L’intervista a Giuseppe Laterza

Giuseppe Laterza, un nome e un cognome che non necessita di alcuna introduzione, è un piacere e un onore poter parlare con lei. La prima cosa che vorrei chiederle è questa: è sempre stato scontato diventare quello che è diventato? Ci sono state peripezie, cambiamenti? Com’è arrivato al punto in cui si trova ora?
Io ho sempre naturalmente respirato l’aria di questo lavoro – mio padre ne parlava spesso, i miei avevano rapporti con tanti nostri autori, per tanti anni ero andato alla Fiera del Libro di Francoforte, insieme a mio padre e ai suoi collaboratori – ma la decisione l’ho presa nell’ultimo anno d’università. Mi ero iscritto a Economia e Commercio perché ciò che mi interessava era Storia Economica – un po’ perché quegli anni facevo un po’ di politica con la Federazione Giovanile del Partito Comunista, e dato che avevamo un’impostazione marxista, l’idea era dell’economia portante rispetto alla cultura, alla storia, e così via. Mi iscrissi allora a Economia e Commercio; il mio tutor, un grande intellettuale scomparso in circostanze misteriose, è stato Federico Caffè, uno dei più grandi esperti di Keynes. Feci i vari esami di Economia, e quando arrivai all’ultimo anno, confrontandomi con un mio amico – Pietro Reichlin – che poi è diventato economista – mentre studiavamo il pensiero di Pietro Sraffa, vidi tutte le differenze che c’erano fra la sua attitudine e la mia: a me interessavano le conclusioni di Sraffa, mentre a lui interessava il metodo per arrivare a esse. In quella circostanza mi resi conto di quanto conta il metodo per un ricercatore , e capii che forse ero più tagliato per un lavoro diverso dalla ricerca, forse il lavoro in casa editrice. Quello editoriale, rispetto alla ricerca, è un lavoro certo più superficiale, ma che ti consente di incontrare tali e tanti autori, di leggere tali e tante opere, su argomenti talmente diversi, per cui alla fine hai un raccordo che altri non hanno, ecco.

Come le dicevo prima, il suo cognome non ha nessun bisogno di presentazioni. Io mi sono sempre chiesto cosa significhi nascere famosi, in certo modo – cioè con un forte riferimento sovrastrutturale alle spalle, ecco. Lei ha percepito, magari da ragazzo, di venire identificato con ciò che erano i suoi genitori, con la casa che avevano fondato a livello editoriale, oppure ha vissuto con serenità questa dimensione già così pubblica?
Guardi, di condizionamenti certamente ce ne sono, e vanno messi in conto. I limiti sono parte intrinseca di un essere umano, e io non li rifiuto affatto. Parlando con Lele Luzzatti, disegnatore con cui ho avuto la fortuna di poter lavorare, mi sono sentito dire che “quando mi chiedono di disegnare su una pagina bianca mi atterrisco. Quando mi indicano l’angolo in fondo alla pagina, lì si libera la mia fantasia.”. La creatività non avviene nel vuoto; come diceva Darwin in uno dei suoi quaderni, “La scoperta scientifica non è altro che la ricombinazione di elementi sparsi”: quest’idea di Jobs e Gates che nel garage inventano qualcosa di totalmente nuovo è una fesseria assoluta! La loro forza sta nell’unire prodotti di ricerca pubblica con logiche di design, di marketing, eccetera. D’altra parte, se uno va a leggere gli scambi fra Benedetto Croce e il mio bis-bis-nonno, Giovanni Laterza, ne esce un’immagine molto lontana dagli stereotipi – le cito un solo episodio: un giorno, si era nel 1902, Giovanni Laterza presenta a Croce un suo timore relativamente a una pagina di un nostro libro contenente con posizioni quasi offensive nei confronti della monarchia, e Croce gli risponde dopo tre giorni dicendo: “Caro Giovanni, ho sentito un mio amico docente di diritto e dice che non ci sono problemi legali. Se poi gli avvocati della Regia Avvocatura fossero così pazzi da farci causa, è tutta pubblicità!” Un Croce dunque assai più spregiudicato di quello che possiamo immaginare… Ora, io so che abbiamo un’eredità importante, ma sono consapevole che per continuare a portarla avanti sia necessario tradirla, in certa misura. Mio padre quando entrai mi disse: “vedi il nostro storico colophon? Se non fai nulla di nuovo può durare qualche anno, ma poi la casa editrice finisce”. Come a dire che c’è bisogno di innovare, prendere rischi, anticipare i tempi, e andare oltre il proprio passato, per quanto glorioso o notorio possa essere.

Tullio De Mauro, Stefano Rodotà, Alessandro Barbero, Leonardo Benevolo, Jacques Le Goff, Zygmunt Bauman, Jürgen Habermas, tanti altri. Tutti grandissimi autori e fini intellettuali che hanno collaborato con Laterza. Se dovesse menzionare una figura, o un libro, cosa ricorderebbe?
Guardi, è una domanda impossibile, perché tutte le persone che ha menzionato sono pezzi fondamentali della mia formazione. Le persone che ha citato, proprio quelle, sono uomini straordinari, perché sono persone ovviamente di grandissima caratura intellettuale, ma sono soprattutto persone generose. La cosa che mi ha colpito è questa: negli incontri pubblici c’è sempre il vecchietto che si alza e ti fa la domanda impropria, magari banale, che ti hanno già fatto molte volte… ecco: io non ho mai visto una volta (e ne ho fatti decine e decine) qualcuno di loro sottrarsi a un dialogo, anche con l’ultimo passante – nel momento in cui manifestavano il loro interesse, e loro ritenevano un loro dovere rispondere. Quando De Mauro e Rodotà sono stati nel nostro consiglio d’amministrazione si interessavano di tutto, erano persone curiose di tutto; persone ovviamente consapevoli del loro grande valore, ma che non hanno mai trasformato questo in arroganza, distacco, eccetera. Però non posso citarne uno solo, sarebbe davvero impossibile [ride, N.d.R.].

E del resto, mi viene da dire, il fatto stesso che ci abbia concesso quest’intervista così gentilmente prosegue su questa tradizione davvero lodevole. Passando a un altro argomento, vorrei chiederle questo: come vede la scrittura giovanile in Italia?
Dico subito che la scrittura si misura su tanti campi, e che io posso eventualmente valutare la saggistica. Nella saggistica c’è un miglioramento nella scrittura rispetto ai predecessori, a mio avviso – e cioè: c’è una maggiore attenzione. I professori universitari degli anni ’50/’60, tranne qualche preziosa eccezione, erano interessati ad altro, e scrivevano non per il grande pubblico, ma per i loro colleghi – cose lunghe e noiose, tendenzialmente. Caso emblematico quello di Renzo De Felice, grande storico che ha scritto una biografia di Mussolini assai innovativa ma di lettura impossibile per il grande pubblico. Oggi, i giovani storici che scrivono per noi si preoccupano di più di scrivere per un pubblico più ampio, e dunque da questo punto di vista trovo la situazione migliorata rispetto al passato.

Senta, invece, ciò di cui non di rado si legge sui giornali, e cioè questi grandi potentati con case editrici, politica e imprenditoria che hanno rapporti quasi lobbistici e che generano censure di varia sorta, è un fenomeno che esiste davvero o che non intacca in alcun modo la vita di chi, tutti i giorni, lavora in quell’ambito lì?
Distinguerei fra mondo del libro e mondi dei giornali. Per quanto concerne il mondo del libro, io fui tra chi contestò Mondadori quando acquisì RizzoliMondadori aveva il 27-28% del mercato, acquisendo Rizzoli andava sul 37-38%, che è una proporzione unica nel mondo perlomeno nel mondo occidentale, soprattutto per il distacco su tutti i concorrenti di quasi 20 punti. Come che sia, un’azienda che esercita sul mercato una forza così assoluta e relativa io credo non faccia bene alla competizione. Non credo che Mondadori faccia censura – certo, i libri di Travaglio contro Berlusconi difficilmente sarebbero pubblicabili dalla Mondadori, ma questo francamente mi sembra normale (il non pubblicare cose contro il proprio editore, ecco). Purché, ovviamente, sul mercato ci siano altri editori che lo fanno; se fosse uno solo sarebbe censura, ma per fortuna in Italia il mercato del libro è molto più pluraliste di giornali e tv, e che dunque ha consentito di pubblicare libri molto critici – Chiarelettere pubblica e ha pubblicato libri molto coraggiosi, o Laterza stessa quando pubblicò un libro, L’ombra del potere, su Berlusconi, si vide ricevere una richiesta di risarcimento per 1 milione di euro (causa che poi Berlusconi perdette, perché il libro era tutto super documentato) in un momento in cui Berlusconi era personaggio fortissimo. Sui giornali già è diverso, e per la televisione il discorso ancor più: chi ha impatto è Rai, Mediaset e, molto staccato, Cairo con La7. Il fatto che questo sistema abbia caratteristiche di consorteria non esclude, comunque, delle eccezioni: a Report, per esempio, sia con la gestione Gabanelli che con l’ultima di Ranucci, mi pare che non abbiano tabù, e che facciano reportage molto liberi, insomma.

Io mi sono confrontato di recente con un giornalista del Corriere, il quale mi diceva che i grandi eventi come Bookcity (dove io l’ho conosciuta) stanno iniziando a essere troppo pieni, e che hanno – di fondo – una logica maggiormente di guadagno che non culturale. Lei condivide oppure no?
Mah, nonostante il Covid, la gente continua a frequentare i Festival e addirittura legge di più. Sull’aspetto economico, non lo considero negativo di per sé: se vendo un buon libro di Barbero su Dante non vedo dove stia lo scandalo se questo va a beneficio sia della casa editrice sia di Barbero. Il problema semmai c’è quando io guadagno su un libro brutto. Se io faccio un buon libro, così come un buon televisore, una scarpa o un qualsiasi oggetto ben fatto, non vedo problemi. Non mi scandalizzerei che ci sia un grande calciatore che guadagna cifre astronomiche, un top manager, una la pop star e così via – purché restituisca alla società sotto forme di tasse la grandissima parte di ciò che ha avuto: perché non è merito suo, come scrive Sandel ne La tirannia del merito, non è qualcosa che dipende da lui, ma piuttosto dalle condizioni di famiglia, dalla dotazione genetica, e così via. Io trovo vergognoso che i super ricchi paghino aliquote molto più basse rispetto ai loro umili collaboratori. Non è tanto un problema di quanto si guadagna, dunque, ma di quanto si restituisce: io sono nettamente favorevole al sistema fiscale ciò che vigeva fino agli anni ‘80: che, cioè, la cosiddetta aliquota marginale, la tassa per i miliardari, fosse fra l’80 e il 90%! Anche perché se hai uno stipendio mensile di 300-400 mila euro, quel 90% su quei 400 mila euro ti lascia comunque straricco!

Solo due cose ancora molto velocemente: che cosa, per Giuseppe Laterza, distingue un buon libro da un cattivo libro?
Due cose, che fanno dei libri mezzi di comunicazione: 1) l’immaginazione. Io leggo Harry Potter e me lo immagino come voglio io; 2) la profondità del quadro complessivo: io leggo un libro e mi faccio un’idea del mondo – che sia un romanzo o che sia un saggio, un libro può ricostruire un’idea di mondo. Ce ne sono tante, di idee di mondo: i libri fanno volare col pensiero, esplorare altri mondi, e al contempo far capire con profondità e ampiezza il mondo in cui viviamo.

Mi ritrovo molto nelle sue parole. E volevo proprio chiederle questo, come ultima cosa: quale intreccio felice possiamo provare a creare fra filosofia, cultura e letteratura in una società che non di rado sembra sfuggire, e tendere invece verso il turbocapitalismo, la tecnologizzazione, la forza delle distopie, e quant’altro.
Guardi, io ho appena riletto un libro di Fernando Savater, Il valore di educare: l’”intreccio felice” di cui lei parla dipende molto dalla formazione. La formazione la fanno i genitori, gli insegnanti, gli amici, e così via. La formazione parte dalla curiosità e della fiducia – in questo circuito virtuoso, io credo che il pensiero critico ci crede di salvare le cose. Io trovo che la tecnologia sia uno strumento potente, ma che ovviamente dipende da noi: io posso usare l’iPhone male, se sto tutto il tempo a rimbecillirmi, oppure benissimo, per creare movimenti come quelli delle Primavere Arabe per fare un solo esempio. Come diceva un altro grande uomo che ho avuto la fortuna di conoscere e incontrare, Norberto Bobbio: bisogna ragionare col dubbio. Chiedersi: sarà davvero così? Come diceva Eco, l’intellettuale è il grillo parlante, la mosca cocchiera, e di fondo anche un rompicoglioni – il pensiero critico è quasi sempre scomodo. Però bisogna fare, come dice Sandel nel suo corso a Harvard sulla giustizia che mi ascolto ogni mattina, come la filosofia: riprendere oggetti consueti e spostare l’angolatura, osservare le cose da punti di vista nuovi, rielaborarle costantemente, comportandosi di conseguenza. Come mi disse una volta Julio Velasco, filosofo e allenatore di pallavolo: “Il mondo non si divide in buoni e cattivi, angeli e diavoli, bianco e nero. Ma si divide in chi ci prova e chi ci ha rinunciato da tempo”.
E lei ci prova, e ci prova molto bene. Grazie per questa preziosa intervista.

Federico

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