna del momento.

Recentemente ho intervistato Davigo, e ho iniziato una domanda menzionandogli  la sua richiesta di rinvio a giudizio per il  caso Amara che ha ricevuto neanche due mesi. Ponendogli quella domanda, gli ho parlato della mia impressione circa il fatto chetanti giornali sembrassero quasi esultare, o comunque essere contenti del suo del fatto che “il giustizialista Davigo” fosse dalla parte degli imputati; a quel punto gli ho chiesto se non avesse l’impressione che i giornali stessero confondendo il dito con la luna. Ecco: è un’impressione mia, o c’è un periodo difficile per il giornalismo italiano? 
Innanzitutto bisogna distinguere quello che intendiamo per giornalismo. Ci sono due livelli: c’è un giornalismo delle prime firme, quello che si vede in televisione, gli opinionisti, le grandi firme dei giornali, che risponde ad altre regole; e poi un giornalismo fatto dal basso, in tutti i settori e livelli, che prevede un lavoro più artigianale. Del primo non posso parlare, perché non faccio parte di quel mondo. Voglio dire però che  il 70/80% dei giornalisti fa un altro lavoro rispetto a quell’immagine che il giornalismo dà attraverso la televisione e le grandi testate. Quella parte lì, secondo me, fa un lavoro molto interessante; pieno, però, di grandissimi problemi – il primo di natura economica: ci sono sempre meno lettori, sempre meno soldi che girano nel sistema. Pensate che negli anni ‘90 il Corriere della Sera vendeva 1 milioni di copie e che oggi siamo sotto le 200 mila copie, quindi si fa fatica a mantenere lo stesso standard qualitativo sulla redazione.Il limite del giornalismo italiano, quando parliamo dei grandi temi, è che siamo naturalmente un po’ portati ad appoggiarci anche rispetto alle istituzioni, alle grandi società. Ma nonostante si dica molto male del giornalismo italiano, rispetto anche a quello anglosassone – da sempre esempio migliore – su alcuni temi abbiamo capacità di sviluppo maggiori. Per  esempio conosco alcuni colleghi di altri paesi, molto limitati. In Svizzera, per dire, non puoi fare cronaca nera. Noi abbiamo invece una rete con maglie strette, ma quantomeno si ha la possibilità di raccontare le cose. L’unico limite è che, di tanto in tanto,  smettiamo di fare i giornalisti: a volte il giornalismo di sostituisce alla cronaca giudiziaria; ci dimentichiamo che facciamo i giornalisti, che il giudice è un altro mestiere e che il giudizio giornalistico (che esprimiamo scrivendo un articolo su un determinato argomento)  spetta a noi, non a un giudice. Tutto sommato, io la vedo abbastanza in positivo. Tutti ci lamentiamo dei giornalisti e del mondo del giornalismo, ma soprattutto dai giovani vedo molta professionalità. Mi dispiace un po’ che, dopo il percorso iniziale molto duro, si tenda a rilassarsi  troppo, facendo gravare parte del proprio lavoro sulle spalle di  altri precari.
Sì, su questo punto, a me interessava comprendere più che altro se un giornalista si sentisse rappresentato dal mondo del giornalismo.
Dipende molto, ti dirò. Il giornalismo è molto separato. Il lavoro che faccio io è quello che svolge una mia amica a Reggio Calabria è molto diverso. Io, quando torno a casa la sera, sono tranquillo. Lei no. E scriviamo la stessa cosa sullo stesso argomento – questo è un problema in Italia. Poi, io credo che si possa essere abbastanza liberi e che (anche quando non lo si è) ci si riesca divincolare; del resto, è una componente di tutti i lavori. Ovviamente anche nel giornalismo il datore di lavoro e l’istituzione hanno un loro peso specifico. Quel che conta, comunque, a mio avviso, è superare il problema dell’omologazione:adesso tutti i giornali sono molto simili e offrono lo stesso tipo di prodotto. Ti faccio un esempio: a livello giornalistico (solo a quel livello, non vorrei essere equivocato), in un certo senso, il primo periodo della pandemia – marzo, aprile, maggio 2020 – lo rimpiango. All’inizio nessuno capiva niente. Tanti giornali hanno sottovalutato la portata di quello che stava succedendo, altri ne sono stati travolti, altri ancora hanno sbagliato clamorosamente le valutazioni. Noi, per fortuna, dopo una prima naturale sbandata ci siamo semplicemente affidati alla cronaca, quindi avevamo un giornale molto vero, intenso, fatto del racconto delle cose. Poi, io parlo dei giornali perché ancora condizionano l’agenda anche della televisione e della politica, che sono non poco influenzati su quanto esce su Corriere, La Repubblica, La Stampa e Il Messaggero. I giornali quindi sono ancora centrali. Anche i giornalisti televisivi hanno fatto dei bellissimi lavori, ad esempio Alessio Lasta di La7, che per primo è entrato nelle terapie intensive: quel servizio è restato negli occhi delle persone. Io stesso sono andato nei reparti ospedalieri: un’esperienza forte, che in situazioni normali come quella di oggi non si possono tanto fare. Insomma, è stato un bel periodo per il giornalismo italiano.

Ultima cosa sul giornalismo, per poi passare alla tanto sospirata legalità e illegalità. La situazione del giornalismo investigativo?
Ho un rapporto complicato col termine “giornalismo investigativo”: non so cos’è, perché ragiono all’interno di una redazione di giornale. So cos’è la cronaca nera, la cronaca giudiziaria… secondo me il giornalismo investigativo lo possiamo intendere per un freelance, che deve cercare di portare temi nuovi e che quando si dedica a una storia può impiegarci tanto tempo. Se io, occupandomi di cronaca nera, ho a che fare con la storia di una persona, per me è normale andare a finire anche in altri ambiti, dove sono le carte: in comune, in azienda… è la normalità del nostro lavoro: cercare delle storie, approfondire…. Non vedo modo in cui un giornalista, soprattutto in certi ambiti, possa lavorare senza investigare.

Andiamo con una domanda difficile: come e dove si scrive di mafia, soprattutto di mafia al Nord?
Premessa: nei giornali del Nord è una scelta, una specializzazione non richiesta che nasce da uno sviluppo personale, necessario per entrare nel meccanismo. Invece, i giornalisti del Sud  quando si occupano di cronaca nera devono occuparsi di mafia. In questo i giornalisti siciliani hanno fatto scuola, e hanno saputo unire al gusto della cronaca l’eccellenza della cura della scrittura e del racconto. Un collega, Attilio Bolzoni, è un giornalista da leggere, perché ha un gusto della narrazione spaventoso. Per scrivere di mafia bisogna innanzitutto essere divulgativi, cercando di raccontare qualcosa che arrivi. Mettiamo che domani fanno cinquanta arresti. La prima cosa che devo fare è recuperare le carte giudiziarie, bussando a tutte le porte possibili e immaginabili; quando le hai in mano –  se va bene alle due/tre del pomeriggio – molto probabilmente è un plico anche di 1500 pagine, che leggi nella maniera più rapida possibile. Dopodiché devi condensarle in un articolo di un foglio Word, e quindi devi puntare a raccontare qualcosa di incisivo, prendendo l’aspetto umano della storia.

Cerchiamo ora di unire i diversi fili: come trasformare tutto questo ingranaggio in un risultato utile alla gente? Come si dice  alla casalinga 73enne, all’idraulico 30enne, al giocatore di calcio, di basket, di golf pavese, cremonese, bergamasco, eccetera, che la mafia non solo ci riguarda, ma che è ovunque? Che meno se ne parla, più ha potere?
Questo lo si fa attraverso la specializzazione – pensa a quando i divulgatori scientifici vanno in televisione. La mafia è complessa, lo è per i magistrati figuriamoci per i giornalisti! Bisogna quindi aggiornarsi costantemente, sulla base di un interesse personale. Conoscere la complessità del problema aiuta nel sintetizzare. Quando andavo a fare dibattiti nella provincia, mi sentivo spesso dire “ma allora è tutta mafia”, “la mafia allora è uno che con un pulsante sposta milioni di dollari”… no. Non cediamo a una visione mitologica della mafia, raccontiamo le cose come stanno, ed evitiamo atteggiamenti assolutori, da “ma allora non ce ne accorgeremo mai”. Io cercavo, quando andavo in un luogo, di raccontare cosa c’era lì, cosa succedeva vicino a loro. Si semplificano gli argomenti, si trattano gli eventi vicini, e questo fa molto più effetto. Questo è il mio approccio: non è universale, ma vedo che ha una sua efficacia.

Sappiamo che hai partecipato a diversi eventi con l’Osservatorio Antimafie di Pavia, e che hai anche preso parte a molte altre iniziative di sensibilizzazione. Quali sono alcuni esempi virtuosi di sensibilizzazione alla legalità? Come andrebbero integrati per renderli maggiormente efficaci?
Io ho fatto il liceo Foscolo a Pavia, e durante i nostri dibattiti non abbiamo mai parlato di mafia, mai. E i mafiosi ce li avevamo in casa. Adesso, nelle scuole, è normale che questo tema venga trattato. Mi è capitato di collaborare con Libera e con altre realtà sociali. Parlare di questi temi è fondamentale, anche se non è la cura immediata a questo male. Bisogna far crescere l’interesse per questi temi. Nei media si parla ancora poco di questo, o comunque in modo superficiale, e se si parla male di questo argomento si rischia di fare l’effetto opposto, di farlo diventare indigesto. Altre volte, il rischio è che ci siano sempre le stesse facce in platea. Bisogna allargare il pubblico, rivolgersi a chi è scettico, e far nascere in loro l’interesse.

Chiudiamo così, allora: c’è speranza?
Assolutamente.

Federico & Benedetta

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